• SCENARI

Tutti i possibili conflitti del 2018

Corea, la zona demilitarizzata

Quali crisi o conflitti domineranno il nuovo anno appena iniziato? Le previsioni sono in alcuni casi facili da valutare, in altri risulta invece più complesso e sfumato esprimere valutazioni in base agli elementi oggi noti.

Nonostante la sconfitta subita sui campi di battaglia in Iraq e Siria, lo Stato Islamico continuerà a rappresentare una grave minaccia terroristica per il Medio Oriente, l’Asia Centrale, l’Africa sahariana e sub sahariana e, ovviamente, per l’Occidente. Lo si vede già in questi primi giorni dell’anno in cui il Califfato fa parlare di sé con azioni terroristiche su vasta scala in Iraq, Afghanistan, Sinai e Libia, Stati dove le operazioni militari condotte dalle forze locali e dalla coalizione hanno forse limitato le capacità dei miliziani di condurre azioni militari convenzionali ma non certo quelle “asimmetriche”, cioè le azioni di guerriglia e gli attentati. Per questo Egitto, Afghanistan, Sahel e Libia potrebbero registrare nuove escalation delle violenze.

L’Europa potrebbe subire nuovi devastanti attacchi terroristici legati al massiccio rientro nei confini della Ue di migliaia di foreign fighters che nessuno Stato europeo pensa seriamente di imprigionare, puntando invece a recuperarli alla società. Un’Europa quasi passiva contro il terrorismo islamico, la cui vulnerabilità dipenderà dalle scelte dei jihadisti che potrebbero scatenare gli esperti veterani del jihad per compiere azioni dimostrative oppure potrebbero utilizzarli per addestrare nuove reclute del Califfato. Nessuna delle due ipotesi è incoraggiante e del resto L’Europa continuerà a pagare anche nel 2018 il prezzo di un’immigrazione islamica selvaggia e aggressiva che già da alcuni anni sta determinando seri problemi di ordine pubblico e sicurezza specie in Francia, Germania, Gran Bretagna, Belgio, Svezia e Olanda. Il nuovo anno vedrà quindi accentuarsi le differenze politiche ma anche di “stile di vita” tra un’Europa occidentale sempre più in balìa del caos determinato dai migranti islamici e una Mitteleuropa, emarginata da Bruxelles, ma al riparo dalla minaccia terroristica e del jihadismo per l’assenza in questi paesi di comunità islamiche significative. Differenze ben evidenziate lunedì dall’intervista al premier ungherese Viktor Orban del giornale tedesco Bild in cui il leader magiaro, sui migranti illegali, ha affermato senza mezze misure: “Noi consideriamo queste persone non come profughi musulmani, ma come invasori musulmani".

Restando in Europa potrebbe essere molto alto il rischio che si riacutizzino le tensioni tra Nato e Russia non solo lungo la nuova “cortina di ferro” tra Russia, Polonia e Repubbliche Baltiche ma soprattutto nel mai concluso conflitto ucraino. Specie se Kiev, forte dei recenti aiuti militari americani, tentasse di strappare il Donbass alle milizie filo russe determinando un nuovo inevitabile intervento di Mosca, che sembra in molti stiano cercando di provocare negli ambienti dell’Alleanza Atlantica.

Più a sud est, non si può escludere che l’area del Golfo veda il deteriorarsi della crisi tra Arabia Saudita e Iran (e tra il Qatar e le altre monarchie sunnite) sia sul fronte de conflitto yemenita sia in un possibile confronto diretto tra Riad e Teheran pieno di incognite. Un attacco saudita e statunitense contro l’Iran potrebbe venire favorito dal prolungarsi del conflitto nello Yemen e dalla percezione di debolezza del regime di Teheran in seguito alle manifestazioni dei giorni scorsi. Una crisi con l’Iran ben difficilmente risparmierebbe il confine tra Israele e Libano infiammando il meridione del Paese dei Cedri dove sono schierati 12 mila caschi blu dei quali un migliaio italiani.

Restando in Medio Oriente è possibile anche un inasprimento degli scontri tra israeliani e palestinesi, questi ultimi indeboliti da un lato dalla minaccia Usa di bloccare i finanziamenti all’Autorità Nazionale Palestinese ma rafforzati dall’altro dalla Turchia, decisa a riconquistare l’influenza nel mondo arabo perduta esattamente cento anni or sono con la caduta dell’Impero Ottomano. La “svolta” rappresentata dall’annuncio di Trump di trasferire a Gerusalemme l’ambasciata Usa sembra aver scatenato nuove violenze ma punta a togliere sostegno ai palestinesi per indurli a negoziare una pace stabile. 

In Asia meglio tenere d’occhio anche il sempre caldo confronto tra India e Pakistan e tra India e Cina, specie dopo le scaramucce estive sul confine himalayano che minacciano di sfociare in una nuova guerra sul “tetto del mondo” tra le due potenze asiatiche combattutesi in campo aperto nel 1962.

Nonostante gli incoraggianti colloqui di ieri a Panmunjeon, in vista delle Olimpiadi invernali, la crisi coreana pare esser destinata ad aggravarsi in assenza di un ampio negoziato tra Washington e Pyongyang sul disarmo atomico e missilistico del regime di Kim Jong-un. Un negoziato che dovrebbe coinvolgere anche la Cina, il cui espansionismo nelle isole del Mar Cinese rinnova le tensioni con gli Usa e gli altri Stati della regione aggiungendosi al sempreverde e latente confronto con Taiwan.