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Bolsonaro il "populista" batte i (veri) populisti

Jair Bolsonaro, il vincitore delle elezioni presidenziali brasiliane, scampato a un attentato, è il nuovo babau della stampa internazionale, inquadrato nella famiglia dei leader "populisti". In realtà la sua vittoria è la reazione popolare al fallimento delle politiche populiste (autentiche) in Brasile.

Jair Bolsonaro, il vincitore delle elezioni in Brasile

“Voi siete i miei testimoni, che questo governo sarà un difensore della Costituzione, della democrazia e della libertà e che questa non è solo la promessa di un partito, o le parole vuote di un uomo, ma un giuramento a Dio”. Con queste suggestive parole, Jair Bolsonaro, il candidato di destra del Brasile, ha inaugurato la sua presidenza. Come da previsione e confermando il risultato del primo turno, nel secondo turno delle presidenziali, Bolsonaro ha vinto con il 55,2% dei voti, contro il 44,8% del suo diretto rivale, Fernando Haddad, del Partito dei Lavoratori, successore di Dilma Rousseff e di Lula. È sopravvissuto a un grave attentato alla sua vita ed è il nuovo presidente del Brasile. Fermandosi alla superficie delle notizie, Bolsonaro rappresenta “l’estrema destra” brasiliana. Ne sentiremo parlare nei prossimi anni con lo stesso aggettivo che viene usato per Trump, Orban e Salvini: populista. In realtà, Bolsonaro è l’ultimo (in ordine di tempo) vittorioso esponente di una leva politica latino-americana contro il populismo.

Il nuovo presidente, partito dal nulla, a capo di una formazione fuori dai giochi (il Partito Liberale Sociale), ex militare, mai pentito di aver sostenuto la dittatura militare (finita nel 1985), con un record di dichiarazioni politicamente scorrette contro donne, gay e neri, non avrebbe mai vinto le elezioni in tempi ordinari. Adesso fa parte di un fenomeno globale. Ma in Brasile, questo fenomeno, con forti connotati nazionalisti, si oppone al populismo. Il populismo, come spesso si tende a dimenticare, è un’ideologia nata in Russia nel XIX Secolo per redistribuire la terra ai contadini. In America Latina chi, oggi, si avvicina maggiormente al modello populista (propriamente detto), è il regime messo in piedi da Hugo Chavez e ora retto da Nicolas Maduro in Venezuela. Quindi: soldi ai poveri, espropri, distribuzione delle terre ai contadini (il Movimento dei Senza Terra è legato al Partito dei Lavoratori di Lula, della Rousseff e di Haddad), il tutto gestito da un capo carismatico che ha un rapporto diretto col popolo, saltando a piè pari le “lungaggini” della democrazia rappresentativa. Questo modello, in Brasile, è stato rappresentato per quasi due decenni, da … Lula.

Non si può infatti comprendere la vittoria di Bolsonaro se non come una reazione al socialismo populista di Lula, che è completamente fallito. La prima caratteristica del potere di Lula e della Rousseff è il legame fra il governo e la grande industria di Stato, a vantaggio del Partito dei Lavoratori (Pt). L’inchiesta della magistratura che ha travolto Lula l’anno scorso ha stimato un giro di tangenti pari a 12 miliardi di dollari statunitensi, tutti fondi pubblici accaparrati dal Partito. Gli osservatori l’hanno ribattezzato “il più grande scandalo di corruzione nella storia” del Brasile, ma non rende l’idea. Più che la corruzione è diventato lampante il sistema di potere: grandi aziende di Stato, fra cui il colosso petrolifero Petrobras, usato come cassa del Partito e come salvadanaio per aiutare i regimi socialisti amici in Venezuela e anche a Cuba. Lula, che è uno dei membri fondatori del Foro de Sao Paulo (dove i leader socialisti latino-americani si riunirono nel 1990 per discutere del futuro del socialismo dopo la caduta del Muro di Berlino), aveva tutta l’intenzione di creare un blocco socialista, a spese dei brasiliani.

Il gioco ha retto, finché gli elettori avevano in cambio benessere e prospettive di crescita. Ma la crescita era vincolata all’esportazione delle materie prime. Quando il prezzo è sceso, dal 2011 il sistema Lula è entrato in crisi irreversibile, che è coincisa temporalmente anche con l’inizio del collasso del Venezuela di Chavez. La crisi economica ha gradualmente eroso la fiducia nel Pt e nella sua classe dirigente. È rimasta solo la corruzione, a beneficio dei dirigenti e dei loro protetti. Per cercare di tenere alto il morale e far ripartire la crescita, la Rousseff ha impiegato i metodi tipici di tutti i populisti: tassi di cambio tenuti artificialmente bassi per far circolare più moneta possibile, calmiere sui prezzi e spesa pubblica. Il risultato è stato: più inflazione, crollo del potere d’acquisto, meno crescita, più disoccupazione. Come in Venezuela e per le stesse ragioni, è esplosa la criminalità: l’ultimo anno è stato contrassegnato da 64mila omicidi, una media di 175 al giorno. Il sistema pensionistico rischiava già di fallire negli anni scorsi, ma tuttora il Pt si oppone alla sua riforma (anche perché la Costituzione brasiliana stessa, una delle più lunghe del mondo, lo impedisce).

Già i mesi che hanno preceduto il Mondiale di calcio e poi la vigilia delle Olimpiadi sono stati contrassegnati da fortissime tensioni sociali. Il sistema è poi letteralmente esploso sull’inchiesta delle tangenti Petrobras, l’operazione “Lava Jato” (l’equivalente brasiliano di Mani Pulite), quando la corruzione della classe dirigente del Pt è stata esposta. La reazione del Pt alla sua crisi è stata autoritaria. Lula, condannato a 12 anni di carcere, ha sfidato la giustizia candidandosi contro la sua stessa legge del 2010 che vieta un condannato di presentarsi alle elezioni. È stato escluso dalla competizione delle presidenziali, ma ha cercato ugualmente di presentarsi in pubblico come eroe e vittima. In un crescendo di autoritarismo, anche questo tipicamente populista, in queste elezioni il candidato Haddad ha proposto più controllo del governo sulla magistratura, minando la divisione dei poteri e una nuova assemblea costituente… altra inquietante analogia con le convulsioni del regime di Maduro in Venezuela. Alla fine è emersa anche tutta la violenza dei militanti del Pt, con il tentativo di assassinare Jair Bolsonaro, quando i sondaggi iniziavano a darlo vincente.

Bolsonaro, contrariamente a quel che si possa pensare dopo aver letto la sua rassegna di roboanti dichiarazioni, è invece un presidente che imposta la sua agenda politica sull’ordine e sulla responsabilità fiscale. L’ordine intende ripristinarlo, non solo rafforzando la polizia, ma dando maggior libertà di portare armi, sul modello statunitense. Dunque una maggior possibilità di difendersi da una crescente criminalità. L’ordine parte dalla difesa della famiglia e Bolsonaro è un convinto assertore della famiglia naturale e un pro-life senza dubbi. È anche un conservatore fiscale, appunto: annuncia di voler far tornare in equilibrio i conti con meno spesa pubblica, ripristinando la proprietà privata sulle terre, meno tasse e un mercato più aperto, anche all’Europa. In Italia, nel nostro piccolo, attendiamo di vedere se veramente concederà l’estradizione dell’ex brigatista Cesare Battisti, come ha promesso: finora era protetto da Lula e dalla Rousseff.