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La lezione / 2

Che cosa hanno da dire i tractariani alla Chiesa di oggi (II parte)

Fin dall’inizio, i Tracts for the Times definiscono la Chiesa come una società divina, riconoscendone il suo ordine soprannaturale oggettivo. L’intero progetto tractariano si fonda su questa convinzione: che la grazia è un dono ricevuto. La seconda parte dell’articolo del prof. Jan Bentz, pubblicato su Adoremus.

Ecclesia 09_08_2026
Ritratti di John Henry Newman e John Keble, due tractariani

Dopo la prima parte pubblicata domenica scorsa, pubblichiamo la prosecuzione dell’articolo Oxford Movement Approaching 200: The Tractarians and the Curious Hunger of Today’s Students (Il Movimento di Oxford si avvicina al bicentenario: i tractariani e la curiosa sete di conoscenza degli studenti di oggi). Fonte: Adoremus.

Ordine soprannaturale oggettivo

Ciò che il Movimento di Oxford cercava di recuperare non era semplicemente un cerimoniale dignitoso o una preferenza per l’architettura gotica, sebbene entrambi avessero la loro importanza. Al suo centro dimorava ciò che lo storico Christopher Dawson ha definito la «concezione cattolica di un ordine soprannaturale oggettivo». Vale la pena soffermarsi su questa espressione. Infatti, gli stessi tractariani insistono – ripetutamente – sul fatto che il cristianesimo non è una questione di giudizio privato o di sentimento religioso, ma di realtà divine affidate alla Chiesa e mediate attraverso forme visibili.

Fin dall’inizio, i Tracts for the Times definiscono la Chiesa come una società divina. Il Tract 5, ad esempio, ricorda ai suoi lettori che la Chiesa è «quel corpo che Egli ha plasmato per accogliere i primi doni del Suo Spirito onnipotente e per trasmettere quei doni preziosi, di generazione in generazione, fino alla fine dei tempi», dotata di autorità e continuità, non dipendente dalle opinioni mutevoli dei singoli. L’intero progetto tractariano si fonda su questa convinzione: che la grazia è un dono ricevuto. Di conseguenza, il Tract 76 (Newman) raccoglie testimonianze storiche anglicane per sottolineare che i sacramenti non sono gesti simbolici di devozione umana, ma «mezzi di grazia», canali oggettivi attraverso i quali Dio «agisce sull’anima».

Ecco perché i tractariani si oppongono con tanta forza a qualsiasi riduzione del cristianesimo a ciò che può essere immediatamente compreso o dimostrato. Nel Tract 45, Newman mette in guardia contro la tendenza ad accettare solo ciò che è chiaramente rivelato in senso stretto e superficiale, sostenendo che una tale mentalità erode inevitabilmente la riverenza e dissolve l’autorità della tradizione. La Scrittura, insiste, non si presenta come un sistema riducibile a proposizioni, ma come una voce viva che deve essere accolta all’interno della Chiesa. Egli scrive: «La dottrina è in essa, non sopra di essa; non in superficie», e critica l’«intellettuale dal cuore orgoglioso» e lo «spirito ostinato» che «non vuole vedere se non alla luce del giorno». Esigere che ogni elemento della vita cristiana sia giustificato da una prova testuale esplicita significa già fraintendere la natura stessa della rivelazione.

In questa ottica, la liturgia assume il suo giusto posto come ancora stabile per l’anima. È il luogo privilegiato in cui un ordine soprannaturale diventa tangibile, resistendo ai capricci mutevoli dell’epoca. Come sottolinea il Tract 3 nella sua urgente difesa del Prayer Book contro le alterazioni contemporanee, le forme tradizionali di culto non sono disposizioni arbitrarie da modificare secondo il «gusto per la critica», ma portatori sicuri della dottrina – che incarnano verità che plasmano l’anima proprio perché sono accolte nella fede piuttosto che sottoposte alla ragione umana. Newman avverte che permettere a chi è instabile o mondano di trattare le funzioni con un atteggiamento pignolo e moderno rischia di distruggere il loro vero scopo. Il linguaggio liturgico non deve essere ridotto a mere proposizioni giuridiche; è una «voce divina fornita dalla Chiesa per le loro necessità», destinata ad essere pregata, cantata e vissuta con riverenza.

