• CRISI EGIZIANA

Egitto, arrivano i qaedisti. Rischio di una Libia bis

Nella crisi egiziana si infiltrano i quaedisti. Il sunnita Youssef al-Qaradawi ha lanciato una una fatwa per sostenere Morsi, ma assomiglia più alla proclamazione di un jihad da parte del clero contro militari, laici e cristiani.

Youssef al-Qaradawi

Nella crisi egiziana ormai a un passo dalla guerra civile si infiltrano i quaedisti seguendo un copione di infiltrazione nelle “primavere arabe” già emerso in Libia e Siria. Il nuovo gruppo islamico egiziano, la cui costituzione è stata annunciata sabato, si chiama Ansar al-Sharia, lo stesso nome del movimento jihadista libico attivo in Cirenaica e che secondo i servizi segreti di Tripoli era sostenuto dai Fratelli Musulmani egiziani e dallo stesso Mohamed Morsi. Ansar el-Sharia, apparso in un forum online di militanti del Sinai, annuncia  che il golpe militare, la chiusura dei canali televisivi e la morte di manifestanti islamici sono ''una dichiarazione di guerra contro l'islam in Egitto''. Il gruppo accusa degli eventi laici, sostenitori di Mubarak, cristiani copti, forze di sicurezza e comandanti militari. Costoro secondo Ansar al-Sharia hanno trasformato il paese in un ''crociato, un laico fanatico''. Il gruppo condanna la democrazia e sostiene l’applicazione della legge islamica, acquisterà armi e addestrerà musulmani per permettere loro di “dissuadere gli assalitori, preservare la religione e rafforzare la legge di Dio”.

La nuova organizzazione sembra trovare le sue radici in quel Sinai ribelle da tempo al Cairo nel quale le tribù beduine trafficano armi verso Gaza e hanno dato appoggio ai gruppi estremisti islamici legati alle cellule di al-Qaeda da tempo insediatisi nel territorio palestinese con il consenso di Hamas, movimento legato anche ideologicamente ai Fratelli Musulmani. Non è un caso che uno dei primi provvedimenti dei militari golpisti sia stato la “blindatura” dei confini con Gaza ” con reparti corazzati così come non è casuale neppure che proprio il Sinai sia diventata una delle aree più calde nei disordini che in questi giorni interessano l’Egitto con l’uccisione di 5 militari e l’attentato contro il gasdotto che rifornisce Israele e Giordania. Le motivazioni religiosa e politica si fondono e si confondono nell’insurrezione islamista che si sta configurando. Ieri il religioso sunnita Youssef al-Qaradawi, il noto predicatore estremista “star” di al Jazeear e vicino ai Fratelli Musulmani, ha lanciato una fatwa per sostenere il presidente egiziano deposto Mohamed Morsi.

Qaradawi, capo del Consiglio europeo della fatwa e della ricerca, dal Qatar ha esortato gli egiziani a sostenere Morsi e ha chiesto il ritiro dell'esercito dalla scena politica. Il religioso ha aggiunto che buona parte dell'Università al-Azhar, la più importante istituzione accademica musulmana, è della stessa idea. Più che di una fatwa il proclama di Qaradawi assomiglia quindi alla proclamazione di un jihad da parte del clero contro militari, laici e cristiani d’Egitto. Un messaggio subito recepito con l’uccisione di un sacerdote copto, colpito da armi da fuoco in Sinai davanti alla chiesa a el Massaid, nei pressi di al Arish. Un omicidio che rientra negli schemi adottati dai gruppi jihadisti in Algeria, Nigeria, Malì, Libia, Iraq, Siria e in tutti i Paesi dove sono in atto insurrezioni islamiche.

La crisi egiziana contiene quindi già tutti gli elementi sufficienti a configurare scenari già ben conosciuti ma che in quel Paese avrebbero effetti devastanti e amplificati non solo perché l’Egitto è un punti di riferimento politico e culturale per tutto il Medio Oriente ma anche perché riveste una posizione strategica determinante e rappresenta la maggiore potenza militare araba. La deposizione del governo dei Fratelli Musulmani regolarmente eletto (brogli a parte) ricorda quanto accadde in Algeria nel 1992, quando i militari deposero l’esecutivo del Fronte Islamico di Salvezza che aveva vinto le elezioni l’anno prima scatenando una guerra civile che non è ancora terminata. L’arresto dei dirigenti dei Fratelli Musulmani da parte dei militari mirava a impedire che la leadership del partito si desse alla macchia e annunciasse il “jihad” ma il provvedimento potrebbe risultare insufficiente. I Fratelli Musulmani sono molto ben organizzati sul territorio, specie nelle campagne e nelle ampie e povere periferie urbane.

Le difficoltà del movimento dovute all’arresto di Morsi potrebbero inoltre favorire le azioni di gruppi ancora più radicali come i salafiti e i qaedisti creando un ampio fronte insurrezionale che coinvolgerebbe l’esercito in operazioni non dissimili da quelle effettuate per anni dagli algerini e in questi ultimi tempi dall’esercito di Bashar Assad in Siria.
Uno scenario di guerra nel quale verrebbe messa alla prova anche la tenuta delle forze egiziane. L’esercito è da sempre un baluardo di laicità e modernità ma 240 mila dei suoi 300 mila soldati sono di leva e provengono da ambienti sociali che includono anche i fans di salafiti e fratellanza islamica. La polizia e le forze di sicurezza paramilitari del Ministero degli Interni sono già state pesantemente infiltrate dai gruppi islamisti e infatti hanno avuto ruoli solo marginali nei recenti scontri. Superfluo aggiungere che un Egitto trasformato in una nuova Siria avrebbe un impatto devastante sull’Europa e sull’Italia infiammando ulteriormente il Mediterraneo e il Medio Oriente, determinando un forte aumento del prezzo del petrolio e mettendo a rischio la percorribilità del Canale di Suez dove un solo attentato di ampie proporzioni potrebbe bloccare i transiti per molto tempo.