• IL PERSONAGGIO

Comandante "Bisagno", la Resistenza in nome di Dio

Verrà presentato mercoledì 29 aprile all'Università Cattolica a Milano il film-documentario su Aldo Gastaldi "Bisagno", "primo partigiano d'Italia", grande figura di uomo di fede, uno sguardo immortalato dalla penna poetica di Elena Bono. 

Aldo Gastaldi Bisagno

La locandina del film su Bisagno

«Come venuto da un mondo migliore
a combattere per il nostro mondo»
(Elena Bono, epitaffio per Aldo Gastaldi “Bisagno”, che guidò la Resistenza ligure –
Poesie Opera Omnia, Le Mani 2007, pag. 269).


Solo l’arte, la poesia, quando è davvero ispirata dallo Spirito, può avvicinarsi più adeguatamente di ogni altra parola o manifestazione commemorativa a uomini della statura umana e spirituale di “Bisagno”, nome di battaglia di Aldo Gastaldi (1921-1945) che, a soli 22 anni, divenne comandante della divisione garibaldina “Cichero” ed è ricordato come “primo partigiano d’Italia”, con il riconoscimento della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Proprio per restituire alla storia un protagonista nascosto ma incisivo della lotta partigiana per la libertà  in Italia (8 Settembre 1943 – 25 Aprile 1945), è nato, dal lavoro di Marco Gandolfo, con la stretta collaborazione della famiglia Gastaldi, il film-documentario “Bisagno”, che verrà presentato in prima nazionale mercoledì 29 Aprile 2015 a Milano, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, alle ore 15,00 (Aula Vismara G.019), con l’introduzione di Daniele Bardelli. Seguirà una tavola rotonda con Alessandro Banfi, direttore di Tgcom24, Emilio Bonicelli, scrittore e giornalista, e il regista Marco Gandolfo. 

È un progetto che ha richiesto molto impegno, sia per la realizzazione che per la raccolta dei documenti e delle testimonianze di coloro che avevano combattuto accanto a “Bisagno”, sottotenente del XV Reggimento Genio al momento dell’Armistizio. Non appena venne a sapere che i tedeschi avevano occupato la caserma, Aldo Gastaldi fece nascondere le armi agli uomini che erano con lui di pattuglia a Chiavari, lasciandoli poi liberi di andarsene. Fu tra i primi a salire in montagna, formando un nucleo partigiano a Cichero e divenendo in pochi mesi il Comandante più amato della Resistenza in Liguria.

Dotato di un carisma personale fuori dal comune e di una solida fede cristiana, trasmessagli dalla famiglia, conquista l’amore e la stima dei suoi uomini e delle popolazioni contadine per il suo modo di essere partigiano combattente e di concepire la lotta per la libertà: non come una lotta per  il potere, ma come un servizio  alla Patria e agli uomini, a tutti gli uomini, anche i nemici, che infatti lo temevano e lo rispettavano. 

Morì in circostanze mai chiarite in modo convincente, il 21 Maggio 1945 a Desenzano del Garda, dopo aver accompagnato e riconsegnato alle famiglie tutti i suoi uomini, ex alpini originari del Veneto e della Lombardia. La relazione ufficiale, redatta dal commissario politico della Divisione, parla di una caduta accidentale dal tetto del camion utilizzato per il viaggio. Al funerale a Genova partecipò una folla impressionante.

Elena Bono, poetessa e scrittrice, nonché staffetta partigiana nella 6^ zona operativa comandata da “Bisagno”, lo incontrò una sola volta, ma rimase folgorata da “quello sguardo dritto”, che “andava a segno”.  Nel film la sua testimonianza ha un ruolo significativo e unificante rispetto alla lettura completa e, direi, veramente autentica e genuina di Aldo Gastaldi: “La Verità vi farà liberi: quella era la libertà che cercava Bisagno, - dice la Bono - quella fondata sulla verità, non sulla menzogna, non sui miti”.  Di lui ha scritto ancora: “Aldo Gastaldi / la fronte tranquilla / più su della folla, /  quegli occhi di spada… (Poesia Opera Omnia, pag. 321-322 “Vengono i giorni”).

”Mai più nella mia vita – scrive la Bono -  ho incontrato uno sguardo così: uno specchio assolutamente pulito, limpido, in cui tu all’improvviso vedevi te stesso, la tua coscienza, per ciò che avresti voluto e dovuto essere…. Questo io ho ricevuto dall’unico sguardo di quel giovane che istantaneamente “riconobbi” come Bisagno…: la solarità abbagliante di una coscienza netta, la regalità e semplicità del bene di contro a tutto ciò che può illudere, ottenebrare, avviluppare l’uomo, renderlo schiavo di idoli “falsi e bugiardi” e, in definitiva, meno uomo e non più uomo. Lo considero perciò uno dei pilastri della mia vita morale, una guida-per-sempre” (dal libro “Per Aldo Gastaldi Bisagno” , di Elena Bono - ed. Le Mani 1995 -  pagg. 17-18). 

