• 30 GENNAIO

Genitori, bambini e due milioni di amici per un ideale comune.

A riempire di due milioni di persone la spianata romana del Circo Massimo c'erano mamme, papà, bambini, nonni, giovani provenienti da tutta Italia. Sono gli stessi, raddoppiati di numero, che il 20 giugno 2015 avevano invaso piazza San Giovanni lasciando esterrefatta sia la stampa sia i vertici della Chiesa.

SCOOP DI SKY: AL CIRCO MASSIMO NON C'ERA NESSUNO di Andrea Zambrano

- CIRCO MINIMO, di Berlicche

Immagini dal Family Day al Circo Massimo

#LoveIsLove è il tormentone che da oltre due anni a questa parte ha invaso i media mondiali. Eppure, bastava immergersi nella folla accorsa al Circo Massimo di Roma in occasione del Family Day contro il ddl Cirinnà sulle unioni civili per capire che l'amore non ha nulla a che fare con l’istinto rivendicato come diritto per legittimare qualsiasi tipo di unione. Sabato scorso a riempire di due milioni di persone la spianata romana c'erano mamme, papà, bambini, nonni, giovani provenienti da tutta Italia. Sono gli stessi, raddoppiati di numero, che il 20 giugno 2015, di fronte all'introduzione del disegno di legge alla Camera avevano invaso piazza San Giovanni lasciando esterrefatta sia la stampa sia i vertici della Chiesa. ?

Anche questa volta sono accorsi, ma meno euforici di allora. Parevano più stanchi e pallidi per il secondo viaggio che per tanti è durato tutta notte. Le speranze e le apprensioni che da sempre albergano nel cuore di chi ama qualcosa o qualcuno apparivano con più enfasi sui loro volti. Esserci ancora è stato uno sforzo fisco ed economico ulteriore, nel pieno di una battaglia che con il passare del tempo sostituisce l'eccitazione al giudizio. C'era chi si è rincontrato e si abbracciava grato di non essere solo, chi assonnato veniva sollevato alla vista dell'amico che magari non vedeva da mesi. E così mentre proclamavano che l'amore vero è sacrificio, lo imparavano incarnandolo: c'era chi seduto in attesa dell'inizio della manifestazione posava il capo su una spalla amica. Chi pregava il rosario in gruppo benedicendo il pranzo al sacco da condividere con gli altri. C'era chi si aiutava a reggere i cartelli contro la legge, mentre un gruppo di persone distribuiva gratuitamente i giornali della piccola stampa amica.

«Ma si conoscono tutti mamma?», chiedeva un bambino. E c’era da commuoversi, perché la risposta era «sì, siamo tutti amici». È vero e si capiva che, almeno come impeto, quella gente darebbe la vita l'uno per l'altro. Molti di loro fino a due anni fa non si conoscevano nemmeno, eppure parevano membra dello stesso corpo. Non è vero allora che il popolo del Family Day è un miracolo improvvisato di animi finora inconsapevoli di essere mossi da uno stesso ideale. Chi ne fa parte sa che questo evento è stato il frutto di un lavoro silenziato dalla grande stampa, ma che dall'estate del 2013, di fronte all'introduzione del ddl Scalfarotto, che sanciva l'avanzata dell'ideologia gender nel paese, ha vegliato continuamente in centinaia di piazze italiane, ha girato convegni, Comuni, oratori, associazioni da Nord a Sud Italia, senza sponsor né lobby alle spalle, per smascherare un pericolo che avanzava in sordina e per affermare il legame alla realtà, e per chi crede al suo Creatore, che chi detiene il potere vuole recidere. 

Tante mogli hanno agito nel nascondimento accudendo i figli e lasciando che i mariti combattessero la buona battaglia. Tanti hanno provato a dire la verità sull'amore di fonte ai compagni di scuola o di università a prezzo dell'incomprensione. Ci sono giornalisti che hanno scritto contro la mentalità dominante dei colleghi, amministratori comunali che hanno provato ad arginare la deriva a costo del disprezzo. Diversi conventi hanno pregato e addirittura contribuito alle spese del viaggio di qualcuno, mentre semplici sacerdoti sostenevano i laici. Infine, dietro il successo del Family Day ci sono migliaia e migliaia di ore pregate da centinaia di persone che attraverso il passa parola hanno aderito alla proposta di vegliare almeno un'ora a testa per la conversione dell'Italia e supplicando lo Spirito di ispirare chi si è assunto la responsabilità di farsi volto pubblico di questo popolo. 

Tutto questo ha generato una rete di amicizia, per cui non si percepiva discontinuità fra i membri del comitato “Difendiamo i nostri figli”, promotore dell'evento, che parlavano dal palco dichiarando, come Mario Adinolfi, che il ddl è inaccettabile e chi da sotto lo incoraggiava a non cedere a compromessi così: «No al ddl Cirinnà anche senza adozioni». Perché come ha ricordato l’avvocato Simone Pillon, «queste leggi servono solo a lasciare l'uomo più solo", in preda a quel sentimento che, assolutizzato, impedisce legami stabili. Pensando ai volti in piazza cresce la gratitudine di far parte di un popolo e il desiderio di sacrificarsi per costruirlo e difenderlo, mentre risuona l’appello a chi è ostile dell’avvocato Gianfranco Amato: «Non perderti, esiste un Dio tenero e misericordioso che ti ama». 

La giornalista e scrittrice Costanza Miriano ha poi ricordato l'origine della rivoluzione dell’amore come antidoto al possesso, tradito da un’Europa che ha rinnegato le sue radici cristiane: «La verità dell'uomo è Cristo, anche per chi non lo ha conosciuto e noi abbiamo la responsabilità di annunciarlo». Perché questo amore sia negato nel rapporto fisico tra persone dello stesso sesso, motivo per cui la piazza non può accettare alcun compromesso legislativo, lo ha spiegato il portavoce del comitato, Massimo Gandolfini, che parlando a braccio pareva immedesimarsi con il cuore dei presenti: «Amore è capacità di spendersi e donarsi per un altro, a tal punto che nasce una vita umana e ciò ha bisogno della fusione dei corpi, tramite cui diventiamo partecipi della creazione di Dio». E se l'amore non è dono anche la prole diventa possesso, svelando che la legalizzazione delle unioni civili, prima poi, non può che portare alla "pratica abominevole dell'utero in affitto", menzionata dal direttore di ProVita Toni Brandi.

Alle fine dell’evento, dopo l'abbraccio fra la piazza e il palcoscenico, la folla si apprestava a tornare verso pullman e treni. Alcuni prima di partire hanno fatto tappa nella chiesa vicina di santa Anastasia, in cui era esposto il Santissimo: è, lì, in ginocchio di fronte al corpo di chi ha sacrificato la vita per salvare anche quanti lo respingevano che hanno ricompresso l'origine di quel corpo in cui erano immersi fino poco fa. Il corpo in cui l'emozione fugace lascia spazio al dono stabile di sé, quello che anche l'uomo più ribelle, che conosce solo l'egoismo del possesso, in fondo al cuore desidera. Quello che dopo 24 ore di viaggio rendeva le facce esauste e vicine così belle, liete e sempre più consapevoli della vita come compito.

di Benedetta Frigerio