• REPRESSIONE

I mille volti della repressione dei cristiani

Arrestati nel nome di leggi locali, condannati per la loro fede, uccisi da parenti che non tollerano il cristianesimo, picchiati o uccisi perché convertiti: i cristiani subiscono tante forme di persecuzione in Marocco, India, Pakistan, Nepal...

Manif

La cronaca delle limitazioni alla libertà religiosa e in particolare delle violenze contro i cristiani nel mondo registra ogni giorno nuovi episodi: e si tratta soltanto della punta di un iceberg poiché molte delle vittime sono troppo deboli e isolate perché le loro storie vengano raccontate, tanto più se, come spesso accade, le autorità si mostrano indifferenti e complici o se le stesse leggi prevedono discriminazioni e punizioni nei confronti delle minoranze religiose.

È applicando l’articolo 220 del codice penale che pochi giorni fa nel moderato Marocco un giovane cristiano è stato accusato di proselitismo e arrestato. È successo ad Ain Aicha, nel Nord del paese, dove il ragazzo lavora come venditore ambulante. Interrogato dalle autorità, il giovane ha confessato di essere in contatto con un’organizzazione attiva in tutto il Marocco, di cui fanno parte anche due cittadini americani, che gli ha fornito libri e Cd dal contenuto religioso affinché svolgesse la sua opera di evangelizzazione. L’organizzazione, stando alle sue rivelazioni, svolge incontri definiti di “discepolato” in diverse città e festeggia i nuovi convertiti in una casa della capitale Rabat. Riconosciuto colpevole, il 3 settembre il giovane è stato condannato a 30 mesi di carcere e al pagamento di una multa pari a 5.000 dirham (circa 450 euro).

In Nepal – apprende da fonti locali il 3 settembre l’agenzia di stampa AsiaNews – il governo da parte sua continua a rimandare la decisione di assegnare ai cristiani di Kathmandu un terreno di sepoltura dopo che due anni fa ha vietato alle minoranze confessionali la celebrazione di riti funebri nelle vicinanze del tempio indu di Pashupatinath, a Kathmandu, al fine di preservare la sacralità del suolo circostante. Da allora la comunità cristiana e le altre minoranze religiose della valle di Kathmandu sono costrette a celebrare i riti funebri in terreni non consacrati. Temendo che le tombe vengano profanate da fanatici induisti, scelgono inoltre luoghi nascosti nelle foreste o vicino ai fiumi. Già nel 2011 la comunità cristiana aveva indetto per protesta uno sciopero della fame protrattosi per 39 giorni. Se non otterranno un terreno su cui edificare il cimitero, nei prossimi mesi i cristiani intendono lanciare una campagna di proteste a livello nazionale.

In Pakistan ancora una volta a subire minacce e violenze è una famiglia cristiana. Le vittime sono Martha Masih Bibi, una vedova, e le sue tre figlie. Martha, cristiana, era la moglie di Muhammad Sadiq, un islamico. Molto devoto e al tempo stesso convinto sostenitore del diritto alla libertà religiosa, Muhammad aveva rifiutato di costringere la moglie a convertirsi all’islam, come pretendeva la sua famiglia contraria all’unione con una “miscredente”, e non si era opposto alla scelta di fede delle figlie, tutte e tre cristiane, resistendo alle pressioni e alle intimidazioni dei parenti. Ora che è deceduto, i suoi familiari hanno giurato di uccidere le quattro donne infedeli. Dopo che una delle figlie, minacciata dagli zii, è fuggita di casa insieme al marito, Martha ha deciso di chiedere protezione ad alcune organizzazioni che difendono i diritti umani, tra cui la Masihi Foundation. I loro legali hanno sporto denuncia e chiesto protezione per la famiglia. In Pakistan il 97% della popolazione è di fede islamica. I cristiani sono l’1,6%.

Una nuova ondata di violenze contro i cristiani si sta verificando nello stato di Karnataka, nell’India sud-occidentale, dove è forte l’influenza del Bharatiya Janata Party, il partito degli ultranazionalisti indu, sconfitto alle legislative di maggio dall’Indian National Congress dopo cinque anni al potere durante i quali la stessa polizia è stata contaminata dal radicalismo. Il 3 settembre AsiaNews ha raccolto la preoccupante testimonianza di Sajan George, presidente del Global Council of Indian Christians, secondo cui nel solo mese di agosto si sono verificati almeno tre gravi incidenti. Il 3 alcune decine di estremisti induisti hanno aggredito Somashekarwas e la moglie Kusumabhai, cristiani evangelici del distretto di Bijapur, mentre erano in visita a dei vicini, li hanno trascinati fuori casa, li hanno picchiati e insultati per costringerli a riconvertirsi all’induismo oppure a lasciare il loro villaggio. Entrambi erano infatti di fede induista, ma si sono convertiti al cristianesimo e ora svolgono attività di evangelizzazione. Gli estremisti li hanno inoltre denunciati accusandoli di “conversioni forzate” al cristianesimo.

L’11 agosto degli ultranazionalisti hanno attaccato la chiesa pentecostale del reverendo Paramajyothi, nel distretto di Chitradurga, mentre era in corso una funzione. Il religioso, che si occupa delle comunità cristiane in 15 villaggi del distretto, è stato portato fuori dell’edificio, svestito e picchiato selvaggiamente e ha riportato diverse ferite e la rottura di tre denti. Anche a lui è stato ingiunto di lasciare il villaggio in cui vive entro una settimana.

L’ultima vittima è Doddamma, una donna di fede induista convertitasi al cristianesimo insieme alla figlia tre anni fa. Adesso Doddamma è un membro attivo della Chiesa pentecostale del distretto di Chikumagalur in cui abita. Il 18 agosto un gruppo di estremisti ha fatto irruzione in casa sua domandandole chi la avesse autorizzata a predicare la fede cristiana. Poi l’hanno portata insieme alla figlia in un vicino tempio indu e lì hanno ingiunto alle due donne di riconvertirsi all’induismo. Al loro rifiuto, le hanno picchiate duramente e poi hanno saccheggiato e distrutto la loro casa.