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Il ministro Kyenge ha anche un marito

Il marito della Kyenge accusa un articolo di Anna Bono di inesattezze, scarsa informazione e documentazione. Ma ad essere poco informato è lui. E anche la moglie, visto lo scivolone su burqa e suore.

Il ministro Kyenge

Ripreso il 31 luglio dal quotidiano telematico www.imolaoggi.it, l’articolo riguardante il ministro Kyenge pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana  il 30 luglio ha attirato l’attenzione di un lettore particolarmente coinvolto – Domenico, il marito del ministro – e la redazione del quotidiano ha pensato bene di segnalarne il commento ad Anna Bono, l’autore dell’articolo.  

Scrive Domenico, marito del ministro: “Cara Anna Buono sei poco informata e poco documentata. Nel tuo articolo ci sono tanti luoghi comuni e tante inesattezze. Io conosco la storia e le persone che hai citato. Ti garantisco che le figlie della Kyenge non hanno nessun problema di sicurezza e vivono una vita normale. Per la loro sicurezza basto io! La prossima volta documentati meglio oppure chiedi a chi sa prima di diffondere notizie frutto della tua fantasia-anche un po’ perversa”

Pazienza l’uso del “tu” e il cognome sbagliato – mi chiamo Anna Bono, non Buono – ma attribuirmi luoghi comuni, inesattezze, scarsa informazione e documentazione e addirittura una fantasia perversa non lo posso accettare: non tanto per me, quanto per coloro che mi leggono fiduciosi e soprattutto si fidano del quotidiano che ospita tanto spesso le mie analisi.

Desidero perciò assicurare i lettori de La Nuova BQ che della preoccupazione per le figlie espressa dal ministro si legge nell’intervista pubblicata sul quotidiano La Repubblica il 28 luglio, non mi sono inventata niente. Inoltre i pochi accenni alla vita del ministro sono tratti, come peraltro ho avuto cura di scrivere, dalle numerose sue biografie reperibili ad esempio on line. 

Quanto alla situazione del suo paese di origine, la Repubblica Democratica del Congo, tutti i dati citati sono ricavati dal “Rapporto sullo sviluppo umano 2013” redatto dall’UNDP, l’autorevole agenzia ONU per lo sviluppo (anche questo è indicato nel testo) e le informazioni sulla storia del paese fino ai nostri giorni – lo stato di guerra nell’est, i milioni di morti, la sistematica pratica degli stupri, la drammatica scarsità di medici che induce anime sante come Chiara Castellani a svolgere la professione medica proprio in Congo invece che in Italia e tutto il resto – sono documentati da agenzie di stampa, testimonianze dirette (vedi Padre Locati, ad esempio), articoli scientifici e divulgativi, libri. 

Per finire, non si contano gli studiosi africani e non che hanno studiato e descritto le istituzioni tribali che violano i diritti universali  dell’uomo con conseguenze particolarmente drammatiche sulla condizione femminile. 

Vorrei, per concludere, spendere qualche parola a proposito di una recente dichiarazione del ministro Kyenge, rilasciata in pubblico – il 29 luglio, a Cantù, alla festa del PD – e riferita nei giorni scorsi da dozzine di agenzie di stampa e mass media. 

Ne cito due versioni tra le più quotate, leggermente diverse nella forma, ma non nella sostanza. 

La prima: “Dato che la legge vieta di coprire il viso nei luoghi pubblici e per questo le donne arabe non possono portare il burqa, lo stesso principio deve valere anche per il velo delle suore. Perché non insistiamo su questo aspetto e lo facciamo togliere anche a loro?”
La seconda: “Il fatto che la legge obblighi a far vedere il viso deve valere per tutte le donne, comprese anche le suore, perché non insistiamo su questo aspetto? Il principio è sempre quello. Applichiamolo senza avere pregiudizi”.  

Delle due (anzi, tre), una: o il ministro Kyenge non sa che cosa è un burqa (che copre e nasconde tutta la persona dalla testa ai piedi, l’intero viso, con una fitta grata di stoffa all’altezza degli occhi affinché chi lo indossa possa vedere qualcosa; peraltro, come è ben noto, più che le donne arabe lo indossano quelle afghane) o non ha mai visto in vita sua una suora (e neanche una monaca) e non sa come si vestono oppure ad attribuirle quelle parole è stata qualche altra “fantasia perversa”.