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Def, la migliore delle manovre possibili

Il Def (Documento di economia e finanza) approvato nei giorni scorsi dal Governo è la migliore delle manovre possibili. Piccoli tagli e grandi promesse. Era tecnicamente possibile fare di più. Politicamente è il meglio che ci si può permettere. Bruxelles chiuderà un occhio per non far vincere i populisti, le polemiche interne saranno evitate.

Padoan

Il Def (Documento di economia e finanza) approvato nei giorni scorsi dal Governo è la migliore delle manovre possibili. Almeno nei numeri infatti viene rispettata la richiesta europea di correggere il saldo di bilancio per 3,4 miliardi, viene mantenuta (in apparenza) la promessa di non aumentare le tasse, vengono promessi nuovi interventi per sostenere gli investimenti e l’occupazione giovanile.

Niente di rivoluzionario: un mix di interventi di risparmio non molto ben identificati e di ritocchi per alcune poste particolari come le imposte sui giochi e sui tabacchi. E per far tornare i conti si gioca anche sul futuro innalzando le prospettive di crescita per il 2018 in modo da abbassare il rapporto tra deficit e pil.

Era possibile fare di più e soprattutto fare meglio? Era certamente auspicabile, ma date le attuali circostanze politiche, non era realisticamente possibile. Per tre ragioni.

La prima: anche se in Italia nulla è più definitivo del provvisorio, resta il fatto che il Governo Gentiloni non può certo permettersi misure drastiche e strutturali potendo contare su di una maggioranza parlamentare tutt’altro che sicura e coesa. 

La seconda: lo stesso Governo è ostaggio del partito di (attuale) maggioranza, cioè di quel Pd che ha deciso di farsi del male da solo, prima imbarcandosi nell’improvvida sfida del referendum, poi non riuscendo ad evitare una pericolosa scissione, infine imbarcandosi in una complessa strada congressuale foriera di ulteriori divisioni.

La terza: tra l’autunno e la primavera prossima scatterà comunque il momento delle elezioni per il rinnovo del Parlamento e nessuno in questo momento vuole mettere la propria faccia su misure che, anche se giuste, giustificate e necessarie, potrebbero essere viste come impopolari.

Ecco quindi piccoli tagli e grandi promesse. Un colpo al cerchio, complicando la vita alle imprese con l’anticipo dei pagamenti dell’Iva, e un colpo alla botte, con nuovi finanziamenti per l’inclusione sociale e il sostegno alle fasce più deboli. E l’annuncio della prosecuzione del piano per le privatizzazioni, le dismissioni, la riforma delle concessioni: il come è tutt’altro che definito, ma la strada più probabile è il classico gioco delle scatole cinesi con la Cassa depositi e prestiti che acquisterà quote delle società “strategiche” come Eni ed Enel mettendo invece sul mercato una piccola parte delle proprie azioni. Dal punto di vista del controllo effettivo non cambierebbe nulla, ma questo permetterebbe allo Stato di incassare qualche miliardo.

Questa manovrina di primavera è comunque congegnata in modo da raggiungere tutti i suoi obiettivi, meno uno. Risponde alle richieste di Bruxelles dove comunque hanno capito benissimo che continuare nelle richieste di nuovi tagli e tasse farebbe solo il gioco dei movimenti populisti ed antieuropei. E soddisfa le esigenze della politica interna dove, come ha dimostrato la triste vicenda dei voucher, il Governo vuole evitare il più possibile di aprire nuovi fronti di polemica. 

E’ anche per questo che manca il più importante obiettivo. Quello di dare una svolta di rilievo alla spesa pubblica. Vengono infatti rinviati a nuovo avviso i tagli strutturali, non si parla di una vera lotta agli sprechi, manca una concreta spinta a semplificare  regole, procedure e adempimenti.

Consoliamoci. Resta comunque la migliore delle riforme possibili. Anche per questo non è un bel momento per il Paese.