• RIVOLTA

Di quei forconi rimarrà soltanto un Grillo

La rivolta dei forconi ha paralizzato l'Italia per due giorni. È alimentata da masse di cittadini produttori e nonviolenti. Ma ha obiettivi vaghi e alla fine arriverà un partito a metterci il cappello sopra e farla sua. E ce n'è uno solo che può farlo...

Manifesto

Prima o poi ce lo si doveva attendere. Che un pezzo di Italia esplodesse, si intende. Quando si giunge al quinto anno di recessione, la pressione fiscale rimane al di sopra del 50% (e arriva al 70% nel caso di parecchie attività commerciali), quando il costo della vita aumenta, la disoccupazione riguarda 1 giovane su 2, l’esercito dei poveri assoluti arriva ad essere costituito da 5 milioni di persone… insomma, quando hai tutte queste cose messe assieme, è normale attendersi una reazione sproporzionata, al di fuori del normale dibattito democratico e delle aule parlamentari. Questa è la “rivolta dei forconi” che da due giorni sta bloccando l’Italia. E non è affatto finita, considerando che, proprio per oggi, Danilo Calvani, uno dei coordinatori della protesta popolare, annuncia “azioni eclatanti”, anche se “nonviolente” nella stessa capitale italiana. Una nuova marcia su Roma?

I problemi sono sempre quelli, come in tutti i moti popolari: come e per cosa. Sul “come”, la ribellione presenta alcuni aspetti rassicuranti, ma altri molto inquietanti. Rassicura il fatto che la stragrande maggioranza dei manifestanti non sia violenta. La polizia si è levata i caschi, più che per fraternizzare, proprio perché non ce n’era bisogno: né dei caschi né degli scudi. I picchetti sulle strade e nelle stazioni ferroviarie, che sono la caratteristica fondamentale di questa protesta, sono quasi sempre pacifici. Solo a Torino si sono verificati un paio di incidenti (un picchettatore travolto, un’altra auto ha forzato il blocco) e poco altro. Le manifestazioni di violenza vera e propria, sempre a Torino, sono state condotte da ultras della Juventus e ragazzi No-Tav, che hanno poco o nulla a che fare con una protesta organizzata da commercianti, piccoli imprenditori, sindacati degli auto-trasportatori e agricoltori. In due giorni di protesta di violenza se n’è comunque vista ben poca.

Quel che preoccupa è semmai la forma stessa della protesta: il blocco della circolazione. Se l’oggetto dell’odio sono le tasse e Danilo Calvani chiede esplicitamente al governo di dimettersi, perché si bloccano strade e ferrovie, impedendo alla gente (che le tasse è costretta a pagarle) di andare a guadagnare qualcosa? Perché i commercianti e i piccoli imprenditori in protesta impediscono ad altri commercianti di sfruttare quella piccola ricrescita economica che tutti gli anni coincide con l’Avvento? Perché i manifestanti prendono a calci le vetrine dei negozi che non chiudono? Questa dovrebbe essere una protesta della gente produttiva, a cui lo Stato impedisce di lavorare e guadagnare. Ma le prime vittime dell’insurrezione sono proprio quelli che lavorano e per lavorare devono viaggiare o tenere aperti i loro esercizi. Questa contraddizione stupisce ancor di più se leggiamo certe intimidazioni nei confronti dei “crumiri”, parole molto violente, da brigatisti come “Vi consigliamo di non far uscire i mezzi da questo piazzale nel giorno della rivoluzione (9 dicembre, ndr) o vi pesteremo a sangue fino a farvi morire!”. Metodi che non sono proprio quelli di una “rivoluzione di velluto”, rivolti contro altri lavoratori, dunque contro altre vittime della crisi. I libertari, che fanno parte del movimento, si chiedono come mai non vengano attaccate solo le sedi di Equitalia e dell’Agenzia delle Entrate. E perché gli obiettivi, sia pur involontari, continuino ad essere i viaggiatori, i pendolari, i passeggeri dei treni. Una ribellione contro la tassazione dovrebbe consistere, semmai, in un boicottaggio, come è sempre avvenuto in tutte le rivolte fiscali, dal Boston Tea Party (1773) alla Marcia del Sale in India (1930). Il blocco della circolazione rivela che gli obiettivi sono anche altri, non solo lo Stato.