Ho chiesto a Marco Gandolfo: “Cosa ha significato per lei, come uomo e come regista, girare questo film?”
Prima di iniziare a lavorare a questo film sapevo proprio poco di Bisagno, però avevo due punti di partenza importanti: conoscevo la famiglia Gastaldi e avevo avuto l'occasione di leggere “Per Aldo Gastaldi Bisagno” di Elena Bono.  Girare questo documentario ha voluto dire scoprire man mano quello sguardo di cui ha scritto Elena Bono, capire a Chi attingeva e lasciare che quegli “occhi chiari” iniziassero a guardare anche me, come giudizio deciso e amorevole sulle decisioni di ogni giorno.

Cosa personalmente l’ha colpita maggiormente nell’addentrarsi nella vicenda storica di “Bisagno”? I luoghi, le testimonianze di chi lo ha conosciuto, i suoi scritti, il confronto con la storia studiata sui libri….
Quello che mi ha colpito di più è vedere uomini fatti, ormai novantenni, commuoversi sinceramente ricordando dopo 70 anni il loro rapporto con Bisagno. L'esperienza partigiana di Aldo Gastaldi è durata 18 mesi, ma in così poco tempo questo giovane di 22 anni è riuscito a lasciare un'impronta indelebile in quelli che ha incontrato. Gino Botto, il partigiano Blek, mi ha mostrato orgoglioso alcuni riconoscimenti ricevuti durante la propria vita e mi ha detto: “Questi risultati li ho ottenuti perché ho seguito gli insegnamenti di vita che mi ha dato Bisagno”. Aldo è stato davvero un padre per questi ragazzi.

Chi è per lei Aldo Gastaldi Bisagno?
È stato un uomo nel senso più pieno del termine. Un uomo vero. Un uomo libero. 

Tramite Elena Bono diversi anni orsono ebbi modo di conoscere il nipote di Aldo Gastaldi che dello zio porta lo stesso nome e cognome. Anche a lui ho chiesto di aiutarci ad avvicinarci meglio a questa figura:

Porti lo stesso nome e cognome di tuo zio, cristiano, partigiano, italiano: come vivi questa “eredità”?
Sono orgoglioso di portare il nome di un uomo che, ieri come oggi, è stato ed è segno di profonda contraddizione. Un uomo che per tenere fede e servire la Verità tutta intera, si è trovato spesso solo a contrastare, in modo tenace e consapevole, ciò che San Giovanni Paolo II definisce nel Suo ultimo libro “Memoria e Identità" le due grandi ideologie del male: il nazismo e il comunismo.

Come e perché è nato il progetto del film-documentario su Aldo Gastaldi “Bisagno”?
Rispondo ricordando le parole che il Cardinale Bagnasco pronunciò in un discorso ai giovani genovesi nel 2011, indicando la testimonianza cristiana come un’esigenza del cuore, una necessità. Il film realizzato da Marco Gandolfo è per me la risposta a questa necessità. La mia famiglia ha un tesoro che non può tenere per sé.

Cosa era la libertà per “Bisagno” e per chi e contro cosa ha combattuto veramente tuo zio?
La libertà è un concetto estremamente delicato, che oggi viene spesso strumentalizzato, forzatamente e volutamente confuso con l’arbitrarietà, la licenziosità, con il pieno soddisfacimento dei propri istinti e delle proprie passioni. Questo è un grande inganno che ci lascia, citando le parole del Cardinal Biffi, “sazi e disperati”. La libertà per Aldo era esattamente l’opposto.  

Secondo Te quale è il messaggio più forte e più attuale che oggi possiamo, anzi direi dobbiamo raccogliere dalla testimonianza di vita di “Bisagno”?
Aldo ha lasciato questo mondo all’età di 23 anni. Delle sue qualità di Comandante parlano la Medaglia d’oro al Valor Militare e la Bronz Star Medal, il più alto riconoscimento che gli alleati riservarono ai cobelligeranti. Ma Aldo ci lascia ben più di questo. Il messaggio che lascia ai giovani e a tutti noi, è che per fare un capolavoro della propria esistenza è indispensabile il continuo riferimento a Dio, all’Assoluto, in ogni momento della vita, e che ogni istante non vissuto così è perso.

Dona Ora