Questo punto è oggi di enorme importanza. Perché la fame che si osserva negli studenti non è semplicemente una reazione contro la banalità, sebbene lo sia certamente. È, più profondamente, una risposta a una fame ontologica. Sono cresciuti in un mondo che dubita che le cose possiedano un significato intrinseco, che i simboli medino qualcosa di reale, o che le istituzioni abbiano un’autorità al di là del consenso. E poi incontrano una liturgia in cui i gesti contano, il silenzio conta, le vesti contano, l’inginocchiarsi conta, e le parole non sono improvvisate all’infinito ma ricevute. Improvvisamente si trovano di fronte a un mondo in cui la forma non è arbitraria, perché la realtà stessa non è arbitraria.

Ecco perché la bellezza evangelizza: rivela l’ordine. I giovani spesso lo colgono più rapidamente dei loro anziani. Potranno anche non avere il vocabolario per esprimerlo, ma riconoscono quando una liturgia è orientata verso Dio e quando invece si è rivolta verso la comunità. Sanno quando la musica è al servizio della preghiera e quando si limita a riempire il silenzio. Sanno quando il santuario è segno di mistero e quando è stato ridotto a mera funzionalità. E quando scoprono un culto che è sacro senza riserve, vi si aggrappano con una serietà che è spesso più teologica delle strategie ideate per attirarli.

La fine della Via Media

Se san John Henry Newman tornasse oggi, rimarrebbe sicuramente stupito da molte cose – alcune deliziose, altre tragiche, altre semplicemente assurde. Sarebbe commosso, forse, dal numero di giovani che ancora trovano la strada verso l’adorazione, la confessione, il silenzio e una vita liturgica seria. Ma non sarebbe sorpreso dall’incapacità dell’anglicanesimo, nella sua forma moderna, di mantenere un’identità sacramentale e dottrinale coerente.

I semi di tale instabilità sono già visibili negli stessi Tracts for the Times. Più e più volte, i tractariani insistono sul fatto che la Chiesa non è una federazione di opinioni, ma un corpo costituito da Dio, che possiede autorità mediante la successione apostolica e alla quale è affidata una dottrina definita. Il Tract 45 avverte esplicitamente che guardare la dottrina attraverso una lente ristretta e razionalistica significa dissolvere l’idea stessa di una fede docile, mentre il Tract 4 insiste sul fatto che separarsi dall’autorità apostolica priva un ministro di qualsiasi fondamento oggettivo per i suoi poteri, portando inevitabilmente alla frammentazione. In modo ancora più incisivo, il Tract 90 sostiene che i Trentanove Articoli – le dichiarazioni dottrinali fondamentali della Chiesa d’Inghilterra, spesso interpretate in senso protestante – non costituiscono un sistema teologico completo, ma devono essere interpretati in modo coerente all’interno della tradizione più ampia e autorevole della Chiesa universale.

Qual era, allora, la Via Media che Newman e i suoi compagni tractariani cercavano di difendere? Non era intesa come un compromesso nel senso moderno del termine, né come un equilibrio pragmatico tra due estremi. Piuttosto, era concepita come un recupero, basato su principi, della Chiesa dell’antichità: l’affermazione che la Chiesa d’Inghilterra, correttamente intesa, si collocasse in continuità organica con la Chiesa apostolica e patristica, preservando la pienezza della dottrina cattolica senza quelle che Newman considerava allora aggiunte successive, ed evitando le riduzioni dottrinali del protestantesimo. Nei Tracts for the Times questa prospettiva riappare più volte come un richiamo ai Padri, alla successione apostolica e alla vita sacramentale quale espressione visibile della grazia divina.

Ciò che Newman avrebbe in seguito definito una «teoria di carta» è già qui messo alla prova. La Via Media poteva essere articolata con brillantezza, ma dipendeva da un’autorità che la Chiesa d’Inghilterra non poteva, di fatto, esercitare. La sua debolezza non era solo teorica, ma anche liturgica e dottrinale. Laddove non esiste un’autorità stabile che preservi la forma del culto e il contenuto della fede, il risultato non è la completezza ma la dispersione – una pluralità che perde gradualmente il proprio centro.

