Dalle piazze alle urne, avanza il partito islamico d'Italia
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Se l'imam chiama al voto la comunità musulmana si trasforma in forza politica, a partire dalle istituzioni locali. La campagna elettorale è partita da Roma, Monfalcone e Magenta e grazie alle convergenze con la sinistra radicale la shari'a in consiglio comunale sta per diventare realtà.
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L’islam avanza dentro le nostre istituzioni con passo ormai visibile. Lo fa attraverso l’elezione di consiglieri comunali, mediante esponenti che assumono posizioni sempre più nette sui temi dell’attualità, grazie al legame solido e crescente intrecciato tra le comunità musulmane, i centri sociali, le sigle extraparlamentari e i partiti di sinistra: un’alleanza cementata nelle piazze attorno alla causa ProPal e, soprattutto, capace di trasformare in realtà ciò che per anni è rimasto soltanto una minaccia evocata: il partito islamico italiano. Sarà il contesto favorevole, sul piano mediatico, dettato dall’elezione di un sindaco musulmano a New York, come se l’eco d’oltreoceano potesse tradursi automaticamente in un copione domestico. Ma sta di fatto che iniziano ad essere numerose le realtà, ed è difficile prevedere cosa ci riserverà il futuro.
C’è MuRo27 – Musulmani per Roma 2027, per esempio: un progetto che ruota attorno a Francesco Tieri, ingegnere convertito all’islam. S’era già affacciato alla politica nel 2021 con la candidatura alle primarie del centrosinistra nel V Municipio: 600 voti alle primarie di Centocelle–Tor Pignattara, raccogliendo le istanze dei musulmani in quelle zone. Poi la candidatura alle comunali con Demos a sostegno di Roberto Gualtieri.
In una città che conta 110mila musulmani, di cui 30mila con diritto di voto, la sfida si fa interessante. Con sale di preghiera già trasformate in palcoscenici elettorali nel 2021, MuRo27 si proietta verso una sfida che si estende dal diritto di culto alla lotta all’islamofobia, fino all’orizzonte dichiarato di una shari’a declinata in chiave italiana.
L’obiettivo è esplicito: incidere sull’agenda politica muovendo dai principi della religione musulmana, portando a compimento il paradigma dell’islam tra poligamia, punizione per apostasia, sottomissione della donna, diffida della libertà individuale e condanna come peccato di tutto ciò che esce dal perimetro delle sue regole.
L’islam nega la separazione tra Stato e culto: la domanda, allora, è dove intenda arrivare attraverso una rappresentanza istituzionale. La shari’a non si esaurisce nel rito, ma disciplina la famiglia, la società, l’economia, il diritto, l’organizzazione stessa della vita civile, collocandosi agli antipodi dei principi che regolano il modus vivendi italiano. È un impianto che trae legittimazione da un’autorità trascendente e ambisce a governare ogni ambito del vivere collettivo: non può che entrare in rotta di collisione con i sistemi giuridici degli Stati europei.
Negli ultimi anni, questa volontà di affermazione ha mostrato la capacità di costruire legami e convergenze: la propaggine di Hamas in Italia, guidata dall’imam Hannoun, affiancata a sigle come Usb e Potere al Popolo; piazze gremite non più soltanto da gruppi di matrice islamica — come i Giovani Palestinesi Italiani, che il 7 ottobre scorso hanno sfilato a Bologna inneggiando alla strage di Hamas — ma anche da organizzazioni della sinistra radicale. È una saldatura che risponde a una logica di reciproca necessità: l’estrema sinistra utilizza la causa palestinese per colpire il governo italiano, mentre i musulmani sfruttano reti e connessioni profondamente radicate per rilanciare la propria battaglia, spingere l’Italia a recidere i legami con Israele e affermarsi nelle istituzioni, esibendo la forza del movimento.
In questa cornice, le varie sigle comprendono di poter osare di più, cercando consenso soprattutto nelle periferie e tra gli astenuti, intercettando malcontento e frustrazione. Non a caso a Roma sono comparse bandiere del Palestine Communist Party, con lo slogan in arabo: «Lavoratori del mondo unitevi», in una chiamata alla mobilitazione antigovernativa che salda la questione umanitaria a quella sociale.
È qui che il quadro si ricompone. Nelle parole pronunciate in una recente diretta social da Brahim Baya, predicatore islamico di Torino, e da Davide Piccardo, coordinatore del Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano e Monza e Brianza, affiora senza filtri l’obiettivo perseguito da mesi: trasformare la presenza numerica della comunità islamica in forza politica consapevole. «La nostra comunità conta tre o cinque milioni di persone. Quello che voglio dalla comunità e da chi guida questa comunità è renderla in grado di essere consapevole dei suoi diritti, di come lottare per i suoi diritti insieme al resto della cittadinanza. Il problema è che la nostra comunità anche agli appuntamenti elettorali non è detto che sia partecipe e non è detto che sia consapevole del suo peso e della possibilità che ha di far valere i propri diritti ed è questo che fa sì che gli altri si azzardino sempre di più ad attaccarci». Una chiamata esplicita alle urne.
Baya non è nuovo a questa linea. È lui che sta spingendo la comunità islamica a votare “no” al referendum sulla giustizia; è lui che ha difeso con veemenza l’imam di via Saluzzo, Mohamed Shahin, lasciato in libertà dal Tribunale di Torino nonostante un decreto di espulsione perché ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale; ed è sempre lui che in passato ha celebrato Yahya Sinwar come martire, nonostante sia la mente dell’eccidio del 7 ottobre.
E la liberazione dell’imam Shahin ha segnato un passaggio decisivo. Non è stata una sentenza come le altre: per la prima volta, i musulmani organizzati in Italia si sono mostrati come una forza capace di esercitare pressione, mobilitare consenso, ottenere risultati. A suggellarlo, le parole della giornalista Karima Moual, che sui social rivendica la svolta: «Per la destra islamofoba è finita la pacchia. L’islam italiano oggi è organizzato. La liberazione dell’imam Shahin ne è la prova».
Il partito islamico torna ciclicamente a riaffacciarsi nelle cronache, come un’ipotesi che si dissolve e poi riemerge. Ricordiamo l’ultimo banco di prova che è stato Monfalcone, la scorsa primavera, dove una lista composta da candidati di fede islamica, tutti stranieri, guidati da Bou Konate, ex assessore di centrosinistra, originario del Senegal, non ha superato lo sbarramento, pur riuscendo a portare in consiglio comunale un consigliere musulmano eletto nelle file del Partito democratico.
Prima di Monfalcone, un precedente si era già delineato a Magenta con La Nuova Italia. Partito nato su impulso di Munib Asfaq, ragioniere pakistano, contro l’amministrazione comunale che aveva negato alla comunità islamica la concessione di un’area per la preghiera settimanale. Il programma fissava obiettivi espliciti: ius soli, gestione dei permessi di soggiorno in ambito comunale e creazione di spazi di culto.
Il potere dei nuovi leader islamici nasce, così, dalla capacità di negoziare e mediare con la società che li circonda, ma soprattutto di “costruire l’islam senza compromessi” dentro il contesto italiano. È su questo terreno che l’agenda del partito islamico prende forma: moschee, scuole, università e piazze sono i nodi di una rete pensata per trasformare l’identità islamica in forza politica che conta.

