• METODO BIBBIANO

Business affidi: mamma denuncia i servizi sociali

Il padre picchia il figlio che finisce in ospedale, la madre si separa. Gli assistenti sociali la dipingono come "alienante" al tribunale che ignora la volontà dell'undicenne. Luana Valle spiega alla Nuova Bussola Quotidiana: «Mio figlio mi ha fatto avere una lettera dove dice la verità, ma loro fanno finta di nulla e creano traumi su cui lucrano. Spesso i genitori separati in difficoltà economica che chiedono aiuto ai servizi sociali sono allontanati dai figli».

Attende giustizia da ormai due anni e mezzo. Il tempo finora non è stato dalla sua parte. L’odissea di Luana Valle, romana, inizia nel 2014, quando si separa dal marito violento, e tocca il suo apice nel febbraio 2018, quando per l’ultima volta le fanno vedere suo figlio Davide, oggi undicenne.

A poco meno di un anno dall’esplosione dello scandalo di Bibbiano, la questione degli affidi è ignominiosamente sparita dai riflettori. Ciò che rimane inalterata – anzi è cresciuta – è la rabbia di quei genitori che, senza colpa, a volte senza un motivo plausibile, si sono visti portare via i loro bambini. Nella sua battaglia, la signora Valle è sostenuta da tutta la famiglia, di cui, tra gli altri, il fratello, la sorella, una zia, un nipote hanno preso parte a una manifestazione giovedì scorso davanti a Montecitorio. L’anziana bisnonna di Davide è morta qualche tempo fa, invocando il nome del bambino che non ha potuto più rivedere. «Siamo una famiglia normale, come tante altre, con i suoi pregi e difetti ma nulla di strano. Perché ci è successa questa cosa, perché ci è stato tolto questo bambino?», si domandano increduli.

«Ho denunciato la violenza che ho subìto io e che ha subito mio figlio», spiega Luana Valle alla Nuova Bussola Quotidiana. «Davide è finito in ospedale per le percosse subite dal padre, che poi ha chiesto e ottenuto fosse rinchiuso in una casa-famiglia. Penso sia più che normale che un bambino rifiuti un padre così» A Luana è stata capziosamente attribuita una “alienazione parentale” ed è stata così separata a forza dal figlio. «Attaccano il rapporto affettivo e, in questo modo, creano il trauma e il conflitto, attorno a cui lucrano con il business – spiega la donna –. Allora serve il servizio sociale, servono gli assistenti sociali, serve l’appalto per reperire gli assistenti sociali, serve l’appalto per reperire l’educativa domiciliare, serve l’appalto per reperire una psicoterapia nei centri che dicono loro». La procedura, in questi casi, è tristemente nota: gli incontri tra genitori e figli sono contati e “protetti”. In alcuni casi viene praticato il trattamento sanitario obbligatorio.

Nell’unica lettera che Luana è riuscita a ricevere dal figlio, Davide racconta l’inferno vissuto con un padre che l’ha praticamente sequestrato e fatto portare via con la forza. «Cara mamma – scrive il bambino – ti voglio tanto bene. Portami da te, ti prego, sto malissimo con lui, mi dà botte fortissimo lui. […] Io non ho più fame, non gioco più, non rido più. Quando sto con lui piango e basta. […] Ti prego vieni e portami con te io voglio stare solo con te mamma». La missiva è pervenuta a Luana con la complicità dei compagni di scuola del figlio, i quali, poi, «sono stati mobbizzati dalle maestre, affinché la cosa non si ripetesse più».

Il ramo materno della famiglia di Davide si è interamente mobilitato a soccorso di Luana. Più volte gli zii hanno domandato ai servizi sociali se fosse possibile incontrarlo o, almeno, sapere come stava. «Ci hanno rifiutato qualsiasi incontro, qualsiasi telefonata – racconta il fratello di Luana – si sono addirittura rifiutati di consegnargli un regalo che gli avevamo preparato per Natale, insieme a un messaggio di auguri. Abbiamo trovato un muro invalicabile, ci hanno detto che l’unico modo per vederlo era fare causa e andare in tribunale. Invece di risolvere un conflitto, l’hanno fomentato: più cause ci sono, più soldi girano».

