a cura di Stefano Fontana
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Covid: il magistero “anomalo” del Vescovo Crepaldi

In genere i vescovi, non solo italiani, non hanno fornito ai fedeli alcun criterio per criticare responsabilmente la gestione della pandemia da Covid-19, né per aiutarli a prevedere sue tragiche manipolazioni. Si è giustamente parlato di una “Chiesa di Stato”. C’è stato o il silenzio o l’accomodamento sulle disposizioni governative. Nessun cenno critico su mancanze e ritardi, sulla illogicità di molti provvedimenti, sull’invasione di campo nella liturgia, sull’incipiente “dittatura sanitaria”, sulla manipolazione dei dati, sull’uso della pandemia per rivoluzionare molte cose, sui pericoli per i fondamentali dell’economia. Adeguamento passivo.

Il vescovo di Trieste, Mons. Giampaolo Crepaldi, è stato una delle poche eccezioni. Egli ha dapprima reso pubbliche due sue Note tramite l’Osservatorio Cardinale Van Thuân, e poi ha toccato il tema Covid nella Lectio magistralis pronunciata sabato 17 ottobre alla Terza Giornata Nazionale della Dottrina sociale della Chiesa.

Nella sua prima Nota, scritta all’inizio della pandemia e dal titolo “Coronavirus, l’oggi e il domani. Note su un’emergenza non solo sanitaria”, egli dichiarava la fine del “naturalismo ideologico”. La cosa è interessante perché, invece, nella Chiesa ha preso piede l’idea che il coronavirus sia l’occasione per ricondurci a stili di vita più naturali, semplici, solidali. Crepaldi, invece, diceva che l’ideologia di una natura sempre buona, anzi come ideale di bontà anche per le relazioni umane, era stata distrutta dal virus.

Poi egli invitava a distinguere la salute in senso sanitario e la salute in senso salvifico, ambedue espresse con la parola “salus”. Con ciò denunciava la sanitarizzazione della salvezza cristiana, che in seguito ha avuto un momento drammatico nella chiusura delle chiese.

Infine aveva criticato il silenzio della Chiesa sul fatto che, pur in piena pandemia, gli aborti di Stato non fossero cessati e anzi che si chiedesse di garantirne l’esecuzione anche a domicilio, e il riaccentramento statalistico che con la scusa dell’epidemia si stava realizzando.

Parole chiare e in evidente controtendenza.

Nel giugno 2020, a seguito della fine del lockdown e della auspicabile “ripartenza”, il vescovo Crepaldi ha pubblicato un’altra Nota dal titolo: “Dopo il coronavirus: la strada della vera libertà”. Il titolo metteva significativamente in guardia da costrizioni della libertà causate ma non giustificate dal timore del virus. Era infatti chiaro che il potere politico adoperava la pandemia per sopravvivere e che la vita politica e parlamentare era artificiosamente congelata. Del resto, anche superata questa crisi, altri pericoli sanitari e non potevano essere assunti a motivo di pressioni politiche sulle libertà. Crepaldi tornava così ancora sul pericolo di un “nuovo statalismo”, sulla necessità di reimpostare per via sussidiaria il sistema sanitario, di non aumentare la pressione fiscale, di contare più sulle risorse nazionali che non sui prestiti dell’Unione Europea che avrebbero impoverito e vincolato il Paese.  

Infine, sabato scorso 17 ottobre, è tornato sull’argomento nella Lectio magistralis alla Giornata Nazionale della DSC. All’interno di un ampio discorso sulle ideologie che oggi pesano sull’economia ma anche sulle posizioni della Chiesa cattolica, il vescovo è tornato a parlare di Covid. Egli ha lamentato che la Chiesa non abbia usato molto i principi della propria Dottrina sociale in questa occasione: “Credo di poter dire che in questo frangente essa non sia stata granché adoperata e proposta”. Ha poi affermato che “ci sono molti centri di potere politico e finanziario che intendono usufruire della pandemia per riorganizzare, in un senso che non può lasciarci tranquilli, l’economia mondiale”.

Ha poi evidenziato il pericolo che non si rispetti il diritto naturale alla proprietà privata e che per farlo si  gonfi ancora di più il sistema burocratico e il prelievo fiscale che già è di rapina. Ha segnalato una preoccupante convergenza tra il centralismo statalistico e un globalismo appiattente: tutti e due fanno leva sulla paura da Covid-19. Ha detto che la pandemia non richiede di abolire i confini, né di assumere stili di vita imposti da un supposto nuovo ordine mondiale, bensì quelli collegati con la natura dell’uomo, la famiglia, la vita. “Come mai – si è chiesto - tra i cambiamenti di vita proposti non c’è mai la riscoperta della famiglia, del matrimonio, della procreazione secondo modalità umane, dell’importanza anche economica ed ecologica della natalità?”.

La Chiesa non sembra cogliere il nesso tra le misure prese contro la pandemia e la ristrutturazione globale dell’economia e non solo dell’economia. Spesso dà invece l’’dea di collaborarvi o volutamente o, alla meno peggio, ingenuamente. La Chiesa oggi si intende come un elemento della fraternità universale, priva di ruoli e costitutivi e di guida, ma semplice elemento collaborativo in vista di un bene comune per la cui definizione non ritiene di essere indispensabile. Il che equivale a lasciare che venga scritto da altri. I tre documenti del vescovo Crepaldi ricordati sopra mi sembrano contraddire questo atteggiamento. Andrebbero ripresi, letti insieme, e diffusi.