• RADICI E IDENTITA'

Trump e Orban: in gioco la perdita o la tutela dell'identità

Trump e Orban

Negli stessi giorni del centenario della fine delle apparizioni di Fatima (13 ottobre), i rappresentanti di due paesi hanno fatto discorsi del tutto simili, mostrando la vera partita che si sta giocando nel mondo. Quella fra chi crede che l'identità sia un muro divisivo da smussare e quella di chi sostiene che la valorizzazione di essa sia una ricchezza per l’uomo e per le nazioni. Dopo il Rosario dei polacchi alle frontiere, che non hanno solo affermato un’identità nazionale, ma le proprie radici cristiane e la dipendenza dell’uomo da Dio (è questo il vero fondamento dell’identità che fa progredire la storia e che oggi si teme di affermare, come se ciò fosse vero solo per chi crede) è stato il turno dell’Ungheria di Viktor Orban e poi quello degli Stati Uniti di Donald Trump. 

Il 13 ottobre Trump è tornato a parlare al Values Voter Summit, la conferenza politica annuale che raccoglie numerose organizzazioni che indirizzano il loro voto in base al rispetto del diritto naturale (quindi ai princìpi della vita, della famiglia, della fede, della libera iniziativa e dalla libertà di espressione). Mentre il giorno precedente Orban aveva aperto la più grande conferenza mai supportata da un governo per far fronte alle persecuzioni cristiane nel mondo, a cui hanno partecipato 30 paesi e i loro leader cristiani.

L’analisi di Orban è agghiacciante nel suo realismo, quando denunciando “il politicamente corretto e l’incantesimo dei diritti umani che confonde tutto” e “il silenzio apatico dell’Europa che nega le sue radici cristiane”, ha spiegato che le politiche immigratorie che permettono a tutti, compresi “gli estremisti pericolosi”, di avanzare “trasformeranno radicalmente” la cultura e l’identità cristiane “in poche generazioni”.

Razzista? Peccato che Orban sia seriamente impegnato nell’aiuto delle comunità perseguitate con un ministero dedicato a loro, perché “altrimenti Dio ce ne chiederà conto”. Ma ecco cosa intende Orban per aiuto, sottolineando il punto principale della questione: “Quando li aiutano a tornare nelle loro terre di origine gli ungheresi adempiono ad una missione”, quella di “preservare le autonomie nazionali…di preservare i loro paesi”. Non a caso il patriarca caldeo, Louis Sako di Baghdad, ha ringraziato il governo ungherese per l’aiuto ricevuto facendo riferimento alle donazioni di 2,4 milioni di dollari per aiutare 1.000 famiglie a ritornare in Iraq, scongiurando un nuovo esodo. Fra le altre azioni ci sono le costruzioni di scuole, case e di fondi per lo studio.

È così che, “mettendo da parte il politicamente corretto, si devono aiutare i cristiani con tutte le proprie forze”, ha continuato Orban, perché “se un guardiano vede il nemico avvicinarsi e non suona l'allarme, il Signore riterrà tale guardiano responsabile per la morte di coloro che vengono uccisi a causa della sua inazione”. Inoltre, ha concluso, dopo un regime comunista che impoverì il paese minando la sua identità, l’Ungheria che oggi sta prosperando, "riconosce l’importanza dell’identità nazionale per sé” e dunque “anche per gli altri”.

Quello di Trump è un discorso che, oltre a citare, al pari di Orban, Dio come fattore oggettivo e necessario anche alla politica, dimostra le ragioni del premier ungherese e delle altre nazioni europee, prima vittime del comunismo, che oggi riconoscono l’importanza del cristianesimo: “L’America - ha cominciato il presidente - è una nazione di credenti e insieme siamo rafforzati e sostenuti dal potere della preghiera”. Poi ha parlato del suo popolo “come capace di opporsi al male e all’odio con coraggio e amore” facendo riferimento alla sparatoria di Las Vegas dove donne e uomini hanno dato la vita per salvarne altri. Mentre durante l’uragano Harvey un imprenditore, padrone dell’azienda "Mattress Mack”, ha perso molti soldi per aiutare le persone alluvionate affermando che "la mia fede è ciò che mi definisce, è chi sono. Possiamo permetterci questo [il costo in dollari] ... ma quello che non possiamo permetterci…è causare la perdita della speranza delle persone”. Insomma, ha sottolineato Trump, “gli uomini e le donne che hanno rischiato la loro vita per salvare i loro concittadini hanno dato prova delle parole della scrittura: “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”.

Subito dopo Trump ha chiarito un altro aspetto dell’identità americana che rende il paese davvero accogliente, si tratta “degli stessi valori condivisi e immutabili. Condividiamo il rispetto per la dignità di ogni vita umana. Crediamo in famiglie forti e in comunità sicure. Onoriamo la dignità del lavoro. Difendiamo la Costituzione. Proteggiamo la libertà religiosa…Siamo orgogliosi della nostra storia…Celebriamo i nostri eroi e onoriamo ogni americano che indossi l’uniforme. Rispettiamo la nostra meravigliosa bandiera americana. E siamo uniti dai nostri costumi, credenze e tradizioni che definiscono chi siamo come nazione e come popolo”. Poi il riferimento a chi, come i padri fondatori, sa cosa rende un paese felice e prospero: “George Washington disse che “la religione e la moralità sono inseparabili” nel raggiungimento della felicità dell’America...della sua prosperità, del suo pieno successo. Sono la nostra fede e i nostri valori ad inspirarci e a darci la chiarezza per agire con coraggio e per sacrificarci per ciò che capiamo essere giusto".

