Come l'intelligenza artificiale può inquinare le elezioni
Un video che ritrae Vannacci e la Schlein assieme è un falso, creato con l'intelligenza artificiale. Esattamente come i video di propaganda di Vannacci, sempre fatti con i nuovi software. L'IA entra a gamba tesa nelle elezioni. La politica non deve temerla, deve imparare a gestirla.
C’è stato un tempo in cui per convincere un elettore servivano un comizio, un manifesto, uno slogan efficace o una fotografia scattata nel momento giusto. Oggi può bastare un’immagine costruita da un algoritmo. La politica sta entrando nell’epoca delle realtà artificiali, dove non soltanto le parole, ma anche volti, gesti, video e situazioni possono essere inventati e fatti circolare come se fossero veri.
Il problema non è più soltanto quello delle fake news tradizionali. La nuova frontiera della propaganda è la possibilità di creare una realtà alternativa, estremamente realistica e studiata per suscitare una reazione immediata. Un video falso può mettere in bocca a un politico una frase mai pronunciata, collocarlo in un luogo dove non è mai stato o attribuirgli comportamenti che non ha mai avuto. E quando quel contenuto diventa virale, la successiva smentita rischia di avere un effetto molto più debole dell’immagine originaria.
Il recente filmato generato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale (AI) nel quale Roberto Vannacci ed Elly Schlein appaiono insieme, intenti a confabulare e scherzare, è un esempio efficace di questa nuova dimensione della comunicazione politica. Ma è soprattutto l’attività dello stesso Vannacci a mostrare quanto l’AI possa trasformarsi in uno strumento di costruzione del personaggio politico. Il generale ed europarlamentare ha infatti utilizzato in diverse occasioni immagini e video generati artificialmente per rappresentarsi in situazioni improbabili o spettacolari, facendo dell’elemento surreale una componente della propria comunicazione.
In un recente video, per esempio, Vannacci veniva rappresentato come gladiatore o imperatore romano al Colosseo, con i suoi avversari politici rappresentati come condannati alla pena capitale. Sono immagini che non pretendono necessariamente di essere scambiate per cronaca. Ma proprio per questo mostrano un altro aspetto del problema: l’AI non serve soltanto a falsificare la realtà, può anche costruire un immaginario politico nel quale il protagonista occupa costantemente il centro della scena. L’immagine spettacolare, ironica o provocatoria diventa così un acceleratore della visibilità. E sui social, dove l'attenzione dura pochi secondi, ottenere una reazione può essere più importante che trasmettere un'informazione.
La questione diventa molto più delicata quando lo stesso meccanismo viene utilizzato per ingannare deliberatamente gli elettori. La tecnologia necessaria per realizzare un deepfake credibile non è più riservata a grandi studi cinematografici o a specialisti altamente qualificati. Software e piattaforme accessibili consentono di produrre contenuti sofisticati con costi e tempi ridotti. La barriera tecnica si è abbassata enormemente, mentre la capacità di diffusione dei social è rimasta enorme.
È qui che la tecnologia rischia di alterare le regole del confronto democratico. Una campagna elettorale si fonda anche sulla possibilità del cittadino di formarsi un'opinione sulla base di fatti, dichiarazioni e comportamenti. Se questi elementi possono essere fabbricati con estrema facilità, la competizione politica rischia di trasformarsi in una gara a chi riesce a produrre la rappresentazione più convincente, indipendentemente dalla sua veridicità.
C'è poi un paradosso ancora più pericoloso. L'AI può rendere falso ciò che sembra vero, ma può anche consentire a chiunque di sostenere che ciò che è vero sia falso. Di fronte a un video compromettente, un politico potrebbe infatti limitarsi a dichiarare che si tratta di un deepfake. In un ambiente nel quale la manipolazione è diventata una possibilità concreta, anche la realtà documentata può essere messa in discussione. Il risultato è una progressiva erosione della fiducia: non sappiamo più soltanto a cosa credere, ma rischiamo di arrivare a non credere più a nulla.
Per questo il confronto avviato tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein sulla necessità di limitare l'uso scorretto dell'intelligenza artificiale nelle campagne elettorali rappresenta un passaggio importante. Un'intesa tra tutte le forze politiche potrebbe stabilire almeno un principio: la tecnologia non deve diventare un'arma per falsificare sistematicamente l'immagine dell'avversario.
Ma un codice di comportamento non può essere l'unica risposta. Le campagne contemporanee si sviluppano anche al di fuori dei canali ufficiali dei partiti, attraverso influencer, pagine anonime, gruppi social e reti di profili difficili da ricondurre a un unico soggetto. Per questo occorre un sistema più articolato che coinvolga istituzioni, piattaforme, autorità di vigilanza e mondo dell'informazione.
L'Europa ha già introdotto l'AI Act, il Regolamento che dovrebbe disciplinare i molteplici usi dell’intelligenza artificiale, ma la sfida elettorale richiede strumenti ulteriori e soprattutto procedure rapide. Un contenuto politico generato artificialmente dovrebbe essere riconoscibile come tale. Dovrebbero esistere meccanismi efficaci per intervenire rapidamente quando un deepfake attribuisce a un candidato parole o azioni mai compiute. E chi utilizza consapevolmente strumenti di AI per falsificare contenuti con l'obiettivo di condizionare il voto dovrebbe assumersi precise responsabilità.
La regolamentazione, tuttavia, non potrà mai sostituire completamente il senso critico dei cittadini. Bisognerà imparare a considerare ogni immagine, soprattutto quelle costruite per suscitare una reazione emotiva immediata, con maggiore prudenza. Controllare la fonte, cercare conferme, verificare la data e il contesto di un contenuto saranno competenze sempre più importanti. Nell'era dell'intelligenza artificiale, il vecchio principio secondo cui una fotografia è una prova potrebbe non essere più sufficiente.
La politica, del resto, non deve necessariamente avere paura dell'AI. Può utilizzarla per spiegare meglio programmi complessi, rendere più accessibili le informazioni, tradurre contenuti e dialogare con fasce di cittadini difficili da raggiungere attraverso i mezzi tradizionali. Il confine decisivo è quello tra utilizzo della tecnologia e manipolazione della realtà.
Il caso Vannacci dimostra quanto sia potente la prima dimensione: un'immagine artificiale può diventare in poche ore un elemento della narrazione politica di un personaggio, moltiplicandone la visibilità. Ma proprio questa efficacia impone una domanda: quanto può spingersi la spettacolarizzazione della politica prima che il confine tra comunicazione e alterazione della realtà diventi impossibile da riconoscere?
La vera partita non sarà quindi tra politica e tecnologia. Sarà tra una tecnologia capace di produrre immagini sempre più convincenti e una società capace di coltivare lo spirito critico. Perché il pericolo più grande non è che una macchina riesca a creare una realtà falsa. È che gli elettori non abbiano più gli strumenti per capire dove finisce la realtà e dove comincia la costruzione artificiale. E quando questa distinzione si perde, a essere manipolato non è più soltanto un contenuto: è il consenso democratico.

