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PROCESSO CLANCY

Il giudizio sospeso su una madre omicida. E le certezze delle femministe

Lindsay Clancy, nel 2023, ha ucciso tutti e tre i suoi figli. Ora la giuria non ha raggiunto un verdetto e il processo è stato annullato venerdì 4 settembre. Le femministe si sono mobilitate per la sua innocenza, considerandola "vittima", del marito o del sistema. Questa non è compassione.

Vita e bioetica 10_09_2026
Lindsay Clancy

L’America è rimasta col fiato sospeso, fino alla fine di un processo che non si è concluso con una sentenza. È il caso di cronaca nera più atroce degli ultimi anni, in cui dopo il delitto non è seguito un castigo e neppure un giudizio. Lindsay Clancy, una donna di 36 anni, cattolica, infermiera del reparto di ostetricia e ginecologia, residente a Duxbury, nello Stato del Massachussetts, la sera del 24 gennaio 2023, senza alcun apparente motivo, ha ucciso i suoi tre figli: Cora (5 anni), Dawson (3 anni) e Callan (8 mesi), mentre il marito era uscito a comprare la cena.

Li ha assassinati uno dopo l’altro, strangolandoli con fasce elastiche. Poi ha tentato di tagliarsi le vene ai polsi e la gola e si è gettata dalla finestra del secondo piano. Le ferite non l’hanno uccisa, il salto neppure: è rimasta invalida, tetraplegica su una sedia a rotelle. Dopo tre anni è iniziato il processo e non si è concluso. Giuria divisa, non ha raggiunto il verdetto, il giudice del tribunale di Plymouth, Massachusetts, ha chiuso il processo il 4 settembre senza emettere una sentenza. Processo annullato. Ora Lindsay vive in un limbo giudiziario, in attesa di sapere se il processo ricominci con una nuova giuria oppure no, curata in una clinica psichiatrica, teoricamente “libera” anche se prigioniera del suo corpo e dei ricordi di quel che ha fatto.

Il 9 settembre (ieri, per chi legge) la presidente della giuria ha parlato per la prima volta alla stampa, descrivendo cosa è successo nelle 40 ore di dibattito che hanno portato a questo non-verdetto. Una giuria quasi tutta al femminile: 9 donne e 3 uomini. Avevano raggiunto quasi l’unanimità, avevano deciso di assolvere Lindsay Clancy. Undici giurati su dodici erano convinti che la donna non fosse in grado di intendere e di volere, quando ha ucciso i suoi figli. Ma c’era un dodicesimo giurato, uno dei tre maschi, che non aveva intenzione alcuna di considerarla “innocente”, pur non disponendo delle prove per dichiararla colpevole “oltre ogni ragionevole dubbio”, come prescritto dalla legge. Pare che il dibattito sia stato ferocissimo, con urla che si sono udite anche attraverso i muri del tribunale. La presidente della giuria racconta di giurate con crolli di nervi, pianti, abbracci.

Il caso sarebbe solo un episodio di straziante storia famigliare, di cronaca nera locale, non fosse che è diventato anche: una questione politica. Il processo Clancy è infatti entrato nella guerra culturale fra liberal e conservatori, una frattura sociale che spesso coincide con il sesso: femminile per i liberal, maschile per i conservatori. Il giurato dissenziente, non a caso, è uno dei tre maschi.

Che cosa sia avvenuto nella mente di Lindsay Clancy, resta un mistero. Secondo la difesa, al momento del delitto era preda di un delirio allucinatorio. Dopo aver sofferto di due brevi depressioni post-parto, per la nascita dei primi due bambini, al terzo sarebbe ulteriormente peggiorata, con ricorrenti pensieri suicidi-omicidi ed episodi allucinatori. Una voce maschile, dice la Clancy in sua difesa, le avrebbe intimato di uccidere i figli, per “salvarli”. “Questa è l’ultima occasione per farlo e poi ucciderti”, pare le abbia intimato la voce. E la prima cosa che avrebbe detto la loro ex mamma, al suo risveglio in ospedale, a un sacerdote che era andata a trovarla, è stata “almeno sono felice perché adesso i miei figli sono salvi”. Ma per l’accusa, i tre omicidi sarebbero stati premeditati e la donna avrebbe agito lucidamente, fino al suo tentato suicidio e non vi sarebbero diagnosi che dimostrino una sua malattia mentale così grave. Le prove dell’una e dell’altra tesi non sono state chiare “oltre ogni ragionevole dubbio”. Le certezze, invece, le hanno solo le femministe americane: fin da subito, dal loro punto di vista, Lindsay è innocente.

Quelle femministe che hanno manifestato presso la sede del tribunale di Plymouth, vestite tutte in rosa, con gli slogan “Pace per Lindsay” e “Aveva bisogno di aiuto”. Per loro, infatti, la madre omicida, pur se indubbiamente omicida, è una vittima. E si dividono in due correnti, stando alla scrittrice Kat Rosenfield, che ha seguito il caso da vicino: quelle che ritengono che sia vittima del marito e quelle che pensano che sia vittima del sistema. La prima corrente è certa che a uccidere i figli sia stato l’ex marito di Lindsay, Patrick Clancy, ora divorziato e risposato con un’altra donna. La rapidità con cui si è rifatto una vita, la freddezza percepita con cui parla del triplice omicidio nelle interviste, sono elementi che non bastano ad accusare un uomo di aver assassinato i figli e di aver manipolato la moglie, al punto di indurla a inventarsi il delitto più atroce che una madre possa commettere. Però, per le femministe, è una questione ideologica: è il patriarcato. Quindi, se la donna confessa un delitto, dietro ci deve essere per forza un uomo che la manipola. La seconda corrente di femministe innocentiste, ritiene la Clancy, semplicemente, vittima del “sistema”. Quindi vittima di una famiglia che non ha capito la sua sofferenza, di una società che non l’ha aiutata e di una sanità assente, o meglio presente solo per venderle psicofarmaci.

In ogni caso, per le femministe, ma probabilmente anche per la maggioranza delle giurate a processo (almeno una delle quali, nel processo, si sarebbe vestita in rosa, come le manifestanti), la donna non è colpevole, non è responsabile. Se uccide i figli va “compresa”. Sono altri che le dovevano crearle attorno condizioni di vita migliori. Attenzione, perché qui entra in gioco una dinamica che non è compassione. È la stessa logica, portata alle estreme conseguenze, che giustifica l’aborto. E il Massachusetts è uno Stato che ha appena legalizzato la forma più estrema di aborto, quello tardivo, fino al nono mese di gravidanza. Nella logica abortista, se la donna ha difficoltà, non solo fisiche, ma anche psicologiche o economiche, ha diritto di sopprimere la vita che porta in grembo. Qui nessun innocentista ritiene che la Clancy avesse diritto di uccidere i suoi figli, già nati e cresciuti, ma con la stessa logica la si giustifica, la si comprende, si contestualizza il delitto.