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Brigatisti rossi estradati dopo 40 anni di attesa

Sette brigatisti rossi, già condannati a gravi pene carcerarie in Italia, sono stati arrestati ieri in Francia. Altri tre sono tuttora latitanti. Saranno estradati nel nostro Paese. La vera notizia è perché non siano stati mai estradati finora. Per più di quarant’anni, infatti, hanno potuto vivere in Francia, nella maggior parte dei casi in libertà.

I sette brigatisti che verranno estradati

Sette brigatisti rossi, già condannati a gravi pene carcerarie in Italia, sono stati arrestati ieri in Francia. Altri tre sono tuttora latitanti. Saranno estradati nel nostro Paese. La vera notizia è perché non siano stati mai estradati finora. Per più di quarant’anni, infatti, hanno potuto vivere in Francia, nella maggior parte dei casi in libertà.

I brigatisti rossi arrestati, non più in attività e dunque “ex” terroristi, sono Marina Petrella, Giovanni Alimonti, Enzo Calvitti, Roberta Cappelli, Giorgio Pietrostefani, Sergio Tornaghi, Narciso Manenti. Ognuno di loro ha una storia di sangue da raccontare, anni o decenni di carcere ancora da scontare. Marina Petrella e Roberta Cappelli nel 1980 hanno ucciso il generale dei carabinieri Enrico Galvaligi, pluri-decorato, collaboratore del generale Dalla Chiesa. E hanno partecipato entrambe all’attentato al vice-capo della Digos di Roma Nicola Simone, nel 1982. Roberta Cappelli, di suo, ha ucciso anche l’agente di polizia Michele Granato (nel 1979) e il vicequestore Sebastiano Vinci (nel 1981). Marina Petrella, invece, ha partecipato anche al rapimento di Aldo Moro, oltre a quello di Ciro Cirillo, assessore Dc della Regione Campania rapito dalle Br in un’azione in cui vennero uccisi l’agente Luigi Carbone e l’autista Mario Cancello, entrambi nella sua scorta. Sempre nel 1980 ha partecipato al rapimento del giudice Giovanni D’Urso.

Sergio Tornaghi, nel 1978 ha ucciso Francesco Dicataldo, vice comandante della polizia penitenziaria di San Vittore a Milano. Nel 1980, ha partecipato all’omicidio del direttore generale della Marelli di Sesto San Giovanni, Renato Briano, ucciso a colpi di pistola in un vagone dalla Metropolitana 1 di Milano, di fronte a passeggeri raggelati dal terrore. Narciso Manenti, membro della meno nota sigla terroristica dei Nuclei Armati Contropotere territoriale, ha assassinato l’appuntato dei carabinieri Giuseppe Gurrieri, a Bergamo nel 1979.

Petrella, Cappelli, Tornaghi e Manenti devono scontare la pena dell’ergastolo. Pene inferiori attendono gli altri tre brigatisti arrestati. Enzo Calvitti è condannato a 18 anni, 7 mesi e 25 giorni, oltre a 4 anni di libertà vigilata per associazione sovversiva, banda armata, associazione con finalità di terrorismo, ricettazione di armi. Giovanni Alimonti, è invece condannato a 11 anni, 6 mesi e 2 giorni, più 4 anni di libertà vigilata per banda armata, associazione con finalità di terrorismo, concorso in violenza privata aggravata, concorso in falso di atti pubblici. Anch’egli ha partecipato all’attentato a Nicola Simone del 1982. Su Giorgio Pietrostefani, leader di Lotta Continua, pende una condanna di 14 anni, 2 mesi e 11 giorni per essere stato fra i mandanti (assieme ad Adriano Sofri) dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, uno dei delitti più celebri di tutti gli Anni di Piombo.

Fra i latitanti, spicca Luigi Bergamin, ideologo dei Proletari Armati per il Comunismo, condannato a 26 anni di carcere. Gli altri due ancora in fuga sono Raffaele Ventura (Formazioni Comuniste Combattenti) e Maurizio Di Marzio (Br).

Per quarant’anni i parenti di Luigi Calabresi, di Francesco Dicataldo, di Enrico Galvaligi, di Michele Granato, di Sebastiano Vinci, di Luigi Carbone, di Mario Cancello, di Renato Briano, di Giuseppe Gurrieri, hanno atteso di avere giustizia. L’allora vice-capo della Digos Nicola Simone, sopravvissuto all’attentato del 1982 (forse un tentativo di rapimento andato male) non ha fatto a tempo a veder estradati i suoi carnefici: è morto un mese fa. In Francia, l’ex leader di Lotta Continua, Pietrostefani, aveva anche un suo profilo Twitter, parlava e scriveva liberamente. Manenti, l’assassino di Gurrieri, aveva un suo profilo Facebook. Non così Marina Petrella, incarcerata in Francia alla fine della dottrina Mitterrand, nel 2002, scarcerata nel 2007 per motivi di salute (un profondo stato depressivo con disturbi alimentari), ma mai estradata, per volontà del presidente Nicolas Sarkozy, per motivi umanitari.

L’estradizione è avvenuta dopo la richiesta del ministro della Giustizia Marta Cartabia al suo omologo francese Eric Dupond-Moretti, l’8 aprile scorso. Bastava così poco? Come mai un’attesa così lunga, quando occorreva solo un atto di volontà politica per sbloccare il caso, senza particolari problemi giudiziari? La “dottrina Mitterrand” che garantiva protezione ai terroristi rossi italiani, è considerata finita dal 2002, appunto, per volontà dell’allora presidente Jacques Chirac. Quindi non si capisce l’attesa negli ultimi 19 anni. Le ipotesi sono tutte sul tappeto. Il governo Draghi è sicuramente più consapevole del passato terrorismo italiano, ma soprattutto trova orecchie più pronte ad ascoltare nel presidente Macron, che appartiene alla sua stessa “famiglia” politica. Fra Sarkozy e il governo uscente Prodi, nel 2008, nel caso della mancata estradizione di Marina Petrella, non c’era troppa intesa. Come non c’era fra Macron e i due precedenti governi Conte. Forse è solo l’affinità fra Macron e Draghi che spiega un cambio così repentino. Inoltre in Francia si avvicinano le elezioni presidenziali e il presidente in carica vuole mostrarsi come un uomo duro contro il terrorismo (la sua rivale principale è Marine Le Pen), sia quello presente di matrice islamica che quello passato di matrice comunista.