• COPPA DEL MONDO

I brasiliani danno un calcio ai Mondiali

Un anno di proteste, 27 morti e 300 feriti. A meno di due settimane dal calcio di inizio dei Mondiali del Brasile, le manifestazioni massicce e gli scioperi minacciano di rovinare la festa. Perché il governo ha speso veramente troppo.

Manifestazione contro la Fifa

Dopo i No Global e i No Tav aspettiamoci un altro movimento mondiale del “No”: il No Mondiale. Non stiamo parlando di un movimento contro il “mondialismo” astratto, ma proprio contro il Mondiale di Calcio, il campionato più atteso e gettonato del mondo. Perché a meno di due settimane dal calcio di inizio, in Brasile si respira ancora un’aria da guerra civile.

La grande protesta di massa contro l’aumento delle tariffe (per coprire l’immensa spesa dell’evento calcistico) era partita l’anno scorso. Lungi dall’affievolirsi col tempo, si è prolungata per un anno intero, lasciando sul terreno, complessivamente, 27 morti e più di 300 feriti. Il 15 maggio scorso, scioperi generali di intere categorie, fra cui alcuni sindacati della polizia, conducenti dei mezzi pubblici, spazzini e insegnanti, sono stati sostenuti da altre manifestazioni di massa in 50 città, fra cui Rio de Janeiro e Sao Paulo. I peggiori disordini si sono verificati a Recife, nel Nordest del Paese, dove ha prevalso il caos, con supermercati e negozi saccheggiati e ben sette delitti in un solo giorno. Una folla indignata a Sao Paulo puntava il dito sullo stadio di Itaquerao, rimasto incompleto, pur essendo costato un pozzo di soldi pubblici. In quest’ultima settimana hanno protestato gli indios: i loro rappresentanti lamentano una scarsa attenzione ai loro problemi economici, da parte di un governo attento solo ai Mondiali di calcio.

La corruzione, le tangenti, la speculazione sulla costruzione delle infrastrutture sono le cause dell’indignazione generale nel Paese. Il problema è che i Mondiali brasiliani sono diventati i più costosi del mondo: l’equivalente di 14 miliardi di dollari, più del doppio di quello che, finora, era stato il campionato più costoso, il Mondiale in Germania (6 miliardi di dollari). Lo stadio di Mane Garrincha, nella capitale Brasilia, è costato 900 milioni di dollari, il triplo rispetto al previsto. A Sao Paulo una folla di manifestanti rimasti senza casa per via dell’aumento dei canoni d’affitto, ha occupato l’Arena Corinthians, costata 450 milioni di dollari. Alle “vittime” del caro affitti, si uniscono anche le vittime (senza virgolette) degli sfrattati coatti dalle favelas, rase al suolo ovunque servisse costruire le nuove infrastrutture. E nonostante tutto i reporter che sono già in Brasile per sopralluoghi, denunciano già carenze molto gravi

Insegnanti, spazzini, autisti di autobus e poliziotti non sono categorie che solitamente si dedicano alla rivoluzione. La loro protesta è frutto dell’esasperazione e di una promessa tradita: quella di un governo “per il popolo”, fatta dall’ex presidente Lula e ora ribadita da Dilma Rousseff. L’attuale presidente, con un passato di rivoluzionaria marxista, incarcerata e torturata quando il Paese era governato dai militari, adesso deve rispolverare un vecchio decreto (emesso dai militari) per conferire poteri straordinari alle forze dell’ordine. Deve affiancare la polizia con corpi dell’esercito regolare e della guardia nazionale, per evitare che le proteste dei ceti più poveri rovinino l’immagine internazionale del Paese. Pur di evitare una figuraccia, il suo governo spende 1 miliardo di dollari (in più rispetto ai 14 miliardi del Mondiale) per equipaggiare 170mila uomini e donne delle forze di sicurezza, dotati di droni militari israeliani, robot statunitensi, consiglieri dei corpi di polizia anti-sommossa francesi e specialisti dell’Fbi. Un buon mondiale e una possibile vittoria della nazionale brasiliana in casa, potrebbero essere un volano per gli investimenti. Abbiamo dunque un governo socialista che reprime il popolo per favorire la finanza, giusto per usare un linguaggio da retorica no-global: una bella nemesi per il socialismo di Lula e della Rousseff.

La rabbia popolare si rivolge anche contro la stessa Fifa, la federazione mondiale del calcio organizzatrice del campionato. A gettare il cerino è stato anche l’ex campione (e attuale parlamentare) brasiliano Romario: «Non possiamo attenderci nulla dalla Fifa, dove abbiamo un mestatore di nome Valcke e un ladro corrotto figlio di p... di nome Blatter». Sono parole da querela immediata, pronunciate in pubblico e regolarmente riportate dai media brasiliani. “Fifa torna a casa!” si legge nei cartelli dei manifestanti, assieme al sempre più popolare e diffuso slogan: “Non ci sarà nessuna Coppa del Mondo”.

Proprio la percezione di una lotta popolare contro un evento internazionale, fa proliferare i manifestanti a tempo pieno. In Brasile, secondo la stampa progressista (come il quotidiano statunitense The Daily Beast), sta nascendo “una nuova forma di democrazia”. Ed è qui il problema che ci terremo ancora per un pezzo, quale conseguenza di lungo periodo, perché di queste “nuove forme di democrazia” diretta, fondata sui social network e facilmente esportabili, ne abbiamo già viste tante in azione, da Occupy Wall Street agli Indignados, dalle Femen fino ai nostri No Tav. Si tratta sempre di gruppi e gruppuscoli che nascono da problemi autentici locali, ma poi proliferano ovunque, contagiano ogni piazza, raccattano estremisti di ogni colore e alla fine perdono il loro significato originario. Nelle piazze del Brasile e sul Web iniziano a proliferare gruppi e gruppuscoli anti-Mondiale, formati da giornalisti, artisti, militanti a tempo pieno. Nell’era dei social network sorgerà presto anche a casa nostra un movimento contro il grande calcio internazionale? Niente di più probabile. Si dice sempre che l’Italia sia la patria del calcio e dunque una protesta contro un torneo internazionale parrebbe impossibile. Ma anche il Brasile è una terra calcistica, più ancora che l’Italia. Eppure …

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