• L'INTENZIONE DEL PAPA

Padre Nostro, una traduzione, tanti significati

“Non ci indurre in tentazione”: quale che sia la soluzione interpretativa, è chiaro che secondo Gc 1,12-13 e 1Cor 10,13 Dio non ci tenta al male, né permette che siamo tentati oltre le nostre forze. Questo è ovvio e, come dice il Papa, tentare direttamente al male è il mestiere del diavolo.

Il termine “indurre” usato nel Padre nostro sia in Mt 6,13 sia in Lc 11,4, è l’aoristo attivo del verbo “eis-fero” (εἰσενέγκῃς” - eisenekes), che alla lettera significa “portare verso/dentro” e quindi introdurre/indurre.

Sono interessanti gli usi - pochi - dello stesso verbo nel Nuovo Testamento con il senso inequivocabile di portare dentro:

Lc 5,18-19 (il paralitico che i portatori cercano di introdurre di fronte a Gesù): «Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare (portarlo dentro) e di metterlo davanti a lui. / Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza»;

Lc 12,11: «Quando vi porteranno davanti (porteranno dentro) alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire»;

At 17,20 (la domanda dei filosofi ateniesi a san Paolo che aveva evocato un “dio ignoto”): «Cose strane, infatti, tu ci metti negli (ci fai entrare dentro negli) orecchi; desideriamo perciò sapere di che cosa si tratta»;

1Tm 6,7: «(...) non abbiamo portato (portato/introdotto dentro) nulla nel mondo e nulla possiamo portare via»;

Eb 13,11: «Infatti i corpi degli animali, il cui sangue viene portato nel (portato dentro al) santuario dal sommo sacerdote per l’espiazione, vengono bruciati fuori dell’accampamento».

Una parziale e provvisoria conclusione è che questo senso di “indurre - far entrare” è così forte che può certamente essere interpretato correttamente, ma non spazzato via del tutto, a meno di supporre che l’agiografo non conoscesse le parole che usava...

Per cui a questo punto il problema e la soluzione sono che cosa si intende con “indurre”.
Certo, come annotato all’inizio, non si può intendere che Dio tenta direttamente al male, anche se - bisogna riconoscerlo - è vero che nel linguaggio corrente “indurre in tentazione” a volte significa proprio questo.

Ma è anche vero che “non ci indurre in tentazione” - pur aperto all’equivoco di cui sopra -, rispetta di più un altro senso implicito contenuto nella richiesta, che non è immediatamente e semplicemente, come forse suggerisce la modifica francese, il “non lasciarci cadere” nella tentazione - Fa’ che non siamo tentati? Fa’ che alla fine non pecchiamo? Neppure qui è tutto chiaro! -, ma prima ancora è il “non introdurci” nel senso di “non lasciare che siamo introdotti” nella tentazione dal demonio o da noi stessi. In senso forte e usando un verbo simile - e dunque da rendersi con la stessa traduzione - Gesù insegna questa richiesta al Getsemani rivolgendosi agli apostoli “addormentati”: «(...) Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto ma la carne è debole» (Mt 26,40-41). E qui la tentazione è mortale, perché si tratta di non seguire Gesù Cristo sulla via della croce con il rischio di non incontrarlo più come Risorto e Salvatore. La realtà che soggiace alla richiesta è complessa e comporta esperienze che sembrerebbero non stare insieme, ma che insieme vanno tenute: da una parte la tentazione è inevitabile e non si può pretendere che Dio ce ne preservi totalmente - Gesù stesso è stato tentato (Mt 4,1-11) -, dall’altra noi riconosciamo la nostra fragilità e la “terribilità” di certe tentazioni, per cui chiediamo a Dio di non farci entrare dentro, atteggiamento che racchiude in fondo la fiducia che, se Dio permette che noi entriamo in queste tentazioni, grazie al riconoscimento della nostra fragilità e dell’averlo pregato, ce ne farà uscire vittoriosi.
Insomma, detto in altro modo è l’atteggiamento di Gesù che nel Getsemani prega: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» (Mt 26,39). Così in un certo senso è anche per la nostra richiesta “non ci indurre in tentazione”.

