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la relazione

Il Ministero sapeva che vaccinare i guariti era rischioso e inefficace

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Il Comitato Guariti denuncia: «La vaccinazione ai guariti è stata imposta senza il supporto di alcuna evidenza scientifica. Gli studi portati dal Ministero della Salute nella causa ora al Consiglio di Stato dimostrano che la combo-vaccinazione sui guariti era un errore».

Attualità 07_05_2024

Il Ministero della Salute non è mai stato in possesso di alcuna evidenza scientifica per vaccinare i guariti dal Covid. Ed è lo stesso Ministero ad ammetterlo dato che si è affidato a studi che sostenevano proprio l’esatto opposto: e cioè che vaccinare i guariti dal covid non solo non aveva alcun senso, ma era anche potenzialmente pericoloso a causa della maggior reattogenicità del sistema immunitario, come poi si è puntualmente verificato.

Continuano ad emergere prove inconfutabili sulla folle accoppiata vaccino/guariti imposta senza alcun riscontro dallo Stato.

Questa volta il contesto è un ricorso straordinario al Capo dello Stato, promosso da un gruppo di sanitari guariti e patrocinato dall’avvocato Jenny Lopresti – tra i portavoce del Coordinamento Comitati Guariti da Covid-19 – e dall'Avvocato Francesco Caronia, ora pendente al Consiglio di Stato.

Il Ministero ha presentato a fine 2023 le sue controdeduzioni a cui ieri ha fatto seguito una corposa relazione del Comitato Guariti che ora è agli atti della causa. Ebbene, come è documentato dalla relazione, le controdeduzioni depositate in causa dal Ministero della Salute dimostrano che la vaccinazione ai guariti è stata imposta senza il supporto di alcuna evidenza scientifica, nonostante fosse già acclarato che vaccinare un guarito lo esponeva a maggiori effetti avversi a fronte di alcun beneficio.

«È la “prova provata” della malafede per la più grande assurdità di tutta la vicenda pandemica: vaccinare chi già aveva contratto l’infezione e ne era guarito», dice il Comitato Guariti in un comunicato stampa diffuso ieri.

Ma in particolare che cosa dicono quelle controdeduzioni? La relazione del Comitato è molto precisa, analizza infatti ogni singolo studio scientifico portato dal Ministero a riprova della bontà della “combo” vaccinazione/guariti. Ma è un buco nell’acqua in molte sue parti e in altrettante è un boomerang.

A cominciare dal primo studio citato (Stamatos et al., 2021) che era già obsoleto al tempo dell’emanazione della circolare perché prendeva in esame solo pseudovirus e il Sars Cov 1. Ma anche il secondo studio citato dal Ministero (Crotty 2021) non poteva dimostrare la necessità di una vaccinazione sui guariti. Afferma infatti che «la riduzione della neutralizzazione anticorpale della spike può essere mitigata dalle cellule T protettive». Per questo «la vaccinazione con seconda dose in individui vaccinati con una dose dopo l’infezione non offre alcun miglioramento aggiuntivo». È quello che in gergo scientifico si chiama “smorzamento immunitario ibrido” e che descrive come la combinazione di infezione e successiva vaccinazione determinerebbe un impatto negativo sulla successiva immunità protettiva nei confronti di Omicron e dei suoi sottolignaggi».

Insomma, una pietra tombale sulla pretesa di sottoporre i guariti ad una vaccinazione che non si doveva fare, ma che invece è stata imposta fino anche a costringere le persone a doversi inoculare nonostante il recente virus passato, pena la perdita dei diritti.

Alcuni studi citati dal Ministero non avevano nemmeno superato la revisione tra pari (peer review) ed erano ancora in fase di Preprint, comunque inutilizzabili per fondare su di esse delle prescrizioni sanitarie (Leier et al. 2021) mentre il quarto studio va completamente a supporto della posizione dei guariti. È lo studio Ebinger et al. 2021, che evidenzia «una maggiore reattogenicità della vaccinazione nei guariti e gli effetti collaterali compresi quelli neurologici e di memoria; così come il sesto (Krammer et al. 2021) e il settimo (Sasikala et al. 2021) i quali provano come i destinatari del vaccino con immunità preesistente hanno avuto effetti collaterali sistemici a frequenze più elevate (fino al 50% in più) rispetto a quelli senza immunità preesistente.

La beffa è che gli stessi autori «raccomandavano cautela fino a quando non sarebbe stato possibile valutare l’intero set di dati, compresi gli effetti collaterali». E il Ministero cosa fece? Non solo fece finta di nulla, ma ora utilizza quello studio per difendersi dall’accusa di aver vaccinato senza riguardi i guariti, quando tutti sapevano che sarebbe stato un rischio e un azzardo.

Del resto, che la protezione naturale fosse efficace per proteggere dalla malattia grave per almeno 20 mesi lo dimostravano gli stessi studi presi a modello dal Ministero. Come il Nordstrom et al del 2021 che analizzava i dati su una ricerca compiuta su 10 milioni di svedesi per indicare un beneficio minimo fino a spingersi a proporre alla comunità scientifica l’assunto che l’immunità conferita da precedente infezione si sarebbe dovuta riconoscere al pari di quella di vaccinale.

Se l’Italia avesse preso questa decisione, ragionevole anche alla luce delle evidenze scientifiche, ci saremmo risparmiati una buona dose di reazioni avverse su soggetti completamente guariti dal covid e poi ritornati nel girone infernale per colpa di un vaccino che non avrebbero dovuto fare.

Ma erano i mesi folli della tutela della salute pubblica, sopra la quale non si è esitato a calpestare i diritti delle persone a colpi di scienza e virostar pronte a dimostrare che anche i guariti potevano trasmettere il virus. Invece? Stando alle stesse prove portate dal Ministero era falso. Il quindicesimo e ultimo studio (Bozio et al 2021) prova categoricamente che «i soggetti non vaccinati con reinfezione hanno una carica virale più bassa e una più rapida eliminazione dell’infezione con conseguente minore trasmissione secondaria e pertanto meno preoccupanti per la salute pubblica.

«Ci sconforta prendere atto che il Ministero della Salute – conclude il Comitato -, che dovrebbe agire nell’ottica della miglior tutela della salute dei cittadini, abbia omesso di attivarsi vagliando e analizzando  la documentazione da prendere a base nel processo decisionale, ampliando ed aggiornando continuamente la ricerca al fine di una valutazione rischio/beneficio precauzionalmente più corretta possibile, soprattutto riguardo alle categorie non ricomprese nei trials clinici pre-marketing come appunto i guariti».

Una sconfitta, ancora una volta per la scienza, quella vera, piegata a fini ideologici e politici. «Un’istituzione di tutela della salute che ha abdicato al suo compito prioritario, trascurando di garantirsi di consulenti all’altezza e continuando a ignorare reiteratamente, oltre alle conoscenze già note, le evidenze che emergevano e si susseguivano nel tempo».



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