a cura di Riccardo Cascioli
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Onu catastrofista? Per il Vaticano troppo poco

La Pontificia Accademia delle Scienze

La Pontificia accademia delle scienze con un tweet ha rilanciato, evidentemente approvandone i contenuti, un articolo (intitolato “Il rapporto sul clima sottovaluta la minaccia”) nel quale si lamenta che il rapporto (catastrofista: vedi qui e qui) appena pubblicato dall'IPCC sia troppo cauto e... tiepido. Ne sono autori Mario Molina (premio Nobel per la chimica nel 1995), Durwood J. Zaelke (fondatore e presidente dell'Institute for Governance & Sustainable Development) e Veerabhadran Ramanathan, che della Pontificia accademia delle scienze è membro ordinario.

Ramanathan e colleghi affermano che il rapporto IPCC ha il pregio di suonare l'allarme sulla terribile emergenza climatica e di indicare la necessità di tagliare drasticamente le emissioni di gas serra, ma “omette un punto chiave”: non riconosce che, se si raggiunge il fatidico 1,5 °C di riscaldamento globale oltre i livelli pre-industriali, si innescheranno “feedback a cascata” con conseguente scomparsa dei ghiacci artici d'estate “entro i prossimi 15 anni”. E se l'Artico rimane senza ghiaccio, il permafrost collasserà, “liberando le sue antiche riserve di metano, un agente superinquinante, 30 volte più potente dell'anidride carbonica nel provocare il riscaldamento”. La catastrofe è servita, insomma, anche solo se si tocca +1.5%.

Non finisce qui. Secondo Ramanathan e colleghi l'IPCC manca di allertare il mondo non solo sui “feedback a cascata”, ma pure su un altro “punto chiave”: non spiega che per passare dall'attuale +1 °C a +1,5 °C bisogna valicare nientemeno che sei “punti di non ritorno” (“tipping points”). E se non ci avverte nemmeno dei primi sei, figuriamoci se l'IPCC sa mostrarci che, per salire di un altro mezzo grado, bisogna oltrepassarne “un'altra dozzina”, di punti di non ritorno. Oltrepassati i quali, e così raggiunti i +2 °C, il sistema climatico sconfinerebbe “probabilmente oltre le possibilità umane di controllo”. Ossia: profusione di stravolgimenti irreversibili.

Gli autori temono che il rapporto IPCC, tra l'omissione di un feedback “autorinforzante” e quella di un “punto di non ritorno”, finisca per “indurre i leader mondiali nell'errore di pensare di avere più tempo per affrontare la crisi climatica, quando in realtà sono necessarie azioni immediate”. Invero ci era parso che, invocando entro dodici anni (cioè entro il 2030) il taglio nientemeno che del 45% delle emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 2010, il rapporto non accordasse il minimo spazio a dilazioni spensierate. Ma ognuno ha il suo punto di vista.   

Per spiegare che la situazione è assai peggiore di come la dipinge l'IPCC, l'articolo rimanda ad una recente pubblicazione ipercatastrofista cofirmata da un altro membro della Pontifica accademia delle scienze, Hans Joachim Schellnhuber (indimenticabilmente angoscianti gli scenari che prospettò in Vaticano, nel 2015, alla presentazione dell'enciclica “Laudato si'”). Peccato che questo studio dica niente di scientificamente solido, ma non sia altro che uno spericolato esercizio predittivo basato sul ricorso a modelli privi di saldi appoggi su dati osservativi. Un manifesto politico ammantato di rigore scientifico, nel quale Schellnhuber propaganda una nuova locuzione facilmente reclamizzabile: “Terra serra” (“Hothouse Earth”).

“Terra serra” sarebbe il pianeta una volta che, raggiunti i famigerati +2 °C, per colpa dei gas serra fosse divenuto esso stesso una gigantesca serra dal clima incontrollabile. Non sappiamo se l'espressione farà fortuna, ma è certo che il manifesto di Schellnhuber e colleghi perora un vero e proprio nuovo ordine mondiale. Vi si legge infatti che, per scongiurare la catastrofe, è necessaria “un'azione che implica la gestione complessiva del Sistema Terra - biosfera, clima e società - e potrebbe includere la decarbonizzazione dell'economia globale” nonché “cambiamenti nei comportamenti, innovazioni tecnologiche, nuove direttive di governance e mutamenti nei valori sociali” Insomma: un appello politico in piena regola per un nuovo ordine mondiale dettato dall'urgenza della minaccia ambientale globale.

Lo stesso nuovo ordine mondiale auspicato non a caso proprio dal cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e delle scienze sociali, mons. Sanchez Sorondo, nell'articolo (cofirmato dallo stesso Ramanathan e da altri membri delle medesime Pontificie accademie) pubblicato a fine luglio (di cui abbiamo già riferito); articolo nel quale (sventura più, sventura meno) si profetizzano i medesimi scenari estremi preconizzati dal recente intervento di Ramanathan e dal manifesto di Schellhuber.

In definitiva, per i gusti della Pontificia Accademia delle scienze pare proprio che il rapporto IPCC non sia abbastanza allarmista e non fomenti a sufficienza una vera e propria rivoluzione politica, sociale ed economica.

Fa sorridere che, secondo Ramanathan e colleghi, alla testa di questa rivoluzione salvifica è realistico che si pongano Cina ed India, cioè i due Paesi che sono rispettivamente al primo e al terzo posto nella classifica di quelli che emettono più CO2 da combustibili fossili. Quanto alla Cina, abbiamo già mostrato che continuerà a emetterne come e più di prima. Quanto all'India, la IEA prevede (vedi qui, pag. 147) che le emissioni di CO2 da produzione di energia raddoppieranno nel 2030 rispetto al 2013. Si tenga presente che la capacità delle centrali energetiche a carbone indiane operative si stima essere, a luglio 2018, di 219 gigawatt, la terza al mondo, e si appresta non a diminuire, ma a crescere (calcolando la capacità di impianti in costruzione e in pre-costruzione) di circa 100 gigawatt (vedi qui e qui), collocando l'India dietro solo alla Cina come numero di nuovi gigawatt e addirittura al primo posto rispetto alla percentuale di incremento: oltre il 45%. Altro che Paesi leader di un poderoso sforzo mondiale di decarbonizzazione... (Alessandro Martinetti)