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Cattomani avanzano: ora la moschea è in parrocchia

Roma, quartiere Montespaccato. Musulmani sloggiati dal Comune perché abusivi vengono ospitati in Santa Maria in Janua Coeli da quattro anni. Imam e parroco vanno in tv a sancire "l'alleanza". Problemi? «Nessuno. Quando noi abbiamo l'adorazione, loro nella stanza di fianco pregano Allah». E il vescovo finge che non sia di sua competenza. Il prossimo passo sarà portare stuoie e tappeti direttamente in chiesa? 

La preghiera comune in chiesa con l’imam l’avevamo già vista. E così anche la festa di fine Ramadan in oratorio. E persino la catechesi maomettana sotto lo sguardo del Santissimo. Ci manca solo la moschea sotto l’altare. Impossibile? Bisogna abituarsi all’idea. Intanto potete accomodarvi in parrocchia. E’ quello che è accaduto a Roma dove si viene a sapere che da quattro anni la locale comunità islamica è ospitata al venerdì proprio nei locali parrocchiali.

In pratica: mentre in chiesa si dice messa, varcata la porta della sagrestia e entrati in parrocchia si trovano i musulmani con lo stuoino orientati verso La Mecca.

Vedere per credere e dato che a raccontarlo si stenta a crederlo ci ha pensato la forza della televisione a turbare il sabato pomeriggio italiano.

Siamo su Rai Uno e sta andando in onda un nuovo format di intrattenimento chiamato Italia Sì (dal minuto 1:39 e seguenti). Il conduttore Marco Liorni ad un certo punto annuncia una storia «davvero bella»: entrano in studio sulle note di Imagine di John Lennon l’imam del quartiere di Monte Spaccato, siamo in zona Boccea, e il parroco di Santa Maria in Janua Coeli padre Antonio Sconamila. Tutti insieme su una tribunetta a farsi intervistare.

La storia raccontata dal sacerdote della diocesi di Roma è questa: «Conosco la comunità islamica di Monte Spaccato da cinque anni – ha detto -, insieme abbiamo fatto diverse preghiere quando ci furono gli attentati a Parigi. Il Comune li aveva sloggiati dalla loro moschea per motivi di sicurezza (era abusiva, come capita a moltissime “moschee” in Italia trasformata in sedi di associazioni ricreative ndr.) e offrì loro una stanza nel centro anziani comunale. Ma per vari motivi non hanno accettato e così abbiamo pensato di poterli ospitare noi».

Curioso: sloggiati dal Comune perché abusivi, gli islamici di Montespaccato hanno trovato ospitalità in un luogo che non è un luogo di culto dato che anche i locali parrocchiali hanno le loro destinazioni d’uso e tra queste non c’è proprio quella del culto, che, da circa 2000 anni si svolge in chiesa. Quindi da un abusivismo all’altro, ma si vede che questo non dà fastidio a nessuno.

Ebbene: l’imam ha colto al balzo la palla e si è trasferito armi a bagagli nel salone parrocchiale che durante tutta la settimana è a disposizione della parrocchia mentre al venerdì diventa di “utilizzo” esclusivo degli islamici.

Il video mostra proprio plasticamente – immagine che vale più di cento trattati sociologici sull’islamizzazione del cristianesimo –  l’imam che sloggia l’ambone e la croce astile collocati al centro del salone.

Ma è possibile? Ovviamente no, dato che nessuna delle leggi della Chiesa raccomanda di prestare i locali della chiesa ad altre religioni, ma alle obiezioni concordate dell’intervistatore il parroco ha risposto così: «Ho chiamato il vescovo della zona a cui appartengo (si tratta di mons. Paolo Selvadagi, ausiliare per la zona di Roma Ovest ndr) e questi mi ha detto di non essere responsabile, così mi ha dirottato sul parroco di Santa Maria in Trastevere». Che c’entra?

Sicuramente c’entra col fatto che è il tempio di Sant’Egidio, si vede che sulle questioni del sincretismo interreligioso,  ormai il servizio è appaltato a loro. Finalmente dal parroco santegidino è arrivata una sorta di implicito via libera: «Mi ha detto di fare discernimento». Che vuol dire? Non si sa, però nel giro di pochi secondi il parroco ha dato il via libera e i maomettani sono entrati in parrocchia.

E il vescovo non responsabile? Veramente in quanto moderatore della liturgia, il vescovo è proprio lui il responsabile, ma in tempi come questi si vede che si cede volentieri il peso del comando.

Alcune chicche dell’intervista. Liorni chiede se ci sono problemi di coabitazione: «Certo che no – risponde don Antonio – quando noi il venerdì abbiamo l’adorazione eucaristica, loro dicono la preghiera islamica dalle 13 alle 14.30». Chissà che cosa ne pensano i cristiani di moltissimi paesi a maggioranza islamica che quell’adorazione non la possono proprio fare pena la persecuzione.

E l’imam che dice? Liorni gli domanda come facciano con i simboli, dato che nella sala il crocifisso appeso alle pareti e le icone della Madonna rimangono anche il venerdì: «Ma i simboli sono simboli tanto per dire, l’importante è il cuore, è la fratellanza tra gli uomini e per la fratellanza non servono simboli». Applausi scoscianti – e a comando – del pubblico. D’altra parte, da un rappresentante di una religione che rifiuta simboli religiosi e raffigurazioni divine che ci si poteva aspettare? Dopo il battimani il conduttore saluta tutti e lancia una frase passepartout senza alcun tipo di riferimento: «D’altra parte anche Papa Francesco ha sottolineato che ci sia proprio bisogno di gesti così». Che vuol dire? Boh.

Il prossimo step però sappiamo già quale sarà: farli entrare direttamente in chiesa e stabilire il calendario con loro: venerdì islam, domenica messa. E il sabato il corso di yoga agli indù glielo vogliamo proprio rifiutare?