Dublinanti, tanto allarme per nulla. Non finiremo sommersi da emigranti
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La vera notizia è il Patto dell’Unione Europea sulla migrazione e l’asilo che cambia, inasprendolo, l'approccio all'immigrazione di massa. Ma i media parlano solo di "dublinanti", gli illegali restituiti all'Italia: meno di quanto si pensi.
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Il 12 giugno, dopo sei anni di confronti e discussioni, è entrato in vigore il Patto dell’Unione Europea sulla migrazione e l’asilo che definisce l’orientamento strategico dell’Ue per gli anni 2026-2031. In sintesi, l’Unione Europea con il nuovo accordo si propone di dotarsi di frontiere esterne più forti e sicure, di istituire procedure efficienti e uniformi di gestione dei flussi migratori illegali e di garantire un giusto equilibrio tra solidarietà e responsabilità tra i paesi membri affinché nessuno sia lasciato solo ad affrontare la pressione migratoria. Sono buoni propositi già espressi in passato, ma a dare maggiore credibilità al Patto questa volta è il fatto di rispecchiare la volontà di attuare la linea dura, coerente e determinata oggi prevalente nell’Unione, quella seguita e proposta fin dal suo insediamento nell’ottobre del 2022 dal governo italiano.
Si vedrà già a partire dalle prossime settimane se gli strumenti predisposti saranno efficaci, se ci saranno progressi tangibili e durevoli, se e quali governi potranno seguire i protocolli comuni e dare concreta attuazione alla politica di contrasto all’immigrazione illegale senza ostacoli.
Si capisce che fondamentale è soprattutto che funzionino le misure intese a ridurre gli arrivi, impedendoli e disincentivandoli. Una, decisiva, è la valutazione alle frontiere esterne dell’Ue delle richieste di asilo, almeno quelle di chi proviene da paesi sicuri, con tempi stretti sia per l’esame delle richieste sia per il rimpatrio o il respingimento di chi risulta non avere diritto a protezione internazionale. Bisogna inoltre poter procedere al trasferimento in paesi terzi sicuri non Ue dei richiedenti asilo, quanti più possibile: un provvedimento di importanza cruciale dal momento che la maggior parte degli emigranti illegali, che non fuggono da guerra, persecuzione e violenza estrema, spendono migliaia di dollari per entrare e rimanere in Ue, non per ottenere asilo altrove e per aspettare altrove che le loro richieste vengano esaminate. Altrettanto importante è che l’Ue rinnovi e moltiplichi gli accordi con i paesi di transito degli emigranti illegali. Negli scorsi tre anni alcuni di quei paesi, grazie agli accordi stipulati dalla sola Italia, hanno bloccato più di 275mila partenze e hanno effettuato quasi 100mila rimpatri volontari: tutte persone che altrimenti avrebbero raggiunto le frontiere d’Europa.
Da giugno, però, in Italia mass media e reti social hanno fatto in modo che tutta l’attenzione si concentrasse non sulle misure per riuscire a ridurre il flusso migratorio illegale a dimensioni gestibili, che è l’obiettivo primario, bensì su chi debba farsi carico degli immigrati che si trovano già in Ue e di quelli che riusciranno a entrarvi e rimanervi. Non si parla che dei “dublinanti” cioè degli emigranti illegali che, in attesa di sapere se otterranno asilo, si sono trasferiti in paesi europei diversi da quello d’ingresso. Se ne parla tanto perché dopo il 12 giugno alcuni paesi hanno annunciato di volerli rimandare a quello in cui sono sbarcati e in cui hanno chiesto asilo.
Per quel che riguarda l’Italia finora a dichiarare di volerci restituire dei dublinanti sono stati Germania, Austria, Svezia, Svizzera, Olanda e Finlandia. Convinzione diffusa, quasi universale, è che l’Italia sarà sommersa da una marea di altri emigranti illegali – “tutti quelli di cui gli altri si vogliono liberare” – e che quindi il nostro governo abbia accettato un accordo penalizzante tradendo la fiducia di chi lo ha votato e venendo meno al compito di tutelare gli interessi del nostro paese.
Come ha osservato il 21 agosto il ministro dell’interno Matteo Piantedosi in una intervista, «qualcuno ha fatto volutamente confusione o non conosce ciò di cui parla». Gli emigranti illegali in quelle particolari situazioni infatti si chiamano “dublinanti” perché la regola a cui oggi si richiamano la Germania e gli altri paesi non è nuova, è in vigore da decenni, fin dalla prima delle convenzioni di Dublino sulla allocazione degli emigranti illegali che risale al 1990. Il nuovo Patto l’ha conservata. Però sono state introdotte delle modifiche rilevanti. Il Patto infatti prevede dei meccanismi di “solidarietà obbligatoria” per far sì che siano tutti gli Stati membri a farsi carico del peso della pressione migratoria: principalmente sono tenuti ad accettare a condizioni definite di ospitare una parte dei richiedenti asilo o a compensare economicamente i paesi di primo arrivo.
In passato in effetti in Italia sono tornati decine di migliaia di dublinanti. Ma dal 2022 il governo italiano si è opposto alla maggior parte delle richieste evitando circa 80mila rientri. Il nuovo Patto migrazione e asilo prevede dettagliate norme e condizioni per la restituzione dei richiedenti asilo al paese che ha ricevuto la richiesta. Non si tratterà di rientri in massa. È previsto l’esame di caso per caso. In concreto, finora al governo sono pervenute una cinquantina di richieste e solo tre persone sono effettivamente tornate in Italia.
A rendere il quadro generale meno allarmante di quanto si pensi, contribuiscono i dati relativi ad altri aspetti del fenomeno migratorio. Al 21 agosto risultano sbarcati in Italia dall’inizio dell’anno 18.545 emigranti illegali mentre nel 2025 nello stesso periodo ne erano arrivati 39.979, una diminuzione del 52%. Inoltre sono aumentati del 34% i rimpatri: 5.485, 4.712 dei quali forzati e 773 assistiti. Per la prima volta migliaia di posti nei Centri di accoglienza straordinaria, quelli in cui vengono ospitati gli emigranti illegali che chiedono asilo, risultano vuoti.

