Ferrara sguaina la spada. C'era una volta un ateo devoto
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Ferrara teorizza la repressione nei confronti di chi, democraticamente, ha preso il potere. E impone il totalitarismo della democrazia, disconoscendo il cammino da ateo devoto che lo portò a dialogare nel segno del discorso di Ratisbona che lo aveva folgorato.
Che cosa intende Giuliano Ferrara nel suo editoriale di ieri quando afferma che “la democrazia si difende con la forza e con la spada”? Alle palinodie dell’Elefantino eravamo abituati ormai da tempo, ma leggere che di fronte ai mali del mondo serve più forza per difendere la Costituzione e la democrazia, fa pensare e allargare le braccia al motto di: “Come se semo ridotti”.
I mali di Ferrara sarebbero poi i suoi nemici personali messi in fila nella sua personale classifica, che vede in cima l’onnipresente nei suoi pensieri Trump, ma da ieri al secondo posto la minaccia “nazistyle” rappresentata da Afd. Mali che – comunque la si guardi – sono democraticissimi, nel senso che sono usciti dalle urne del voto libero di elettori stanchi e disincantati che oggi si vuole dipingere come rozzi, ignoranti e analfabeti della democrazia.
E allora che fare? Servono forza e spada per opporsi al miscuglio indistinguibile – per lui – che passa dall’autocrate americano al generale Vannacci-Catenacci passando per quei “puzzoni” dell’Afd fino al generale Mladic, celebrato in Patria. Tutto indistinto come una nebulosa vaga del male senza alcun distinguo. E allora spada e forza, forza e spada.
Il che significa forse mettere al bando - con la violenza se è il caso - chi ha abusato della pazienza democratica per fini non convenzionali? Il che significa anche mettere alla stanga o alla sbarra l’oppositore politico di turno che sì ha usato la democrazia, ma l’ha fatto per idee che non si possono condividere, siano esse l’America first o il nuovo babau della remigrazione o il candidato rumeno sgradito alle tecnocrazie europee?
Questo però è il modo migliore per fargli teorizzare che “quando non imponi il tuo potere democratico e non fai rispettare le sue regole e il suo spirito con qualcosa di diverso e più solido del proceduralismo e dello stato di diritto giuridico, allora devi aspettarti che l’uomo forte, il baro inveterato sopravanzi e batta in breccia la democrazia debole, corretta, garantista ma impotente”.
Al di là dell’ipotattica prosa sempre forbita dell’Elefantino, significa terra terra che la democrazia, il diritto e le regole non valgono se l’avversario politico è chi vince le elezioni con idee non convenzionali e pericolose come l’euroscetticismo e il sovranismo. “Che roba, contessa…”, direbbero i cantori della sua gioventù stalinista. La quale si ritrova nella chiusa di un articolo che lascia di stucco se si pensa che a scriverlo è una delle teste (un tempo) più libere e fantasiose del nostro piccolo mondo: “La democrazia senza la forza, senza la spada, è un flebile sussurro di generazioni invecchiate contro la gagliarda, tostissima, insurrezione delle masse”.
Oibò, contro quei plebei che votano l’uomo nero, secondo Ferrara le democrazie odierne sono molli e sciatte, ma dovrebbero usare la forza per contrastare queste masse, questi plebei che votano di pancia e non secondo convenzione. Il pane? L’energia? Il diesel alle stelle, le guerre di cui siamo spettatori in prima fila che si prendono in faccia gli schizzi di sangue altrui, non ci fanno male quanto vedere che il popolo andrebbe rieducato come si deve secondo strumenti che la democrazia deve sguainare dal fodero del suo imbelle armamentario di difesa.
Da dove viene questa voglia di repressione, questa caccia al dissidente di cui Ferrara si fa interprete sempre più sguaiato, ma sincero? Viene dal suo passato remoto stalinista, non certo da quel suo passato prossimo durato giusto il tempo di infatuarsi per disilludersi e fatto di ateismo devoto o devotismo ateo. Un passato recente, in termini di calendario, ma certo distante anni luce dal Giuliano Ferrara di oggi; un passato che per un tratto della sua vita fece dell’allora direttore del Foglio un interlocutore privilegiato di un cattolicesimo che prima di Bergoglio aveva coltivato l’idea di potersi permettere il lusso di un compagno di viaggio così diverso. Laicità e impegno, fede e ragione, potere e servizio, testimonianza e azione, liturgia e carità. Binomi vincenti.
Anni ruggenti, ricorderete, nei quali addirittura una pattuglia di disincantati e utopisti, guardando la sua trasformazione filosofica, politica, pensò con entusiasmo addirittura di avere a che fare con un, non diciamo Jean Guitton redivivo, ma almeno un Maritain ripresentatosi sotto nuove forme, capace di discutere da pari a pari con cardinali in procinto di diventare Papi e pensatori cattolici disposti al pur necessario miglio percorso insieme. Anni di conferenze e dialoghi, anni di articoli, anni spesi a difendere il pensiero di Ratzinger massacrato in quel di Ratisbona che lo fece, lui, ex giovane della gioventù comunista e poi socialista rampante, primo zuavo pontificio alla difesa del Papa che sapeva coniugare la fede e la ragione così bene da saper distinguere nel relativismo etico il nuovo paradigma del male contemporaneo.
Anni di 8 e mezzo, anni di liste Aborto no grazie, fallimentari esperienze dentro l’urna elettorale, ma entusiasmanti in redivivi attacchini cattolici di manifesti dai tempi del ’48 nella più inutile e entusiasmante battaglia per la libertà e la verità che molti abbiano conosciuto.
Anni di dialogo, che Ferrara portava avanti con la disponibilità e la curiosità ingenua dei bambini, sempre però sulla soglia di una conversione che alla fine non arrivò mai, ma che si intravedeva nell’amicizia con chi lo aveva accolto per quel tratto di strada.
Poi, inevitabile, il tempo lascia le ferite e per chi non ha mai fatto il grande salto, il disincanto lascia il posto al reflusso vero e proprio. Così Ferrara, tornato nei ranghi del suo mondo laicista e perbenista, ha ripreso le sue scorribande libere, ma borghesi teorizzando una distanza sempre più marcata da quel mondo, cattolico e forse non servo di nessuno perché referente di un solo padrone, che lo aveva così tanto affascinato.
Che lo hanno portato fin qui, a teorizzare di usare la violenza di “forza e spada” contro chi non la pensa come lui, come il sistema impone e come le anime belle europeiste comandano. Il che è proprio il contrario del messaggio di Ratisbona, laddove la fede si fa violenza per imporre. Senza perdere mai la foga, ma non accorgendosi che il “totalitarismo subdolo delle democrazie in cui i diritti dei deboli vengono legalmente calpestati” che Giovanni Paolo II denunciava, è già qui. E ha cantori insospettabili.


