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Casi Becciu e Peña Parra, giudici vaticani al lavoro

Secondo quanto svelato da un’inchiesta di Repubblica, Angelo Becciu, a un mese dall’udienza choc con papa Francesco, sarebbe indagato per peculato. Sotto la lente della magistratura vaticana anche l’operato del suo successore alla Segreteria di Stato, Peña Parra. E intanto in Australia si indaga sul bonifico da 700 mila euro per capire se si è cercato di danneggiare Pell

Un mese dopo l'udienza choc con il Papa al termine della quale uscì senza più le prerogative relative al cardinalato, per Giovanni Angelo Becciu sarebbe arrivata anche l'iscrizione nel registro degli indagati. L'inchiesta di Maria Elena Vincenzi pubblicata venerdì su Repubblica ha svelato che il promotore di giustizia vaticana, infatti, avrebbe inviato alla Procura di Roma una rogatoria per fare verifiche sulla Angel's srl amministrata dal fratello Mario e produttrice della birra Pollicina che, in base a una partnership siglata, avrebbe potuto avvalersi del marchio Caritas Roma sull'etichetta. Un contratto sospetto per la magistratura vaticana e che ora dovrebbe finire al setaccio delle Fiamme Gialle dopo che, sulla base della rogatoria inoltrata da Oltretevere, la pm Maria Teresa Gerace parrebbe aver aperto un fascicolo a Roma.

Sotto la lente della magistratura vaticana, però, non ci sarebbe soltanto il periodo in cui Becciu ricoprì l'incarico di numero due della Segreteria di Stato, ma anche l'operato del suo successore, monsignor Edgar Peña Parra in relazione all'affare dell'ormai noto palazzo di Sloane Avenue. Secondo quanto appreso da Repubblica, "cinque documenti riservati, fin qui rimasti inediti e allegati alla richiesta di rogatoria vaticana inviata nel novembre scorso alla procura di Roma, raccontano come l'attuale sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato abbia consapevolmente deciso di mettere il denaro dell'obolo di San Pietro e delle donazioni dei fedeli nelle mani di Gianluigi Torzi". Nei documenti, i promotori di giustizia avrebbero definito "incomprensibile" la decisione, non messa per iscritto, di liquidare il broker molisano - arrestato dalla Gendarmeria proprio con l'accusa di estorsione per questa vicenda e poi rilasciato - con 15 milioni di euro per convincerlo a cedere le mille azioni con diritto di voto della società che controllava l'immobile. L'indicazione di procedere col pagamento, nonostante l'accordo fosse solo verbale, sarebbe partita dall'arcivescovo venezuelano.

Quelle vaticane e romane, però, non sono le sole autorità concentrate sulle operazioni finanziarie sospette compiute all'ombra del Cupolone. Dall'altra parte del mondo, infatti, hanno preso sul serio le indiscrezioni apparse sulla stampa italiana relative al bonifico da 700 mila euro finito su un conto australiano in concomitanza con il processo al cardinale Pell. Il caso, infatti, è sbarcato al Parlamento di Canberra dove la senatrice Concetta Fierravanti-Wells ha chiesto delucidazioni alla Ceo dell'Austrac, Nicole Rose. Durante un'audizione al Senato, incalzata dall'esponente del Liberal Party, l'amministratrice delegata ha confermato che la sua agenzia governativa anti-riciclaggio ha "esaminato la questione" e ha "fornito informazioni all'Australian Federal Police e alla Victoria Police”.

Fierravanti-Wells ha interrogato sulla vicenda anche il segretario agli affari interni, Mike Pezzullo, che ha affermato di non essere a conoscenza di richieste d'indagine arrivate al suo dipartimento dal team legale di Pell, pur dichiarandosi disponibile ad approfondire la faccenda. La bomba l'aveva sganciata Valentina Errante in un'inchiesta pubblicata il 2 ottobre dal Messaggero sulle presunte rivelazioni fatte ai magistrati vaticani dal presunto pentito dell'indagine nata sullo scandalo londinese, monsignor Alberto Perlasca:  "Nei racconti di Perlasca - secondo la ricostruzione avanzata dalla giornalista del quotidiano romano - non ci sarebbero soltanto le 'donazioni' di Becciu alla coop del fratello in Sardegna (...) ma anche un bonifico di 700mila euro su un conto australiano, proprio mentre si svolgeva il processo al cardinale George Pell". Una circostanza accreditata anche da Fiorenza Sarzanini, cronista giudiziaria del Corriere della Sera, in due articoli risalenti al 2 e al 3 ottobre nei quali aveva riportato che durante le verifiche degli inquirenti "sono stati scoperti altri bonifici che attraverso alcuni passaggi intermedi sarebbero arrivati, almeno in parte, a uno degli accusatori di Pell".

Indiscrezioni che non potevano passare inosservate oltreoceano e che, difatti, hanno finito per convincere l'avvocato del prefetto emerito della Segreteria per l'Economia a chiedere l'apertura di un'indagine internazionale indipendente su cui, secondo quanto scritto da Massimiliano Coccia sull'Espresso, ci sarebbe stato anche il placet di Papa Francesco. La tesi del testimone condizionato è stata respinta con decisione dalla legale dell'accusatore di Pell con una dichiarazione in cui ha affermato che il suo cliente "nega ogni conoscenza o ricevuta di alcun pagamento".