Ogni volta che la signora Valle o i suoi parenti si sono rivolti al tribunale, quest’ultimo li ha sempre indirizzati verso gli assistenti sociali, che hanno sempre opposto un categorico no. Il massimo delle informazioni che sono riusciti a ricevere è stato: «Davide sta bene, anche se gli manca la mamma». Eppure a Luana non è mai stato consentito di vederlo. «Quando abbiamo provato a far loro consegnare questo regalo, ci è stato risposto che non ne avevano la possibilità, perché "lo stile di vita di Davide non lo consente"». Espressioni vaghe e opache che rivelavano un «muro di completa indisponibilità», nonostante lo spirito collaborativo espresso dalla mamma e dagli zii di Davide. «Hanno preso il bambino e l’hanno isolato, gli hanno cancellato nove anni di vita», commenta la zia.

Le perizie del tribunale hanno sempre costantemente descritto Luana in una maniera in cui lei non si riconosce. Quella con suo figlio sarebbe una “alienazione genitoriale simbiotica”: in altre parole, la madre soffocherebbe psicologicamente il bambino impedendogli le relazioni con i coetanei, essenziali per la crescita. La realtà descritta dai familiari, però, è totalmente opposta: «Luana ha sempre fatto in modo che Davide stesse con gli altri bambini – conferma la sorella –. Lo portava alle feste, a giocare a pallone, a nuoto, a dormire da noi zii. Ha sempre fatto in modo che avesse una vita sociale».

I comportamenti che il tribunale attribuisce alla madre, in realtà sarebbero ricorrenti nel padre: «Un padre violento che ti impedisce di fare sport, di andare a catechismo, di vedere gli amichetti, che padre è? Mi sembra normale che un bambino lo rifiuti», ribadisce la zia. In realtà, le perizie sul padre di Davide, lo avevano riconosciuto come «non idoneo dal punto di vista genitoriale», riscontrando almeno tre carenze, secondo gli standard del Protocollo di Milano che recepisce le disposizioni contemplate dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. «Una di queste carenze era proprio nel fatto che mi escludesse come altro genitore – spiega la madre –. Addirittura lui mi prevaricava, mi escludeva, praticamente utilizzava Davide in un ruolo che non gli apparteneva, quindi avrebbero dovuto affidarlo esclusivamente a me e proteggerlo dal padre, anche perché, durante i test psicodiagnostici che gli hanno fatto, mio figlio è stato capace di discernimento e ha sempre accusato il padre delle violenze subite. Anche quando, prima del 2018, trascorreva quattro giorni con me e quattro con il padre, Davide era pieno di psoriasi e di tic nervosi».

Se un bambino sta bene con la madre ed entrambi sono in armonia con il mondo esterno, si domanda Luana Valle, «a che servono il servizio sociale, l’educativa domiciliare, la psicoterapia obbligatoria, l’incontro protetto? È proprio necessario dover ricorrere ogni volta al tribunale solo per avere una frequentazione? A volte capita anche che dei genitori separati, in condizioni economiche disagiate, qualora vadano a chiedere un sostegno o un consiglio ai servizi sociali, si ritrovino privati dei figli». Da quando alla signora Valle non è più stato possibile vedere il figlio e nemmeno telefonargli, a Davide è stato imposto di cambiare scuola, all’insaputa della madre e persino del tribunale. «Questo è significativo del fatto che hanno tanto da nascondere – conclude Luana –. Dalle ricerche che ho fatto via mail, la sua nuova scuola forse l’ho individuata ma impediscono di andarci, perché se lo incontrassi, il loro obiettivo sarebbe vanificato».