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Obama, il "peggior presidente della storia"

Obama era stato presentato dalla stampa internazionale come una sorta di Messia, l’uomo della speranza, quello che avrebbe “redento” l’America. Oggi viene ricordato come il peggior presidente della storia americana dal secondo dopoguerra. Vediamo perché (e non è difficile indovinarlo).

Obama gioca a golf

Obama era stato presentato dalla stampa internazionale come una sorta di Messia, l’uomo della speranza, quello che avrebbe “redento” l’America dal suo peccato originale del razzismo e avrebbe introdotto riforme per umanizzare il sistema, a partire da quella della sanità. A due anni dalla fine del suo secondo mandato, un titolo campeggia sulle maggiori testate statunitensi, inclusi Washington Post, New York Times e il sito della CNN: “Obama è il peggior presidente dalla Seconda Guerra Mondiale”. Lo attesta un sondaggio della Quinnipiac University.

Lo aveva detto l’attuale presidente Trump, in tempi non sospetti, il 12 settembre 2012, all’indomani del disastro di Bengasi, con l’uccisione dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens: “Obama andrà giù fino ad essere considerato il peggior presidente della storia, su molti temi ma soprattutto sulla politica estera”, aveva twittato l’allora imprenditore, neppure candidato alle elezioni del 2012. L’idea che Obama sarebbe stato ricordato come il “peggior presidente” circolava, come era ampiamente prevedibile, solo negli ambienti repubblicani. Due autori conservatori, in particolare, Matt Margolis e Mark Noonan, avevano dedicato una serie di libri al tema, fra cui “150 motivi per cui Barack Obama è il peggior presidente della storia” del 2013 (un anno dopo la rielezione…). Fra le ragioni del disastro che venivano attribuite all’allora presidente rieletto: “il suo scioccante abuso dei soldi dei contribuenti, il suo stile divisivo di governo, la sua vergognosa usurpazione della Costituzione, i suoi scandali e i loro insabbiamenti, i suoi fallimenti politici in patria e all’estero, la sua espansione senza precedenti dei poteri del governo”. Tutti temi cari ai conservatori americani, insomma. Ma, tutto sommato, si diceva allora, un conto sono i pareri degli avversari politici e dei suoi critici, tutt’altro il parere della maggioranza che lo ha riconfermato a pieni voti. E poi, “vuoi mettere George W. Bush?”, che in tutti i sondaggi di allora era classificato come peggior presidente della storia, al cui confronto Obama era il salvatore?

Eppure… a due anni dalla fine del secondo mandato del presidente democratico, col senno di poi ma con la memoria ancora fresca, il sondaggio Quinnipiac conferma: il 33% dei rispondenti afferma che Obama sia stato il peggior presidente dalla Seconda Guerra Mondiale, più ancora di Bush che raccoglie un poco gratificante 28% e si piazza secondo nella classifica dei peggiori capi di Stato americani. Nella classifica positiva, quella che riguarda i migliori presidenti, Obama arriva ultimo, con l’8% dei rispondenti. Il migliore, dal dopoguerra, è Ronald Reagan con il 35%. Dopo di lui c’è Bill Clinton, che però ha la metà dei consensi di Reagan (18%) e a ruota John Fitzgerald Kennedy, altro mito che però raccoglie solo il 15%.

George W. Bush era il più odiato (prima che arrivasse Obama) perché era associato a due grandi sconfitte: l’Iraq e la crisi economica. Nonostante la sua popolarità quasi unanime nel dopo 11 settembre e la sua rielezione a pieni voti nel 2004, alla fine del suo secondo mandato il suo consenso era evaporato. Nessuna pietà per i perdenti, questa è la logica. Ma il nome di Obama non è associato ad alcuna sconfitta in particolare. Anche la sua ricetta economica, pur molto contestata dai conservatori per il suo statalismo, è stata sempre stata vista come una via d’uscita, quasi obbligata, dalla grande recessione del 2008. Oggi, col senno di poi, gli americani condannano la sua memoria anche per l’economia (il 55% disapprova il suo operato), ma soprattutto per la sua politica estera (57% il tasso di disapprovazione) e l’Obamacare (il 58% la boccia).

La politica estera di Obama, è associata a: primavere arabe, diventate poi inverni islamici. L'uccisione, rimasta impunita, di Christopher Stevens a Bengasi. E’ legata alla crisi in Siria, del tutto mal gestita, che ha portato alla nascita dell’Isis. A una politica di interventi gestiti “alle spalle” (leading from behind) di alleati che poi ne hanno pagato le peggiori conseguenze. Alla rinascita della potenza militare russa e alla sua rinnovata rivalità globale con gli Usa, come non si vedeva dalla guerra fredda. Alla crisi degli immigrati. All’abbandono di alleati di lunghissima data, quali Regno Unito e Israele. All’accordo sul nucleare iraniano, uno dei più impopolari (e inefficaci) di sempre. Sul fronte interno, l’Obamacare, fiore all’occhiello dell’amministrazione democratica, ha creato una serie di conflitti, per le polizze assicurative obbligatorie che avrebbero dovuto contenere anche aborto e contraccezione, cosa che ha provocato battaglie legali epiche, come quella vinta dalle Piccole Sorelle dei Poveri. E non solo conflitti: anche i democratici sono costretti ad ammettere che l’Obamacare ha alzato i prezzi della sanità.

I “fact checkers”, professionisti della verifica dei fatti, storcono il naso: perché misurare la popolarità dell’ultimo presidente, per il quale la memoria è ancora freschissima, e non fare un’analisi più serena e di lungo termine? E come farla? Gallup, il più celebre istituto dei sondaggi statunitense, conserva serie storiche molto interessanti. Per esempio, il tasso di approvazione medio dei presidenti dal secondo dopoguerra ad oggi. Il tasso di approvazione medio: dunque la media dei sondaggi sull’approvazione dell’operato dei presidenti, dal primo giorno di luna di miele all’ultimo giorno di esasperazione. Risulta una classifica diversa, interessante, ma ugualmente non gratificante per Obama. Infatti, il peggiore di tutti è il presidente Harry Truman, proprio quello che vinse la Seconda Guerra Mondiale, con un tasso di approvazione medio di appena il 45,4%. Leggermente meglio di lui si piazzano Jimmy Carter (45,5%) e Gerald Ford, associato alla sconfitta nel Vietnam (47,2%). E poi c’è Obama con un tasso di approvazione medio del 47,9%. Non il peggiore in assoluto, ma uno degli ultimi 4 sui 12 della storia del dopoguerra.