Questo è uno dei motivi per cui l’Ordinariato ha una tale forza simbolica. Esso rappresenta non semplicemente una disposizione pastorale, ma la risoluzione di una tensione trattariana: il desiderio di preservare le ricchezze del patrimonio anglicano all’interno di una Chiesa capace di sostenere l’unità dottrinale e sacramentale. Lo stesso Newman avrebbe potuto riconoscere in ciò non una contraddizione, ma una sorta di completamento – una risposta, finalmente, al problema che aveva già cominciato a percepire.

Il "momento Newman" in America

Oltre l’Atlantico, i Centri Newman negli Stati Uniti stanno assistendo in silenzio a qualcosa di straordinario. In Nebraska, Illinois, Minnesota, Arizona, Texas e altrove, gli studenti stanno entrando nella Chiesa in numero impressionante. Altri stanno tornando alla confessione dopo anni di assenza. I corsi di studio biblico sono al completo. Le cappelle di adorazione rimangono affollate fino a tarda notte. L’atmosfera non è quella di una moda religiosa, ma di serietà.

Questi giovani non si uniscono alla Chiesa perché essa gode di prestigio sociale. È evidente che non è così. Non si uniscono perché il cattolicesimo si è adattato con successo ai gusti moderni. Semmai, è vero il contrario. Sono attratti perché hanno incontrato qualcosa di solido, bello e affidabile: Gesù Cristo sacramentalmente presente nella sua Chiesa.

Anche in questo caso l’istinto dei tractariani si rivela profetico. I centri più fecondi sono spesso quelli che prendono sul serio la liturgia, predicano con chiarezza, ascoltano generosamente le confessioni e rifiutano di scusarsi per le affermazioni soprannaturali del cristianesimo. Gli studenti parlano della pace che provano nell’adorazione, della bellezza della Messa, del sollievo che provano nell’ascoltare la dottrina esposta in modo chiaro e della scoperta di un’amicizia autentica in un mondo sacramentale. Non sono attratti dalla novità, ma dalla permanenza; non dall’informalità, ma dalla solennità; non dall’espressione religiosa di sé, ma dal culto.

I tractariani avevano compreso che quando la società perde di vista il sacro, la Chiesa deve diventare più visibilmente sacra, non meno. Questa intuizione è vera oggi non meno di quanto lo fosse nel 1833.

Speranza in un luogo inaspettato

Cosa si può dire, quindi, mentre si avvicina il bicentenario del Movimento di Oxford? Come minimo questo: i tractariani avevano ragione su più cose di quante molti dei loro critici ammettevano. Credevano che la chiarezza dottrinale attrae, che la bellezza rivela la verità, che la riverenza converte e che la liturgia non è un accessorio estetico ma una proclamazione teologica. Credevano che la Chiesa debba resistere alla tentazione di dissolversi nello spirito del tempo. Credevano, per quanto sorprendente possa sembrare, che i giovani bramano la santità. A distanza di quasi due secoli, vi sono prove sempre più evidenti che avevano ragione.

Il Movimento di Oxford vive ancora: nelle cappelle di Oxford, nei fiorenti Centri Newman, nelle parrocchie dell’Ordinariato, nelle file per la confessione, nei Vespri cantati, negli studenti convertiti alla ricerca di stabilità e nella riscoperta della liturgia come partecipazione al culto celeste. Ciò che i tractariani difesero dalla riduzione liberale e dall’incertezza ecclesiale fu, in definitiva, il carattere soprannaturale del cristianesimo stesso.

Keble potrebbe definire il momento attuale provvidenziale. Newman potrebbe definirlo ironico. Pusey potrebbe definirlo la lenta rivendicazione dei principi primi. Noi potremmo semplicemente definirlo speranza.



La lezione

Che cosa hanno da dire i tractariani alla Chiesa di oggi

02_08_2026

Mentre si avvicina il 200° anniversario del Movimento di Oxford, nel mondo anglofono una nuova generazione sta riscoprendo proprio quelle realtà per la cui difesa i tractariani si batterono (la riverenza, la dottrina, la bellezza, la sacramentalità e il carattere soprannaturale della Chiesa) e che hanno portato tanti a entrare nella Chiesa cattolica. Proponiamo un articolo del prof. Jan Bentz, pubblicato su Adoremus.