Pertanto "i padri fondatori dell’America hanno evocato il nostro Creatore per ben quattro volte nella Dichiarazione di Indipendenza". Ma "come sono cambiati i tempi", ha constatato, promettendo però che "le cose torneranno come prima”. Infine, un altro accenno alla preghiera, visto che lo stesso “Benjamin Franklin ricordò ai suoi colleghi dell’Assemblea Costituente di cominciare piegando la loro testa in preghiera. Perciò, la libertà religiosa è contemplata subito nel primo emendamento della Carta dei Diritti. Mentre noi tutti promettiamo fedeltà così - in modo veramente bello - “come una nazione sottomessa Dio””. Quindi, come i polacchi hanno ricordato: “Questa è l’eredità dell’America, un paese che non dimentica che siamo tutti - tutti, ognuno di noi - creati dallo stesso Dio del Paradiso….vi prometto che nell’amministrazione Trump la nostra tradizione religiosa sarà amata, protetta e difesa come non è mai accaduto prima”.

Poi il presidente ha fatto l’elenco dei provvedimenti, pro family, pro life e a favore della libertà religiosa presi in nove mesi fra cui la libertà di parlare della vita pubblica anche dei "pastori, preti o rabbini", perché "queste sono le persone che vogliamo ascoltare e non saranno più tenute in silenzio”. Poi il riferimento alle Little Sister of Poor (le suore in causa con il governo Obama che obbligava a pagare la contraccezione e l'aborto ai propri assistiti): “Sono dovute passare per l’inferno…voglio davvero dire a tutti che le Little Sister of Poor e altre persone di fede vivono una chiamata bellissima e noi non lasceremo che i burocrati le sottraggano dalla loro chiamata o che le privino dei propri diritti". Così, "stiamo frenando gli attacchi ai valori giudeo-cristiani”.

Il discorso prosegue parlando della bellezza del Natale (parola prima censurata), dei tagli delle tasse, degli incentivi pro family e delle politiche per favorire i lavoratori americani, per cui il tasso di disoccupazione “è il più basso degli ultimi 17 anni” e “il mercato azionario ha toccato il picco storico”. Lo stesso vale per l’Ungheria, dove le politiche pro famiglia e a favore delle imprese nazionali hanno incrementato le nascite, diminuito i divorzi e la povertà e alzato il tasso di occupazione (il governo Ungherese destina il 4 per cento del suo Pil allo sviluppo delle politiche familiari).

È così che Trump sta sfidando il relativismo e il nichilismo radicali, nati in casa propria e di cui l’Europa centro-meridionale sta facendo una bandiera pericolosa: “Troppo a lungo i politici hanno provato a centralizzare il potere nelle mani di pochi…I burocrati credono di poter dirigere le nostre vite, di sovvertire i valori, di mettere le mani sulla tua fede e di dirti come devi vivere, cosa devi dire, come devi pregare". Ma sono “la fede e la preghiera” ad aver sviluppato la sussidiarietà americana per cui “sappiamo che sono la famiglia e la chiesa, non i funzionari di governo, che sanno come meglio creare solide e amorevoli comunità. E soprattutto sappiamo questo: in America non veneriamo il governo, veneriamo Dio. Inspirati da questa convinzione stiamo riportando la chiarezza morale sulla nostra visione del mondo e delle sfide che dobbiamo affrontare”. 

Anche in politica estera Trump ha detto di voler chiamare “il male con il suo nome…faremo fronte alle minacce che mettono in pericolo la nostra nazione, i nostri alleati e il mondo, inclusa la minaccia del terrorismo islamico radicale. Abbiamo fatto grandi passi avanti contro l'ISIS - passi avanti enormi…Non sono mai stati colpiti come ora”. Tutto ciò anche grazie al “coraggio e compassione…Noi vediamo questo spirito negli uomini e nelle donne che si arruolano in maniera disinteressata nelle nostre forze armate e, veramente, che si buttano e rischiano la loro vita per Dio e per il nostro Paese. E lo vediamo nelle madri e nei padri che si alzano all’alba, fanno due lavori, a volte tre. Si sacrificano ogni giorno per il sostentamento e il futuro dei loro figli…e si assicurano che il futuro dei loro figli comprenda Dio, per loro così importante…lo vediamo nelle comunità ecclesiali che si riuniscono per prendersi cura l’uno dell’altro, per pregare l’uno per l’altro e per farsi forza l’un l’altro nel momento del bisogno….Finché saremo orgogliosi nel nostro Paese, avremo fiducia nel nostro futuro e fede nel nostro Dio, allora l'America prevarrà”. E “lasceremo in eredità le benedizioni della libertà e le glorie di Dio ai nostri figli. I nostri valori resisteranno, la nostra nazione fiorirà, i nostri cittadini prospereranno e la nostra libertà trionferà”.

Un'alternativa radicalmente opposta che costringe a scegliere: o la fioritura della propria identità cristiana, con tutte le sue implicazioni sociali, morali, culturali, legali, capace di un’accoglienza reale e forte. Oppure un'identità fiacca, amputata di tutte queste implicazioni, che lascia spazio alla violenza islamista e al decadimento della persona (indebolita dal non sapere bene chi è e per cosa si vive) e quindi delle famiglie, dei legami, del lavori e della solidarietà occidentali”.