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Chiese al rogo e crocifissi distrutti, un'assurda intifada

Da mesi la Chiesa del Paese andino è sotto l'attacco degli indios Mapuche che reclamano la restituzione delle terre. Ma invece di prendersela col Governo, vengono date alle fiamme le chiese. Intanto a Santiago un gruppo di studenti distrugge un crocifisso. E c'è già chi parla di intifada cilena.

Il crocifisso distrutto a Santiago del Cile

Chiese che bruciano, crocifissi distrutti, un seminario al rogo. Il tutto in un Paese, il Cile, dove la violenza anticattolica e religiosa in passato non ha mai toccato vette preoccupanti. Eppure, l’escalation di attacchi nei confronti della fede cattolica, o meglio, del sentimento religioso che vede la Chiesa come un’istituzione, sta interrogando non poco i vescovi cileni, che sono dovuti intervenire per spegnere una miccia che sembra avere diverse matrici.

L’ultimo episodio inquietante è un crocifisso distrutto nel corso di una manifestazione studentesca nel centro della capitale Santiago. Giovedì 9 giugno il corteo di studenti incappucciati è entrato dentro la chiesa cattolica della “Gratitud Nacional” che è stata saccheggiata. Le telecamere dei media cileni hanno immortalato il momento in cui il crocifisso veniva portato fuori dal tempio e preso a calci e a bastonate fino distruggerlo. Un atto di violenza insensata che stona con la manifestazione, che doveva essere pacifica, per reclamare un’istruzione di qualità. Ma a molti è parso evidente che quella della migliore istruzione altro non era che una scusa per sfogare un odio anticattolico che sta covando sotto la cenere di diverse frange della popolazione cilena.

Dopo la condanna del gesto da parte della presidente Michelle Bachelet l’arcivescovo di Santiago Ricardo Ezzati domenica ha celebrato nella stessa chiesa un’affollatissima messa di riparazione per il grave atto sacrilego. Nel corso dell’omelia il cardinale ha definito “ripugnante” la violenza operata contro il crocifisso, “opera di un gruppo accecato dalle più oscure passioni” e ha citato il passo evangelico in cui Gesù in croce chiede al Padre perdono per i suoi carnefici “che non sanno quello che fanno”.

Ma l’episodio della guerriglia urbana di Santiago è servito da incipit al vescovo per chiedersi “che cosa sta succedendo in Cile”. Subito dopo infatti il porporato ha citato l’incredibile escalation di violenze che avvengono nel sud del Paese, in particolare in due regioni del Cile, Biobio e Araucarìa, dove in appena due anni sono state incendiate 25 chiese, la maggior parte cattoliche e alcune evangeliche.

Numeri che fanno pensare più ad un imminente clima di persecuzione più che a manifestazioni di rivendicazione sociale. In quei due territori infatti, vive una nutrita comunità di indio Mapuche, che da tempo reclama allo Stato i territori sottratti nei secoli scorsi. Il gruppo etnico, fortemente caratterizzato e che rappresenta il 4% della popolazione, si batte contro i proprietari terrieri, spesso multinazionali, che considerano usurpatori e sfruttatori. Una rivendicazione sociale, se vogliamo, che si è acuita nel corso degli ultimi governi e che vede la chiesa come vittima prescelta.

A nulla sono valsi gli appelli dei vescovi della zona. Come quello di Temuco Hector Eduardo Vargas. Questi in una intervista ad un giornale locale, ha spiegato che "le chiese bruciate si trovano nelle comunità Mapuche, dobbiamo pensare che queste chiese sono state costruite da loro stessi. I mapuche, come ad esempio il gruppo dei ‘loncos’, sono i primi animatori delle comunità: guidano il catechismo, sono missionari laici, hanno perfino seminaristi”. E neppure l’appello rivolto dalla conferenza episcopale cilena che durante la sua ultima assemblea ha parlato proprio di quella che viene chiamata l’intifada Mapuche.

“E’ allarmante e incomprensibile la lentezza dello Stato e dei governi che si sono succeduti in questi anni nel non riuscire a trovare soluzioni efficaci a questa situazione – ha scritto riconoscendo all’etnia un “legittimo desiderio che da un secolo chiede di avere giustizia affinché venga riconosciuta l’identità di questo popolo”.

I Mapuche, per tutta risposta sembrano essersela presa non con lo Stato, ma proprio con la Chiesa.

Il bollettino degli attacchi negli ultimi mesi è preoccupante. Il sito tierrasdamerica ne ha contati 25. A partire dallo scorso gennaio gli attacchi incendiari si sono succeduti con cadenza quasi mensile: il 2 marzo era stato sgomberato il Seminario Maggiore San Fidel, appartenente alla diocesi di Villarrica, che – riferisce l’agenzia Fides - era stato occupato dai membri di un gruppo attivista della comunità mapuche Trapilhue, la quale rivendica la proprietà del terreno su cui sorge il Seminario. Il leader di questo gruppo ha affermato: “la Chiesa ha dimostrato di essere un membro in più dello Stato, e non ci sarà pace fino a quando la Chiesa non sarà espulsa dal territorio Mapuche”.

L’8 marzo scorso è stata data alle fiamme una casa per ritiri spirituali nella diocesi di Temuco, il 31 marzo la cappella di S. Joaquina e la cappella Juan Pablo II, il 5 aprile è stata la volta di una chiesa di Quepe, il 13 aprile nel comune di Cañete, regione di Biobio, è stata distrutta una cappella.

A maggio la violenza non si è fermata: il 27 del mese il seminario precedentemente sgomberato è stato dato alle fiamme ed ora è inagibile. Parallelamente non sono mancati gli attacchi ai luoghi di culto evangelici.

La Chiesa nel frattempo si trova stretta tra quelle che definisce le aspirazioni legittime dei Mapuche e la violenza che, arrivati a questo punto potrebbe anche declinare in attentati terroristici a tutti gli effetti facendo segnare un salto di qualità alla rivolta degli indios. 

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