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Chiese e statue profanate in Usa: l'odio e i segni di speranza

I manifestanti definiti "pacifici" dalla grande stampa hanno creato un movimento di odio tale verso la fede cristiana che due statue della Madonna sono state profanate a Boston mentre due chiese sono state incendiate in Florida e California. Una rappresenta la storia e l'amore dei santi che hanno dato la vita per diffondere l'amore di Dio fra gli indigeni. Ma se l'attacco cresce, le mura intatte degli edifici e i fedeli radunati in preghiera sono il segno dell'immortalità della Chiesa.

Continua la profanazione delle chiese e delle statue religiose, mentre gli atti vandalici dei contestatori “pacifici” (come li definisce la grande stampa americana) di Black Lives Matter non sembrano aver fine.

Dall'attacco alle statue storiche si è passati immediatamente a quelle religiose, che, oltre a far parte dell’identità profonda del popolo americano, rappresentano la fede di milioni di cittadini. È così che nel giro di due giorni a Boston due rappresentazioni della Vergine Maria sono state profanate. In un caso la statua è stata bruciata, nell’altro imbrattata con la scritta “idol” (“idolo”). La prima era situata fuori dalla chiesa di San Pietro: la sera dell’11 luglio il colpevole si è avvicinato alla Madonna per bruciare il cestino di fiori che teneva in mano. «Ero scioccato, sono deluso, triste», ha dichiarato padre John Curran. Perché «l’immagine della Madonna è davvero importante per noi e per la nostra fede. È veramente un atto in contraddizione al Suo amore». La statua proteggeva la chiesa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

La seconda statua della Madonna, situata da cent’anni fuori dal seminario Cathedral nel Queen (NY), è stata invece imbrattata due giorni prima. Il rettore del seminario, padre James Kuroly, ha parlato di un «atto d’odio» contro la Madre di Dio, chiedendo di pregare per quanti «compiono atti di vandalismo e di odio contro la Madonna e la Chiesa».

Sempre l’11 luglio, in Florida, è stato invece appiccato il fuoco nella chiesa Regina della Pace di Ocala mentre alcuni fedeli stavano per partecipare alla Messa mattutina. Il colpevole prima si è schiantato con un minivan contro le mura dell’edificio e poi ha cosparso la benzina nell'atrio della chiesa. Le fiamme hanno avvolto l’edificio, anche se i parrocchiani sono riusciti a fuggire illesi. Nello stesso momento in cui la parrocchia bruciava, fuori Los Angeles la famosa chiesa della missione "San Gabriele", fondata da san Junipero (la cui statua nel vicino centro di Los Angeles era stata rovesciata il 19 giugno a seguito delle manifestazioni), veniva incendiata e quasi completamente distrutta. I pompieri sono infatti entrati nella chiesa ma sono dovuti uscire quando il tetto e altre strutture hanno cominciato a crollare. Le mura della chiesa, appena ristrutturata (per cui mancavano ancora diverse statue e beni), sono però rimaste in piedi. 

Se in questo caso non ci sono state reazioni gravi come quelle di alcuni sacerdoti e vescovi che avevano giustificato gli attacchi alle loro chiese, la reazione più forte resta quella dei fedeli che si sono radunati fuori dalla chiesa, pregando per riparare alle profanazioni. 

Selena Quezada, 26 anni, piangeva davanti alle fiamme, dichiarando che «sono stata battezzata qui, ho fatto la mia prima Comunione qui… Mi stavo preparando per sposarmi qui l'anno prossimo, quindi fa male. È davvero triste… perché questo posto significa molto per noi».

Ma si sa, mentre si combatte per i diritti dei neri, distruggendo negozi, statue, edifici, chiese non si può in alcun modo tener conto dei sentimenti e dell’identità dei cattolici. Anzi, cattolici e bianchi sono identificati come nemici e razzisti a priori. Peccato che così si fa esattamente quello contro cui si dice di combattere: discriminare, vivere di pregiudizi, distruggere l’identità altrui. «Sembra che la Chiesa sia sotto attacco», ha detto Miguel Sanchez, presidente locale dei “Knights of Bikes” radunati fuori dalla missione a pregare.

Ma l’attacco diretto alla fede cristiana (nonostante abbia plasmato il Paese) e l’ignoranza per cui ci si scaglia contro di essa non hanno l’ultima parola. A dirlo sono stati sia i parrocchiani che l'arcivescovo locale José Gomez nell’omelia successiva all’incendio. Anthony Morales, cattolico con discendenza indiana, ha chiarito che «queste sono le mie radici. Questa è la mia chiesa. Tutti i miei antenati sono sepolti nel cimitero qui accanto (alla chiesa, ndr). Seimila dei miei antenati sono stati sepolti qui e questa è la chiesa che hanno costruito loro. È tutto così devastante».

San Junipero, infatti ha convertito al Vangelo molti indiani, motivo per cui oggi è inviso alle élite. Barbara Quigley, insegnante di storia, giunta a dire il Rosario, ha chiarito che «molte missioni hanno attraversato terremoti e incendi e poi sono state in grado di ripartire…ho piena fiducia nel fatto che la nostra chiesa sarà in grado di ripristinare la missione. Non sarà uguale, ma [la missione] rimarrà comunque e noi resisteremo». L'arcivescovo Gomez ha invece parlato così: «Questo incendio non cambia nulla... La missione di San Gabriele sarà sempre il cuore spirituale della Chiesa di Los Angeles». E ancora: «San Junipero e i primi missionari francescani hanno risposto alla chiamata del Signore e hanno sacrificato tutto per portare la sua Parola in questa terra. Ora tocca a noi». 

A dire che la Chiesa può essere colpita ma non demolita (come dimostrano le mura rimaste miracolosamente in piedi). E che essa fiorisce proprio quando viene colpita fisicamente. Il timore cristiano infatti è per gli attacchi all’anima, mentre il martirio fisico nasconde un seme di speranza. Dopo l’omelia un'altra donna ha infatti commentato: «Per molti anni diversi ambienti cattolici si sono accomodati... Spero che questi momenti difficili possano servire da sveglia… se si guardano le vite dei santi, molti di loro provengono da epoche difficili. Invece che disperarsi... scappare, hanno usato tutto ciò come ragione per andare più a fondo (della fede, ndr)… tutto ciò ci ricorda quanto profondamente abbiamo bisogno di Gesù».