Ma Robert Richter, avvocato del cardinale prosciolto lo scorso aprile, ha confermato alla stampa la sua intenzione di andare avanti sulla richiesta di un'indagine internazionale che sappia "seguire la scia del denaro, ovunque sia". Anche il cardinale Becciu, finito nell'occhio del ciclone, ha smentito l'ipotesi di un suo coinvolgimento nel presunto complotto australiano: dopo la difesa diffusa all'indomani della pubblicazione dei primi articoli di Sarzanini e Ferrante, davanti all'insistenza delle ricostruzioni giornalistiche riportanti questa tesi, il suo avvocato ha ribadito questa posizione con una nota diramata pochi giorni fa per escludere che il suo cliente abbia "mai interferito con la vicenda processuale del cardinale George Pell".

Mentre la polizia federale australiana indaga sui 700 mila euro, i giorni scorsi sono stati importanti anche per le indagini portate avanti dalla magistratura vaticana sul filone relativo a Cecilia Marogna, presunta collaboratrice del cardinale Becciu arrestata a Milano su mandato di cattura internazionale emesso dai promotori di giustizia. La donna, detenuta a San Vittore con l'accusa di peculato per distrazione di beni, in attesa di sapere l'esito della richiesta di estradizione formulata dal Vaticano, ha avanzato tramite i suoi legali istanza di revoca della misura cautelare. Nei giorni scorsi l'Adnkronos ha fatto trapelare il contenuto delle carte relative alla richiesta vaticana di convalida dell'arresto a fini estradizionali arrivata sulla scrivania del Guardasigilli italiano: Marogna sarebbe finita sotto la lente d'ingrandimento degli investigatori d'Oltretevere dopo la segnalazione della polizia slovena che avrebbe attenzionato le prime anomalie nelle movimentazioni sul conto corrente della Logsic doo, la società ubicata a Lubiana di cui risulta amministratrice e che, da un servizio televisivo delle Iene, sembrerebbe disporre soltanto di una casella postale e di una stanza chiusa nel palazzo indicato come sede.

Secondo quanto riportato dall'Adnkronos, «a seguito della segnalazione, gli uomini della Gendarmeria vaticana, attraverso accertamenti bancari, hanno rilevato che i due conti correnti “risultavano alimentati da nove bonifici emessi dalla Segreteria di Stato tra il 20-12-2018 e l'11-7-2019 per un ammontare complessivo di 575.000 euro” e che molte delle movimentazioni eseguite “riguardavano spese non compatibili con l'oggetto sociale della società”».

La ragione sociale della società sarebbe stata quella della "cooperazione ed assistenza sociale", ma nell'analisi dei conti, secondo quanto si leggerebbe nelle carte visionate dall'agenzia di stampa, sarebbero spuntati oltre cento pagamenti in negozi di lusso. In un'intervista concessa al Corsera prima dell'arresto, Marogna aveva ammesso di poter "utilizzare i fondi anche in chiave personale per scopi riservati" e si era difesa dalle accuse, dicendo: "Dopo tanto lavoro penso di avere il diritto di comprarmi una poltrona". Dalla richiesta di convalida dell'arresto inviata al ministro Bonafede sembrerebbe emergere che gli inquirenti vaticani contestino alla donna originaria di Cagliari l'appropriazione aggravata di 575.000 euro inviati tramite nove bonifici alla sua Logsic dalla Segreteria di Stato.

Negli atti visionati dall'Adnkronos ci sarebbero anche le conversazioni su WhatsApp tra il cardinale Becciu, all'epoca dei fatti contestati non più Sostituto ma ancora influente in Curia, e monsignor Alberto Perlasca, capo dell'ufficio amministrativo della Prima Sezione, in cui il primo avrebbe chiesto di procedere ad effettuare i bonifici sul conto della società slovena allo scopo di sbloccare la liberazione di una suora colombiana rapita in Mali, arrivando persino a scrivere al suo ex sottoposto, a probabile scopo di persuasione: "Ti ricordo che ne ho riparlato con il SP (probabilmente il riferimento è al Santo Padre, ndr) e vuole mantenere le disposizioni già date e in gran segreto".

Prima dell'arresto, Marogna si era presentata alla stampa come "un'esperta di intelligence stimata dai vertici dei Servizi italiani" e aveva rivendicato di aver costruito "reti di alto livello (...) in Medio Oriente, in Africa, in Uganda, Mali, Burkina Faso". Nonostante la donna abbia lasciato intendere di aver svolto un ruolo d'intermediazione per il rilascio degli ostaggi religiosi, secondo quanto risulta a Massimiliano Coccia e Floriana Bulfon che stanno seguendo la vicenda per Repubblica, "fonti della nostra intelligence smentiscono un qualsiasi ruolo della donna nella complicata operazione avvenuta in Mali, nessuna attività diplomatica né tanto meno un ruolo attivo nelle trattive per il rilascio". Oltre all'appropriazione, gli inquirenti vaticani hanno contestato alla donna anche il peculato nella convinzione che abbia agito da pubblico ufficiale in virtù dell'"incarico ricevuto e la natura delle attività che le erano state affidate attraverso la gestione della Logsic Doo" che sarebbe stata finanziata interamente dalla Segreteria di Stato.

Sempre nei giorni scorsi, intercettato in occasione del conferimento del dottorato honoris causa al patriarca Bartolomeo, il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin non ha nascosto l'amarezza per quanto sta emergendo dalle indagini della magistratura vaticana, ammettendo che lo scandalo in corso "non può che creare disorientamento tra i fedeli". I presunti reati, secondo la ricostruzione dell'Adnkronos, non sarebbero stati commessi in solitaria da Cecilia Marogna ma in concorso con persone allo stato ignote. E proprio nel giorno d'inizio dell'incontro internazionale del Movimento dei Focolari, a cui appartiene da tempo, è arrivata la notizia - data da Repubblica - che anche Becciu sarebbe indagato per peculato. Quello che è sicuro è che questa vicenda non sembra destinata ad esaurirsi qui.