• SECONDA UDIENZA

Becciu, riprende il processo. Ma sarà giusto?

Oggi in Vaticano la seconda udienza del processo per presunti reati finanziari con i fondi della Segreteria di Stato. Dieci gli imputati, tra cui spicca il cardinale Becciu. I suoi avvocati accusano i Pm vaticani di violazioni procedurali. E anche media laici, come il Corriere, avanzano dubbi sulla legittimità e sull’atteggiamento fin qui tenuto da Francesco. Arriva pure la voce dell’ex ‘nemico’ Pell, che invoca “un giusto processo”.

Oggi in Vaticano andrà in scena la seconda udienza del processo per presunti reati finanziari compiuti con i fondi della Segreteria di Stato. Dieci gli imputati, tra cui l’ex presidente dell'Aif René Brülhart e l’ex direttore Tommaso Di Ruzza. Ma gli occhi di tutti sono puntati sull’imputato eccellente, il cardinale Giovanni Angelo Becciu, accusato di peculato e abuso d’ufficio anche in concorso, nonché di subornazione

L’ex sostituto della Segreteria di Stato ha già fatto capire di non essere disponibile a fare l’agnello sacrificale in un processo che sta sollevando non pochi punti di domanda in diversi osservatori. Gli avvocati difensori del porporato, infatti, hanno messo in evidenza le presunte violazioni procedurali dei Promotori di giustizia vaticani che si sono rifiutati di depositare presso la Cancelleria del Tribunale la copia delle videoregistrazioni degli interrogatori di monsignor Alberto Perlasca, ex funzionario dell’ufficio amministrativo della Segreteria di Stato e grande accusatore di Becciu.

Giuseppe Pignatone, presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, aveva ordinato di depositare il materiale tassativamente entro il 10 agosto, ma i Pm vaticani hanno opposto un secco - quanto clamoroso - rifiuto, adducendo il fatto che in caso di consegna sarebbe “irreparabilmente compromesso il diritto alla riservatezza delle persone coinvolte”. Ma il contenuto delle rivelazioni di Perlasca contro Becciu era già finito sulle 487 pagine di citazione a giudizio redatte dall’Ufficio del Promotore di giustizia e abbondantemente riportato anche sui giornali. La particolarità è che il monsignore comasco, uno dei primi sei indagati nell’inchiesta della magistratura vaticana sullo scandalo del palazzo londinese, alla fine non è stato rinviato a giudizio e non è imputato nel processo di cui è grande protagonista. Secondo i Pm, infatti, su Perlasca non sarebbero emersi “elementi per sostenere che il comportamento sia stato improntato a infedeltà e ispirato alla realizzazione di interessi personali”.

Il 'no' indirizzato dai pubblici ministeri al presidente del Tribunale ha fatto trasecolare gli avvocati difensori degli imputati: Fabio Viglione, legale del cardinale Becciu, ha affermato di non credere “che un’ordinanza del Giudice terzo, ancorché non condivisa da una delle parti, possa non essere eseguita”, mentre il difensore di Fabrizio Tirabassi - ex funzionario dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato - ha parlato di “provvedimento unico nella storia dei processi penali in quanto una delle parti sostanzialmente rifiuta di dare esecuzione a un ordine del Tribunale con motivazioni che potremmo definire capziose”.

Insomma, cominciano a serpeggiare dubbi sulla legittimità stessa del processo: Nicole Winfield dell’Associated Press ha scritto che gli avvocati della difesa si sono interrogati sull’esistenza di garanzie o meno “dal momento che la Santa Sede non ha mai firmato alcuna convenzione internazionale che garantisca processi equi o che preveda il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo”. Come ha riportato la vaticanista di AP, il consulente del pool difensivo dell’imputata Cecilia Marogna, Riccardo Sindoca, “ha anche sostenuto che i giudici del tribunale non possono essere considerati veramente imparziali o indipendenti dal momento che papa Francesco li ha assunti e li può licenziare, e che hanno giurato di essere leali e obbedienti al papa, non alla legge come è il caso dei giudici in Italia”. Incognite che, pur promuovendo il Vaticano per l’efficacia raggiunta nella lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo, avevano avanzato lo scorso giugno anche i valutatori di Moneyval, lamentando il fatto che i Pm vaticani svolgono tale incarico part-time e sono poi occupati a praticare legge in Italia.

Il caso Becciu, quindi, sta finendo per attirare l’attenzione sul funzionamento della macchina della giustizia vaticana. Negli ultimi giorni si sono alzate voci autorevoli in difesa del primo porporato finito alla sbarra nello Stato più piccolo del mondo: per Paolo Mieli, ex direttore del Corriere della Sera, “i processi vanno fatti con tutti i crismi con cui si fanno nei Paesi civili” e “il povero Becciu sembra un uomo per bene finito in un tritacarne”. Ieri, poi, ancora più esplicito è stato un articolo del professore Ernesto Galli della Loggia che sul Corsera ha parlato di “clamorosa violazione delle regole che ha caratterizzato l’intera istruttoria del processo”. “Come si spiega - ha scritto l’editorialista - che per ben quattro volte a istruttoria già in corso il Pontefice sia intervenuto con la sua autorità di legislatore assoluto per consentire nuove procedure, e stabilire nuove forme immancabilmente sfavorevoli a Becciu? Mi chiedo in quale altro luogo del mondo civile ciò sarebbe stato permesso senza che ne nascesse uno scandalo”. A questo punto Galli della Loggia ha avanzato anche un parallelo con il caso Zaky per criticare l’atteggiamento giustizialista dei giornalisti su Becciu, “convinti, evidentemente, che solo al Cairo si possa amministrare la giustizia secondo i desideri del potere”. Lo storico ha rimproverato a Papa Francesco la decisione di aver punito il cardinale sardo, “addirittura prima ancora che egli divenisse giuridicamente” imputato, con la privazione dei diritti legati al cardinalato.

Secondo Galli della Loggia nessun organo di stampa ha sollevato domande sulle presunte anomalie del processo perché “la figura del Pontefice gode di un vastissimo consenso che lo mette facilmente al riparo dalle critiche” ed è un consenso dovuto al “tono di molte sue parole, che gli hanno conquistato tra l’altro l'appoggio pressoché incondizionato del sistema mondiale dei media”. Un’analisi, quella del professore romano, probabilmente destinata a suscitare non poche reazioni.

Intanto, a spezzare una lancia in favore di Becciu ci ha pensato anche il suo ex 'nemico' di Curia, quel cardinale George Pell che all’indomani del 'siluramento' dell’ex prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi aveva rilasciato una dichiarazione entusiastica per “i recenti sviluppi”: pochi giorni fa, invece, ha detto che “Angelo Becciu ha diritto a un giusto processo”. Vedremo se sarà così.

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