• LA MORTE DEL REGISTA

Addio Olmi, mosca bianca del cinema. Ma un po' panteista

Olmi nel panorama cinematografico italiano è sempre stato visto un po’ come una mosca bianca, cioè non rossa. Ma il suo è stato un pensiero legato al popolo e a un vago cattolicesimo, a tratti panteista ed evoluzionista. 

E’ morto Ermanno Olmi, celebrato regista italiano. Tanto, che per lui il comune di Bergamo, dove era nato ottantasette anni fa, ha messo le bandiere a mezz’asta. L’ultimo suo lavoro è stato il film Torneranno i prati, ambientato durante la Prima Guerra Mondiale in occasione del centenario, dopoché ha collaborato, per le immagini, con l’Expo di Milano del 2015. Nel 1989 aveva vinto il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia con La leggenda del santo bevitore, tratto da un racconto di Philip Roth. Ma il suo capolavoro, e anche l’opera che lo lanciò nel firmamento dei registi d’essai, resta L’albero degli zoccoli, con cui nel 1978 vinse la Palma d’Oro al Festival del Cinema di Cannes e anche il César, che è l’Oscar francese.

Olmi nel panorama cinematografico italiano è sempre stato visto un po’ come una mosca bianca, cioè non rossa. Il famoso attore francese Gérard Depardieu diceva che i registi italiani sono tutti «comunisti con le case», intentendo radical chic, quelli che in Francia sono detti gauche caviar, sinistra al caviale, filoproletari con tanto di villa di lusso. Olmi non era rosso, ma bianco. Per la sua religiosità conclamata e dichiarata apertis verbis veniva ascritto al mondo cattolico, ma lui rifiutava questa etichetta. E a buona ragione, giacché la sua religiosità non era proprio chiarissima, talvolta sembrava tendere al panteismo, talaltra pareva guardare a un cattolicesimo di tipo progressista, con spiccata simpatia verso i preti del fare a discapito di quelli spirituali. Olmi, Leone d’Oro alla carriera nel 2008, aveva, sembra, una religiosità di tipo tolstojano, almeno a giudicare da un’intervista rilasciata nel 2015 a Gian Antonio Stella per il Corriere della Sera.

Qui fin dalle prime battute aveva espresso un’ammirazione sconfinata per lo scrittore russo, e svelato il motivo della sua predilezione, nei  suoi film, per la gente comune (Il posto, L’albero degli zoccoli…): «Chi capisce prima Cristo se non i pescatori, gli ultimi?». Non importa se quei  pescatori di Cafarnao proprio ultimi non erano, visto che erano proprietari di un’azienda con diversi dipendenti ed erano anche fornitori della casa del Gran Sacerdote. No, a Olmi interessava solo ribadire che «la verità sta sempre con gli umili. Ecco perché Tolstoj era amato dal popolo». In quell’intervista a tratti pirotecnica, mentre Olmi combatteva col male che doveva in capo a tre anni portarlo alla tomba, ci sono sprazzi che meriterebbero un maggiore approfondimento, un’intervista a parte, come questo: «L’uomo è immagine di Dio e anche Dio è immagine dell’uomo», il «pensiero è il grande dono di Dio».

Ma ecco che si ritorna al velato sospetto di panteismo. Domanda: «C’è quindi una riscoperta di Dio nonostante tu insista spesso sul “non” sentirti cattolico?». Risposta (sibillina): «La cosa bella di Dio è che si nasconde per farsi cercare. Perché? Perché Dio è tutto. “Ovunque tu mi cercherai io sarò” (…). L’anima delle cose. Mentre invece il bianco europeo si chiede: questa cosa quanto può valere? Uno che ragiona così non avrà mai l’incontro con l’anima del mondo». Un atto di fede nell’evoluzionismo: «La sacralità del cibo è capita soprattutto da coloro che producono il cibo. Vedono la zolla. La trattano. Piantano il seme. Quello cresce. Diventa pane. Se non è un miracolo di vita questo! L’uomo è potuto venire al mondo nell’evoluzione dopo che quattro graminacee hanno formato il frumento. Se non ci fosse stato il frumento non ci sarebbe stato l’uomo». 

Ma poi un ripiegamento nel cattolicesimo: «Mi dice Ravasi (il cardinale, ndr) che il rosario è stato fatto dalle donne. Ave Maria, ave Maria, ave Maria... Mi chiedevo: perché questo bisogno di dire dieci Ave Maria? Ne basterebbe una! No: perché ogni volta che lo ripeti devi trovarci un significato nuovo. Se no sei un pappagallo. Può essere, il rosario, una cosa per sonnolenti o un esercizio per vivere la stessa cosa con un senso nuovo. È come quando dici: ti amo. Se lo ripeti come un pappagallo ne perdi il senso. Se lo dici ogni volta riscoprendo una nuova emozione... È una possibilità divina che ci è data...». Olmi diceva, allora, il rosario? Se sì, sappiamo adesso dov’è.