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Gli scontri in Albania allarmano anche l'Italia

Il premier Sali Berisha parla di tentativo colpo di Stato, ma la piazza chiede le sue dimissioni.

Berisha
Si aggrava la crisi in Albania dopo la morte di tre manifestanti negli scontri di venerdì 21 gennaio, e cresce la preoccupazione nella regione per le eventuali conseguenze.

Il governo, guidato dal Partito democratico (Pd) di Sali Berisha [nella foto] difende l’operato della Guardia repubblicana, che ha sparato sulla folla venerdì, e parla di un tentativo di golpe. Dall’altra parte il Partito Socialista (Ps) di Edi Rama, che è anche il sindaco di Tirana, non molla e chiede le dimissioni del governo. Un ulteriore drammatico sviluppo è venuto dal rifiuto della polizia di arrestare sei leader della Guardia repubblicana ritenuti responsabili dell’omicidio dei tre civili, su un mandato emesso dalla Procura della Repubblica. Non solo, il premier Berisha se l’è presa proprio con il Procuratore capo, Ina Rama, accusata di “essersi apertamente schierata con l’opposizione”. “In queste condizioni – ha annunciato Berisha – va istituita una commissione parlamentare d’inchiesta sul fallito colpo di stato”.


La manifestazione di venerdì era stata organizzata dal Partito Socialista all’indomani delle dimissioni di un vice-primo ministro accusato di corruzione. Ventimila persone si erano radunate all’esterno degli edifici governativi per chiedere le dimissioni del governo Berisha, che oltre che per la corruzione è accusato anche di brogli alle ultime elezioni del 2009. La manifestazione è ben presto degenerata in scontri con un migliaio di poliziotti a difesa degli edifici, fin quando dai tetti alcune Guardie repubblicane hanno fatto fuoco sulla folla uccidendo tre manifestanti. In un primo momento, il premier Berisha aveva accusato i socialisti della morte, ma poi le immagini di una tv hanno chiarito in modo inequivocabile che a sparare erano state le guardie repubblicane.


Quanto sta avvenendo ha subito riportato alla mente il caos in cui sprofondò l’Albania nel 1997, in conseguenza del quale intervenne nel Paese una forza multinazionale dell’Onu a guida italiana.
In questo caso, gli incidenti riguardano per ora solo Tirana, ma non sono per questo meno pericolosi.

L’Albania è infatti culturalmente ed etnicamente divisa tra il nord, abitato dagli albanesi Gheg e roccaforte elettorale del Partito democratico, e il sud, abitato dagli albanesi Tosk, che invece è tutto per i socialisti. Tirana è nel mezzo e potrebbe diventare il classico campo di battaglia per le due fazioni che sono divise non soltanto geograficamente, ma anche culturalmente e storicamente. Mentre il sud era integrato nell’Impero ottomano, il nord – che mantiene ancora una forte struttura clanica -  guidava invece la resistenza. I Gheg considerano perciò i Tosk dei traditori della loro cultura e si sentono molto più legati agli albanesi del Kosovo e della Macedonia. I Tosk a loro volta, considerano i Gheg arretrati e teste calde.

La tensione in Albania ha comunque diverse implicazioni regionali. Anzitutto il timore per le situazioni dei Paesi confinanti: la Macedonia già vive una tensione con la minoranza albanese, e gli albanesi del Kosovo hanno ancora aperto il contenzioso con la Serbia per la propria indipendenza.
In secondo luogo, Italia e Grecia non hanno dimenticato cosa abbia voluto dire il caos del 1997 in termini di afflusso di immigrati dalle coste albanesi. L’Italia, da allora, è diventata il più importante partner commerciale dell’Albania, dove operano centinaia di imprenditori italiani, che ora temono per il futuro delle proprie imprese.

Infine non si deve dimenticare che in Albania è fortissimo il potere della criminalità organizzata, tanto che dalle polizie europee, quella albanese viene considerata la seconda più potente dopo la mafia russa. I mesi di anarchia nel 1997 furono anche l’occasione per svuotare gli arsenali dell’esercito albanese a favore dei gruppi criminali locali, che le rigirarono in parte sul mercato internazionale e in parte ai separatisti del Kosovo Liberation Army (KLA) che combatteva contro il governo di Belgrado. Fu quello un episodio decisivo che permise al KLA di tenere testa alle forze serbe, finché ci fu l’intervento della Nato contro Belgrado nel 1999, a cui è seguita nel 2008 la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo. Un'altra situazione di disordine e instabilità non può che fare il gioco della criminalità organizzata, con conseguenze imprevedibili.