• TERRORISMO

Bomba in metropolitana, terrore a Londra

La prima notizia parlava di “esplosione” nella metropolitana di Londra. A mezzogiorno ora italiana è arrivata la parola che tutti si aspettavano e temevano: terrorismo. Per fortuna, in questo caso, si è trattato di un attentato fallito, senza vittime. Ma poteva essere una strage.

Londra, primi soccorsi a Parsons Green

La prima notizia parlava di “esplosione” nella metropolitana di Londra. Tutti pensavano già a un attentato, ma la polizia londinese, con la sua consueta prudenza parlava genericamente di “incidente”. Ma non escludeva nulla. A mezzogiorno ora italiana è arrivata la parola che tutti si aspettavano e temevano: terrorismo. Per fortuna, in questo caso, si è trattato di un attentato fallito, senza vittime. Ma poteva essere una strage.

E’ dunque una bomba artigianale quella che è esplosa sul penultimo vagone della metropolitana, linea District, durante la fermata nella stazione di Parsons Green. L’ordigno ha emesso una fiammata, ma non è esploso come previsto alle 8,20 del mattino, dunque nel pieno dell’ora di punta. La metropolitana era molto affollata. I passeggeri più vicini all’ordigno hanno riportato ustioni, ma quasi tutte le ferite sono state provocate dalla calca che si è immediatamente verificata subito dopo l’esplosione, a causa del panico. Diciotto persone sono state portate in ospedale. I nervi sono già comprensibilmente tesi: è il quinto attentato nel Regno Unito dall’inizio del 2017. E la polizia ne ha sventati almeno altri sei nello stesso periodo. Si tratta dunque della peggior ondata di attentati nel paese dai tempi del terrorismo nordirlandese dell’Ira, quarant’anni fa.

L’esplosivo era stato celato in un secchio di plastica bianco, a sua volta portato dentro un sacchetto della spesa di un supermercato. La bomba non ha funzionato e le immagini da Londra mostrano il sacco in fiamme vicino a una delle portiere del vagone. La polizia ha preso in esame l’ordigno artigianale sin dalle prime ore. Chi lo ha confezionato e come? L’indagine in corso mira anche a capire se si tratta di un fatto isolato, o parte di un’offensiva più vasta. Ci sono altri ordigni sparsi per Londra? Sono domande a cui si deve arrivare subito a una risposta.

La reazione delle autorità segue un copione ormai classico. Riunione a porte chiuse del governo: il comitato Cobra, per le emergenze. E dichiarazione rassicurante del sindaco di Londra, Sadiq Khan: “La città non si farà sconfiggere o intimidire dal terrorismo”. La notizia del quinto attentato nel Regno Unito (undicesimo, se si contano anche quelli sventati) è comunque la conferma di quanto esposto dagli ultimi rapporti europei sul terrorismo e i foreign fighters: circa la metà delle decine di migliaia di potenziali terroristi islamici del Vecchio Continente, pronti a colpire, si trovano nei confini del Regno Unito. L’attentato più grave, quello del concerto di Ariana Grande a Manchester, è stato compiuto da una cellula libica di Al Qaeda. Le altre azioni, commesse da “lupi solitari” con armi improprie, sono opera dello Stato Islamico. Entrambe le sigle del terrore, dunque, operano contro il Regno Unito.

E la sconfitta dell’Isis in Siria e Iraq, ormai imminente, potrebbe dare adito a una nuova ondata di attentati. Se l’Isis, infatti, sta convogliando più fondi alle sue cellule in Europa, come abbiamo scritto su queste colonne, anche Al Qaeda non ha mancato l’occasione di farsi sentire, per bocca di Hamza bin Laden (figlio erede di Osama), che invita a lottare per la rivoluzione siriana e invita alla lotta contro Usa e Russia. 

La strage di Manchester ha dimostrato che Al Qaeda è ancora in grado di provocare massacri su larga scala. Per contro, la notizia relativamente buona è l’imperizia e la povertà dei mezzi finora usati dai terroristi dello Stato Islamico. Almeno fino a quando non torneranno in gran numero i foreign fitghters dai campi di battaglia in Siria e Iraq, con esperienze di guerra alle spalle. E il Regno Unito, anche in questo, è il maggior singolo contributore europeo di volontari arruolati nelle file dell’Isis in Siria e Iraq.