E qui arriviamo al secondo problema da risolvere: per cosa ci si ribella? Il mosaico di associazioni che costituiscono il movimento dei forconi include quelle che vogliono meno Stato (artigiani, piccoli imprenditori, partite Iva) e altre che vogliono più aiuti di Stato (agricoltori e parte degli autotrasportatori). I primi hanno intenzione di lanciare un forte segnale ai politici (ma non agli altri cittadini), per far capire loro che così non si può continuare. I secondi, invece, hanno tutto l’interesse a creare danni, nella solita logica ricattatoria tipica dei picchetti: non passa nessuno e non lavora nessuno finché non mi hai dato quel che chiedo. Si trova molto patriottismo, tantissime bandiere italiane, ma in Veneto ci sono anche gli indipendentisti assieme ai forconi. Obiettivi divergenti, contraddittori, che sono infatti amalgamati in un unico manifesto dai toni estremamente vaghi. “Contro il far west della globalizzazione che ha sterminato il lavoro degli italiani” dunque si chiede il protezionismo? “Contro questo modello di Europa” e “Per riprenderci la sovranità popolare e monetaria” dunque: contro l’euro… ma siamo sicuri che uscendo sia meglio? E che sia la moneta e non, piuttosto, il nostro Stato indebitato e tassatore, il vero problema? “Per riappropriarci della democrazia” slogan vago adottato da qualunque movimento rivoluzionario dal ’68 in poi e adattato a tante differenti ideologie. “Contro questo governo di nominati”, dunque si vuole andare subito ad elezioni? E per far vincere chi? Nascerà un movimento, un gruppo, un partito da questa sollevazione? “Per difendere la nostra dignità”, vuol dire qualunque cosa.

Si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una rivoluzione acefala, senza una direzione e senza un disegno. Quella che in francese è nota come “jacquerie” e in russo come “bund”. Un’occasione di caos in cui ogni gruppo mira ad arraffare quanto può di quel che vuole. In una situazione simile vince chi mette per primo il proprio cappello politico al movimento. Gli indipendentisti veneti o i libertari sono troppo pochi e non hanno una struttura ramificata. I partiti tradizionali si sono fatti trovare addormentati. La sinistra, compresa Sel (che è fuori dal governo) si è addirittura trincerata su posizioni conservatrici, in difesa delle istituzioni, dimenticando il suo tradizionale ruolo di piazza. Nella Lega Nord, Salvini si sgola dalla parte dei forconi, ma il suo partito è il grande assente. E a Torino i manifestanti hanno lanciato insulti contro il governatore leghista Cota. Forza Italia si sveglia tardi: solo al secondo giorno Berlusconi ha parlato, invitando moderatamente al dialogo fra governo e forconi.

Chi si sbatte in piazza, ovviamente, è solo Beppe Grillo. Dalla protesta dei minatori del Sulcis all’ultimo sciopero degli auto-ferro-tranvieri di Genova, è Grillo che sfrutta tutte le occasioni. Anche se questa ribellione non l’ha ispirata lui (ma nemmeno il Sulcis e neppure Genova e neanche i No-Tav), il Movimento 5 Stelle è comunque l’unico che realmente parla dalla parte della protesta, invitando le forze dell’ordine a “non difendere i politici”. Il gruppo penta-stellato è attualmente il solo ad avere un programma, una struttura, una presenza in parlamento capaci di convogliare verso di sé questa nuova ondata di protesta. Nelle sue proposte, anche parecchio contraddittorie può accogliere tutti i punti del manifesto del “9 dicembre”. Ma darà loro un senso univoco: più Stato nazionale. Saranno contenti coloro che vogliono uscire dall’euro e che riceveranno sussidi e reddito di cittadinanza, tutte cose promesse dai 5 Stelle. I piccoli commercianti e le partite Iva, però, si preparino a vedere i loro risparmi bruciati dalle nuove lire e a pagare agli altri i redditi di cittadinanza. Le proposte di Grillo, infatti, costano molto care.