Non solo, il “non ci indurre in tentazione” mantiene in sottofondo - anche se con terminologia non correttissima rispetto al linguaggio odierno - la categoria di Dio che prova e mette alla prova. Ad esempio, permettendo la presenza e l’azione nefasta di un falso profeta «il Signore, vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate il Signore, vostro Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima» (Dt 13,4); oppure la non liberazione della terra promessa dai popoli che la abitavano era funzionale al fatto che «Queste nazioni servirono a mettere Israele alla prova, per vedere se Israele avrebbe obbedito ai comandi che il Signore aveva dato ai loro padri per mezzo di Mosè» (Gdc 3,4). Qui mi fermo, ma ognuno per suo conto cercando in una concordanza biblica (elettronica) “prova / provare” e simili, verificherà l’estensione e la profondità del tema e di questa condotta di Dio nei nostri confronti.

In questo senso il “non ci indurre alla tentazione” significherebbe: “Signore, non metterci troppo alla prova, non darci una prova troppo grande, non permettere che siamo tentati oltre le nostre forze ecc.”. Si obietterà, come rilevato all’inizio, che Dio non tenta oltre le nostre forze e dunque non è il caso di inoltrargli una simile richiesta. Ma così ragionando ci si dimentica che il nostro rapporto con Dio non si basa sulla filologia e sulle certezze al limite, ma sulla verità esperienziale antropologica che Dio ha assunto nella antica alleanza e molto di più nella nuova con l’Incarnazione: «Restando sempre intatta la verità e la santità di Dio», è la «ammirabile condiscendenza» di cui parla il Vaticano II (Dei Verbum 13).

Quanto poi alla considerazione che Dio non sta a vedere se siamo caduti ma ci sostiene prima, è verissima, ma non bisogna spingerla più di tanto sino ad eliminare il fatto che, secondo una tradizione ascetica e spirituale, Dio non soltanto ci mette alla prova, ma anche “sta a vedere” il nostro combattimento per premiarci. Di nuovo, in forza della “ammirabile condiscendenza”, Dio si comporta anche come un amico, un educatore, un maestro umano che mette alla prova e sta a vedere, certo invisibilmente presente dall’inizio con la sua grazia. Al riguardo è famoso il testo di sant’Atanasio su Antonio, dopo che quest’ultimo fu tentato dal demonio sotto le forme orribili di animali feroci, un testo ripreso da altri racconti di vite di santi e non tanto per identificarli a quel primo modello, ma perché la realtà della vita cristiana comporta queste prove nelle quali sembra che Dio stia lontano e “a guardare” in vista di purificare la nostra fede e il nostro amore: «Il Signore neppure in questo momento si dimenticò della lotta di Antonio, ma venne in suo aiuto. Sollevati gli occhi, dunque, (Antonio) vide il tetto come se si aprisse e un raggio di luce che scendeva verso di lui. E i demoni scomparvero in un istante, il dolore del corpo era subito cessato, e la casa era di nuovo intatta. Antonio percepì l’aiuto e, ripreso più fiato e alleggerito dei suoi dolori, chiedeva alla visione che si era manifestata: “Dov’eri? Perché non sei apparso fin dall’inizio, per porre fine alle mie sofferenze?”. E una voce a lui: “Antonio, ero qui, ma aspettavo di vedere la tua contesa. Dunque, giacché hai resistito e non sei stato sconfitto, io sarò sempre tuo soccorritore e ti renderò famoso in ogni dove”» (Sant’Atanasio, Vita di Antonio 10,1-3).

Dunque e concludendo: certo che si può cambiare la versione come hanno fatto i francesi e come potremmo fare anche noi in italiano, ma, più si precisa, più si perdono tanti significati concomitanti e sottesi come quelli indicati.

Bisogna anche precisare che la liturgia non cita necessariamente alla lettera la Scrittura, ma dalla Scrittura elabora una sua preghiera. Ad esempio l’Agnello di Dio in Gv 1,29 toglie “il peccato” del mondo, mentre in liturgia prima della comunione toglie “i peccati” del mondo.

E alla fine della fine bisogna ricordare che il linguaggio cristiano non sempre può essere condizionato dal linguaggio corrente e tarato su di esso: certe parole e certe espressioni hanno una polisemia che va mantenuta e imparata, come nel caso classico del termine neotestamentario di “carne”. Il linguaggio cristiano va imparato, va imparato, va imparato perché, come diceva Tertulliano, «cristiani non si nasce, ma si diventa» (Apologetico 18,5), per cui come diceva Totò, anche cristianamente “nessuno nasce imparato”.

Forse chi ha letto fin qui si trova con un aumento di confusione, ma in questo caso è un buon segno perché è più vicino alla verità.