• NERI I più COLPITI?

E la chiamano scienza: adesso il Covid è anche razzista

“Il Coronavirus è anche razzista: ha portato a disparità razziali tra bianchi e neri”. L'accusa arriva da prestigiose riviste sicentifiche come il New England Medical Journal e The Lancet secondo le quali bisogna parlare di razzismo strutturale perché il virus ha prodotto disparità razziali che hanno colpito le minoranza etniche. Ma così non si fa medicina, bensì impegno ideologico. In realtà ad essere coinvolto è il fattore sociale che riguarda le condizioni economiche, il livello di istruzione e la possibilità di accesso alle cure. E se si prendono a modello Stati a forte concentrazione afroamericana come la Louisiana il dato balza all'occhio. Infatti, basta andare in altri Paesi, come l'Italia, per scoprire che il razzismo non c'entra proprio nulla. 

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Sull’epidemia da coronavirus in questi mesi abbiamo letto davvero di tutto, ma mai avremmo pensato che il virus, oltre a essere quella minaccia globale che ci hanno raccontato, oltre ad essere un mostro per il quale non ci sono cure (secondo la vulgata ufficiale) e che sarà debellato esclusivamente da un vaccino (purchè non russo), fosse anche razzista. Lo hanno scritto - in curiosa simultaneità - due riviste mediche di grande peso: il New England Medical Journal e The Lancet.

“Quando parliamo di coronavirus dobbiamo usare la parola razzismo” hanno sentenziato negli Stati Uniti e in Inghilterra. Un’accusa pesantissima, che fa del coronavirus qualcosa di molto vicino al concetto di male assoluto. Il Covid-19, secondo le due riviste, non colpisce tutti allo stesso modo: fa delle disparità razziali.

Sono oltre quattro milioni e mezzo, al momento, i casi confermati di coronavirus negli Stati Uniti d’America. Non esistono censimenti certi e puntuali, dicono gli autori dellarticolo, ma molti di essi (quanti? Non è dato di sapere) sono afroamericani. L’articolo fa presupporre un metodo di indagine spannometrico se non peggio, privo di basi scientifiche, ma l’importante è cercare di correlare il Covid con il concetto di disparità razziali che colpiscono le minoranze etniche, e in particolare le comunità nere d’America.

L’editoriale del New England Journal of Medicine è diretto:
La pandemia da Covid-19 dimostra in maniera chiara quale possa essere la relazione fra il razzismo strutturale, i fattori di rischio sociale e la salute pubblica. I dati dai Centers for Disease Control and Prevention riguardanti il Covid-19 mostrano dati di infezione e mortalità con alte incidenze in specifiche regioni geografiche, scrive la rivista, come la Louisiana". D’altra parte si tratta di uno Stato con una elevata percentuale di popolazione afroamericana. Ma secondo il NEJM ci troviamo di fronte a “razzismo strutturale”: ovvero - secondo la rivista - “quelle modalità con cui le società alimentano la discriminazione tramite sistemi di disuguaglianza che si rinforzano a vicenda ha ricevuto scarsa attenzione negli studi pensati per valutare la salute della popolazione. Ma una meta-analisi di 293 studi a disposizione ha rivelato che il razzismo è significativamente associato in maniera diretta a uno stato peggiore di salute fisica e mentale”.

Quello che la rivista medica americana definisce “razzismo”, è in realtà un fattore ben noto da tempo, il fattore sociale, che riguarda persone di tutte le etnie e di tutti i colori. E’ il fattore che riguarda le condizioni economiche, il livello di istruzione, la possibilità di accesso alle cure. Mai però si era parlato di “razzismo”. Nemmeno per una malattia come la tubercolosi, il killer infettivo più mortale del mondo, che fa 1,5 milioni di persone morte all’anno (numeri da far impallidire il Covid)

Soprattutto in alcuni paesi del Sud-Est Asiatico e Africa. Nessuno ha mai parlato di razzismo. Si tratta di fattori di rischio ambientali, comportamentali, sociali. Nessuna delle morti per TBC è dovuta a discriminazioni razziali in quanto tali.  Così come nessuna delle morti per Covid. Ma come rispondendo ad una sorta di regia unica, alle accuse del New England Journal si sono aggiunte quelle del britannico Lancet: “Suggeriamo di usare la parola razzismo quando si parla delle disuguaglianze razziali relative alle infezioni da Covid-19”, scrivono dall’Inghilterra.

Troppo spesso riduciamo le disparità di razza a differenze di classe o a forze ignote. Dobbiamo riconoscere invece che per quanto riguarda il coronavirus i meccanismi del razzismo hanno contribuito a degli esiti molto diversi fra le minoranze etniche e i bianchi”.

Sarebbe interessante che questi esimi ricercatori venissero a dare un’occhiata in Italia. Qui, il numero delle persone extracomunitarie colpite dal Covid è stato bassissimo, tanto da aver suscitato a suo tempo alcuni ipotesi su una presunta maggior resistenza genetica delle persone africane. In realtà, la spiegazione del fenomeno italiano è semplicissima: il Coronavirus, come si è tentato in ogni modo di far capire, è una patologia pericolosa soprattutto a livello geriatrico. In Italia, l’età media delle persone di origine africana è molto bassa, essendo la maggioranza giovane e di recente immigrazione. In Paesi come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna invece esiste una popolazione anziana di colore che si ammala esattamente come quella bianca. Né più né meno.

Il Lancet invece afferma con convinzione che “il Covid-19 ha portato disparità razziali, prima per nulla affrontate, al centro del dibattito sia fra gli studiosi sia nel largo pubblico. Spetta a noi discutere queste vicende usando i linguaggi più costruttivi e appropriati per affrontare al meglio le disuguaglianze razziali nella salute fra le minoranze e i bianchi”.

E così abbiamo scoperto che il Covid è anche razzista, oltre che brutto e cattivo e invincibile. Un vero mostro. Abbiamo il perfetto destinatario della rabbia, della pubblica esecrazione. Abbiamo un perfetto capro espiatorio delle frustrazioni umane. Prendiamocela col Covid, non coi governi che praticano politiche sbagliate, con i sistemi sanitari che non hanno saputo affrontare al meglio il problema, con la disorganizzazione dell’OMS.

E’ sempre il New England Journal of Medicine a invocare un cambiamento in quelle che chiama “politiche che tengono in piedi il razzismo strutturale, abbattendo i compartimenti stagni e creando accordi multi-settore”.

Non si fa più nemmeno finta di fare Medicina: si fa solo impegno ideologico.

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