• LE INDAGINI/2

Bibbiano, il sesso come “arma” per togliere i bambini

Una minore tolta alla famiglia e data in affido sottoposta a visita ginecologica forzata per dimostrare a tutti i costi una violenza mai avvenuta. Le drammatiche storie di bambine sottratte ai genitori sulla base di sospetti. I servizi della Val d’Enza utilizzavano invasivamente aspetti sessuali per convincere i giudici, ma per la Procura sono metodi ingiustificati e violenti. 
-1/SVELATA L'IDEOLOGIA GAY

C’è un’espressione ricorrente in quasi tutti i 108 capi d’imputazione che compongono l’avviso di fine indagini preliminari dell’Inchiesta Angeli & Demoni: “…Così privando l’Autorità Giudiziaria minorile della conoscenza di diversi elementi che avrebbero consentito valutazioni alternative”. Non è una frase fatta, ma la presa d’atto della Procura di Reggio che la narrazione degli assistenti sociali di Bibbiano doveva portare obbligatoriamente all’esito di allontanare i minori dal contesto famigliare indipendentemente o no dall’esistenza di seri motivi come gli abusi sessuali. A scapito della verità dei fatti che avrebbe dovuto mettere il giudice dei minori invece di fronte a decisioni diverse, ma non desiderate.

Anzi, nelle tante pagine che compongono l’ordinanza firmata dal Procuratore Marco Mescolini e dal sostituto Valentina Salvi, si comprende come fosse sistematico influenzare il giudizio dei giudici o dei periti (CTU) del tribunale attraverso ricostruzioni false, prove documentali artefatte o anche solo affermazioni estorte e costruite a tavolino. Elementi che ora dovranno passare al vaglio di un dibattimento giudiziario.

L’obiettivo era allontanare una bambina su cui si sospettavano abusi? La tesi allora – ricostruisce la Procura, - seguiva un preciso canovaccio di comportamenti che avrebbero dovuto convincere l’autorità giudiziaria, indotta così a credere, grazie all’autorevolezza e al potere dei servizi, dell’esistenza di abusi quando invece gli abusi non erano neanche mai stati sollevati dalla presunta vittima o si era in presenza ancora di accertamenti giudiziari.

I casi citati sono numerosi e molti di questi utilizzano sempre come criterio anche l’aspetto sessuale andando a delineare una sessualizzazione nella vita del bambino o della bambina quasi sempre ingiustificata.

Quella sessualizzazione accentuata che veniva utilizzata come “prova” per giustificare il contesto dei presunti abusi, in realtà veniva tirata fuori strumentalmente e sollecitata in maniera artefatta da loro stessi.

Il caso ad esempio della bambina alla quale venne manipolato il disegno, introducendo delle mani di un adulto che la avvinghiavano con fare predatorio, è emblematica. E proprio dalla sua storia emergono particolari raccapriccianti di cosa fossero disposti a fare gli assistenti sociali per sostenere a tutti i costi la pista dell’abuso in famiglia con lo scopo di allontanare i piccoli dalle famiglie d’origine e darli in affido.

E’ una storia recente che risale al 2018. La piccola vive tra i nonni e la madre, che a sua volta è stata accompagnata con un altro uomo. E’ lui che viene sospettato di aver compiuto abusi sulla bambina, di cui non è figlia. La denuncia però si rivelerà un buco nell’acqua e la posizione verrà così archiviata.

Ciononostante, Federica Anghinolfi, la dirigente del Servizio Sociale della Val D’Enza, un’assistente del suo ufficio e uno psicologo dell’Asl in servizio a Bibbiano, avrebbero attestato il falso nella relazione poi trasmessa al giudice. Come? Ad esempio, dicendo che la madre della piccola aveva loro riferito di “essere dispiaciuta per la richiesta di archiviazione dell’ex compagno e dichiaravano che la donna era intenzionata a sporgere denuncia contro il medesimo”. Circostanza, però, “risultata falsa”.

Non solo: la donna non voleva denunciare l’ex uomo, ma il servizio si diede da fare per cercare le prove dell’avvenuta violenza. L’occasione gli si presenta quando il servizio chiede una visita ginecologica urgente per la bambina. Lei è appena stata davanti al Pm e ha negato di aver subito abusi sessuali da parte dell’ex compagno della madre. Ma Anghinolfi e una assistente della sua equipe cercano ed ottengono di far fare una visita ginecologica alla bambina.

Il motivo? La piccola affermava di avere “bruciori vulvari”. Il pm nota che “in realtà” erano “collegabili a sintomi manifestati mesi prima e di cui le indagate erano pienamente consapevoli”. Invece “inducevano in errore il pediatra della piccola, il quale certificava in apposita prescrizione medica la necessità di dover eseguire una visita ginecologica”. Si tratta – scrivono i magistrati – “di una violazione della capacità di autodeterminazione della minore” e “pienamente consapevole dell’illegittimità” dato che la Anghinolfi era a conoscenza del “parere contrario del medico legale”.

In sostanza: i pm accusano la Anghinolfi e la sua collaboratrice di violenza privata (art 610 cp) perché “costringevano la minore a sottoporsi ad un trattamento sanitario invasivo consistito in una visita ginecologica, con la sola finalità di verificare la sussistenza di abusi sessuali”. Abusi, lo ripetiamo, che non sono mai stati verificati.

Le ingerenze nella vita della minore sarebbero proseguite anche con il lavoro della psicoterapeuta, Imelda Bonaretti, che ora è accusata di frode processuale (art 375 cp) perché “alterava lo stato psicologico ed emotivo della minore” anche “in concomitanza con l’audizione protetta della bambina davanti al Pm e nell’incidente probatorio”.

Ad esempio – oltre a dover rispondere di aver alterato il disegno - “convinceva con sistematicità ed autorevolezza la minore di aver subito abusi sessuali da parte dell’ex compagno della madre, aggiungendo dettagli dei rapporti sessuali ipotizzati e suggeriti alla minore”.

Ma c’è di più a confermare l’insistenza sul sesso come “corpo del reato” da usare come arma di accusa: la professionista “denigrava sistematicamente le figure genitoriali” e “indicava alla bambina i vari passaggi degli abusi ipotizzati (dai toccamenti all’eiaculazione), chiedendole semplicemente di confermare i racconti così come da lei stessa interamente suggeriti”. E ancora: sempre la Bonaretti – come si evince dalle carte del pm Valentina Salvi - “dava più volte consigli alla bambina su come proteggersi la “patatina” in modo che l’uomo non potesse più farle del male”. Uomo che più volte definiva “sporco e che, abusandola, le aveva rubato l’infanzia”.

Nel febbraio 2019, le accuse sull’uomo sarebbero stato archiviate e pochi mesi dopo lo scandalo Bibbiano sarebbe esploso. Ma la scia di intrusioni nell’intimo di minori indifesi avrebbe lasciato molte tracce del suo passaggio dirompente.