• DIRITTO D'AUTORE

Contro i furbetti di Google l'Europa agisca unita

Ill braccio di ferro tra Google e i singoli Stati nazionali si è molto inasprito. In particolare, il colosso ha chiuso in Spagna Google News, il servizio che aggrega le notizie degli editori. La decisione dopo l'emanazione di una norma sul copyright che costringe i colossi della Rete a versare i diritti d’autore agli editori.

Il logo di Google

Nei giorni scorsi il braccio di ferro tra Google e i singoli Stati nazionali si è molto inasprito. In particolare, il colosso di Mountain View ha chiuso in Spagna Google News, il servizio che aggrega le notizie degli editori grandi e piccoli. La decisione è da collegare alla recente emanazione, sempre nello stato iberico, di una norma sul copyright che costringe i colossi della Rete a versare i diritti d’autore agli editori per i contenuti indicizzati e addirittura per le semplici citazioni.

Tra gli addetti ai lavori, la chiusura di Google News viene vista come un gesto dimostrativo, una sorta di ritorsione da parte di uno dei principali Ott (Over the top), che si sente stretto nella morsa di politiche vessatorie da parte dei singoli Stati nazionali. Google News prende titoli e attacchi degli articoli (i cosiddetti cribsheet) per poi reindirizzare l’utente al sito dell’editore, quindi incrementando anche il traffico di quest’ultimo. Aggrega notizie da editori grandi e piccoli in tutto il mondo, è attivo in 70 edizioni internazionali e in 35 lingue diverse. Il servizio di Google News è sempre stato separato dalla ricerca tradizionale, ma attraverso un meccanismo di “osmosi” l’uno ha sempre alimentato l’altra, nonostante quanto vada ripetendo da tempo la società californiana, e cioè che le due indicizzazioni sono separate e che Google News è un servizio per gli editori, che non porta nulla alle sue casse. Nella pratica, infatti, quando si fa una ricerca su Google digitando parole chiave riguardanti argomenti di cronaca, il motore di ricerca indicizza tra i risultati anche una finestra con le notizie. Ecco perché “notizie” e “ricerche” sono teoricamente separate, ma in realtà compenetrate tra loro.

I nodi stanno venendo al pettine, e la situazione che si è creata in Spagna è destinata a riprodursi anche in altri Stati europei. La Gran Bretagna ha appena annunciato la propria versione di “Google tax”, che potrebbe entrare in vigore nel mese di aprile 2015. Il Parlamento europeo, che da quattro anni conduce con la Commissione europea un’inchiesta sulla concorrenza, ha proposto di dividere le attività commerciali da quelle dei motori di ricerca. D’altronde, in Europa la società fondata da Larry Page incamera porzioni cospicue del fatturato pubblicitario complessivo del mondo editoriale e fa spallucce quando l’Europa cerca di assoggettarla a regole fiscali o di altra natura. La strategia del colosso di Mountain View sembra quella di alzare i toni della polemica, gridare all’accerchiamento (da parte di Ue, Stati nazionali, editori), dimostrare che l’attuale sistema reca vantaggi a tutti e non solo ai colossi della Rete e far leva sui piccoli editori, che certamente traggono vantaggio dall’amplificazione dei loro contenuti, compiuta dal servizio Google News.

Forse la normativa spagnola è eccessivamente rigida quando prevede il versamento di una royalty anche per le semplici citazioni o i semplici estratti, ma il principio della remunerazione del diritto d’autore resta l’architrave imprescindibile di qualsiasi meccanismo di valorizzazione delle opere creative. Gli editori investono risorse per produrre e diffondere contenuti e c’è chi, come i motori di ricerca, sfrutta a fini commerciali la propagazione di quei contenuti. Senza adeguati meccanismi di trasparenza e di equilibrata redistribuzione degli utili prodotti dalla filiera editoriale, c’è il rischio di una vera e propria colonizzazione, a scapito degli editori tradizionali, che potrebbero assistere al fallimento definitivo dei loro modelli di business, ove le attività di indicizzazione non venissero assoggettate a regole precise.

E questa esigenza di regolamentazione non riguarda solo la materia del diritto d’autore, bensì anche la disciplina della privacy, legata alle pratiche di profilazione a fini pubblicitari poste in essere dagli Over the top e al momento prive di qualsiasi ancoraggio normativo.  Senza contare l’attuale anarchia in materia fiscale, che legittima Google, Amazon e gli altri colossi della Rete a porre in essere condotte elusive, basate sul trasferimento della fatturazione in Stati nei quali la tassazione è decisamente più bassa rispetto a quella in vigore negli Stati nei quali gli introiti vengono effettivamente prodotti. Ragion per cui bisognerebbe obbligare questi colossi ad aprire partita Iva nei singoli Stati, al fine di poter contribuire, come gli editori, alle entrate fiscali.

In un Paese come l’Italia, che sconta un ritardo assai vistoso nell’ambito dell’innovazione tecnologica e delle relative opere di infrastrutturazione, i maggiori introiti fiscali, eventualmente garantiti dal versamento delle tasse da parte di Google sui suoi ricavi pubblicitari, potrebbero consentire di introdurre il wi-fi gratuito per tutti e di modernizzare la Rete. Ma la “questione Google” appare sempre più una questione globale, che merita una risposta energica e unitaria da parte dell’Europa. Non è più possibile affrontarla entro gli angusti confini degli Stati nazionali. In materia di privacy, Bruxelles sta lavorando all’emanazione di un Regolamento che uniformi le legislazioni dei singoli Stati in materia di tutela della riservatezza in Rete, con inevitabili ripercussioni sulle attività di profilazione e sul riconoscimento di diritti nuovi come quello all’oblio. Sarebbe opportuno che anche in altri ambiti, come quelli del diritto d’autore o dell’imposizione fiscale, i singoli Stati marciassero uniti e trattassero allo stesso modo situazioni che non possono essere affrontate in maniera difforme da Stato a Stato.