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Governo contro regioni. Speranza che le cose cambino

L'ordine dato all'ultimo minuto dal ministro Speranza per la chiusura delle piste da sci è un brutto segnale di continuità con il precedente governo. Ma la presenza di ministri sensibili agli interessi delle regioni del Nord, come Giorgetti allo Sviluppo economico, Garavaglia al Turismo e la Gelmini agli Affari regionali fa sperare in un cambiamento

Roberto Speranza

Che il Festival della virologia a reti unificate potesse cessare come per incanto una volta sostituito il governo Conte erano in pochissimi a crederlo. Infatti, alla vigilia del voto di fiducia in Parlamento al nuovo esecutivo Draghi, già impazzano le polemiche sulla possibilità di un inasprimento delle misure restrittive per fronteggiare la variante inglese del Covid.

Se le dichiarazioni di Patrizio Bianchi (Istruzione) favorevole al rientro in classe degli studenti, sembrano indicare un cambio di passo nelle strategie di contrasto al virus e un’accelerazione verso il tanto agognato ritorno alla normalità, la gestione dell’emergenza sanitaria, riaffidata al Ministro della salute, Roberto Speranza, pare ancora avvitata su devastanti lockdown e sulle contrapposizioni tra immunologi, virologi e altri membri della comunità scientifica.

La Presidenza del Consiglio ha fatto sapere in modo più o meno ufficiale che il premier ha approvato il provvedimento firmato domenica sera dal Ministro della salute per prorogare il blocco delle piste da sci fino al 5 marzo: non un bel segnale, visto che intere categorie di cittadini si attendono una netta discontinuità con le politiche seguite finora dal governo Conte in materia di restrizioni delle libertà personali.

Dal punto di vista strettamente politico, però, ci sono alcuni indizi che lasciano ben sperare. Anzitutto l’affidamento a ministri del nord (ben 9 i lombardi) di alcuni dicasteri chiave come lo Sviluppo economico al leghista Giancarlo Giorgetti e il turismo al leghista Massimo Garavaglia, da sempre sensibili alle istanze del mondo delle piccole e medie imprese e quindi straordinariamente proiettati verso le riaperture delle attività produttive e commerciali come volano per la ripartenza del sistema Paese.

Non a caso ieri Garavaglia ha subito attaccato il governo di cui fa parte, criticando la decisione di Speranza di bloccare all’ultimo minuto gli impianti sciistici, che ha danneggiato non poco i gestori delle piste, gli albergatori, i ristoratori delle località di montagna e tutti gli operatori del turismo di montagna. Il Presidente della Regione Lombardia è stato durissimo e ha sottolineato come non bastino più i ristori per risarcire i titolari delle attività chiuse e che avevano già sostenuto i costi per riaprire, a partire da ieri, piste da sci, hotel, ristoranti: ci vogliono veri e propri risarcimenti danni.

"Il Governo riveda modalità e tempi con cui si decidono i cambiamenti di colore e le riaperture, così è schizofrenico e non va nella direzione di contrastare efficacemente epidemia", ha detto Fontana che, con il collega governatore del Piemonte, Alberto Cirio ha incontrato i gestori degli impianti sciistici. "Abbiamo ascoltato il grido di dolore di tanti operatori dei sindaci e dei rappresentanti delle Comunità montane. Ci hanno espresso la loro angoscia e disillusione perché questo può essere davvero un colpo decisivo per le sorti di tanti comprensori", ha aggiunto Fontana. "La contestazione principale - ha chiarito - è anzitutto al metodo. Meno di una settimana fa il Cts aveva dato il via libera alla riapertura degli impianti, i gestori si erano attrezzati e noi avevamo emesso un'ordinanza per riprendere le attività sciistiche nel rispetto delle regole concordate fra Regioni, Governo e Cts. La nostra, in particolare, prevedeva riaperture al 30%. Purtroppo all'ultimo momento è arrivata questa doccia gelata che ha bloccato la ripartenza. Da parte di tutti si sono sollevate una serie di richieste, di ristori e di risarcimenti del danno". Le regioni, soprattutto quelle del nord, quindi, sono già sul piede di guerra e non intendono continuare ad accettare il rigore delle misure restrittive anti-covid, delle quali denunciano i danni incalcolabili, non solo dal punto di vista psichico ma anche socio-economico. 

Un altro elemento che può aprire un varco alla speranza è la nomina di Mariastella Gelmini, di Forza Italia, al Ministero degli affari regionali. A prescindere dalla sua collocazione partitica, la Gelmini è stata al fianco di Roberto Maroni e dei governanti lombardi che promossero il referendum consultivo dell’ottobre 2017 per chiedere l’autonomia differenziata e quindi una maggiore libertà delle regioni nella gestione delle risorse, in particolare in alcuni settori considerati strategici per lo sviluppo. Analoga consultazione si era svolta contestualmente nel Veneto di Luca Zaia e aveva visto la netta prevalenza dei si, come in Lombardia.

Se nel Conte bis la figura di Francesco Boccia, esponente del Pd, era spesso apparsa divisiva nel rapporto con le regioni e di supporto alla linea pro-lockdown di Speranza, oggi nel governo Draghi la Gelmini potrebbe favorire una certa discontinuità e un rilancio del disegno federalista e autonomista, con una maggiore attenzione verso le istanze delle regioni. Molti contrasti Stato-regioni si erano spesso conclusi con diktat ingiustificabili da parte dell’esecutivo Conte bis, mentre oggi la figura della Gelmini, lombarda e sensibili ai temi del regionalismo, potrebbe consentire un riequilibrio dei rapporti nella direzione di una maggiore autonomizzazione dei processi decisionali, anche in materia di Covid. Già stiamo assistendo, sul versante delle vaccinazioni, a tante iniziative di singole regioni interessate a uscire prima possibile dal rischio contagio al fine di non bruciarsi anche la prossima stagione estiva. Potrebbe quindi essere un evento tragico come quello della pandemia a favorire il rilancio del disegno autonomista, consentendo alle regioni di valorizzare le specificità dei singoli territori e la creatività delle comunità, attuando finalmente anche il principio della sussidiarietà, sempre sbandierato ai quattro venti ma puntualmente disatteso.