• PAPA

Nessuna misericordia per i preti pedofili

Nuovo affondo del Pontefice sulle inadempienze del passato e sul pugno duro di oggi. Ma con Ratzinger si concentrò la maggior parte delle leggi e norme per reprimere e punire i responsabili. Ben sapendo che le cause intime sono da ricercare nel lassismo morale, nella scarsa pratica sacramentale e nel fatto che la maggior parte dei casi sono operati da sacerdoti omosessuali.

Prosegue la “tolleranza zero” del Vaticano sulla pedofilia, introdotta con particolare forza da Benedetto XVI oggi viene portata avanti con altrettanto vigore da papa Francesco. «Anche un solo abuso su minori, se provato, è sufficiente per ricevere la condanna senza appello», ha detto Bergoglio, e «se ci sono le prove è definitivo. Perché? Semplicemente perché la persona che fa questo, uomo o donna, è malata. È una malattia. Oggi lui si pente, va avanti, lo perdoniamo, ma dopo due anni ricade. Dobbiamo metterci in testa che è una malattia». 

Ieri il Papa ha incontrato i membri della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ai quali ha consegnato il testo scritto per poi parlare per circa venti minuti a braccio. Nel testo si dice che «lo scandalo dell’abuso sessuale è veramente una tragedia terribile per tutta l’umanità, e che colpisce così tanti bambini, giovani e adulti vulnerabili in tutti i Paesi e in tutte le società».

In questo modo il Papa inquadra un fenomeno che è assai più vasto, purtroppo, dei confini della Chiesa, confermando le tristi indicazioni che provengono da molti studi nel mondo. Secondo gli esperti è possibile affermare che poche istituzioni hanno intrapreso una lotta alla pedofilia pari a quella messa in atto dalla Chiesa cattolica, lo stesso non vale, ad esempio, per scuole e associazioni, ambiti in cui il fenomeno è assai diffuso e non sempre affrontato nel dovuto modo.

Tuttavia, papa Francesco non ha timore di dire che la Chiesa ha preso coscienza tardi di questo problema e «forse l’antica pratica di spostare la gente, ha addormentato un po’ le coscienze»; «quando la coscienza arriva tardi i mezzi per risolvere il problema arrivano tardi».  

Già nel 2001 l'allora cardinale Ratzinger, in qualità di prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, firmava il testo di riferimento che ha segnato la svolta, il De Delictis gravioribus, su cui ha poi rimesso le mani nel 2010 da Papa, allungando i termini di prescrizione fino a 20 anni, un tempo che forse nessuno Stato al mondo contempla. Poi il 16 maggio 2011 venne pubblicata la Lettera Circolare della Congregazione per la dottrina della fede, in modo che tutti i vescovi nell'orbe cattolico avessero un preciso riferimento sul modo in cui affrontare i casi di abuso.

Ieri papa Francesco ha confermato che «per il momento risolvere il problema di abusi dev'essere sotto la competenza della Congregazione per la Dottrina della fede». Alcuni vorrebbero coinvolgere altri dicasteri e uffici, il papa è consapevole che «ci sono tanti casi che non avanzano, non vanno avanti: questo è vero», e per questo alla Dottrina della fede «si sta cercando di prendere più gente che lavori nella classificazione dei processi: operai che classificano, studiano i dossier». In questo c'è l'accordo con il nuovo segretario della congregazione, monsignor Giacomo Morandi, così come, ha detto il Papa, c'era con l'ex prefetto cardinale Gerhard Muller.

Nell'iter dei casi di abusi è prevista anche la richiesta di grazia al pontefice, cosa che Francesco non intende concedere. «Io non ho mai firmato una di queste e mai le firmerò».

Un solo caso è già un caso di troppo, ha detto Francesco, ed «è sufficiente per ricevere una condanna senza appello. Perché? Semplicemente perché la persona che fa questo, uomo o donna, è malata».

Lo studio più importante sul terribile fenomeno, dotato di accuratezza statistica, è quello commissionato al John Jay College of Criminal Justice della City University of New York, pubblicato nel 2004. Secondo questo lavoro scientifico il 78,2% delle accuse si riferisce a minorenni che hanno superato la pubertà, rappresentando cioè casi definiti di efebofilia (rapporti con ragazzi dai 12 anni in su), più che di pedofilia in senso stretto (rapporti sessuali con bambini sotto i 12 anni). Un dato che fu confermato anche dall’allora “pubblico ministero” dell’ex Sant’Ufficio, monsignor Charles Scicluna, nel 2010. Su 3.000 casi segnalati Scicluna rilevava che circa il 60% era dato da casi di attrazione verso adolescenti dello stesso sesso. Un abominio che purtroppo mostra un fatto, ossia che la maggior parte dei sacerdoti che abusano di minori, è attratto da adolescenti dello stesso sesso. 

Come sia potuto accadere che nei seminari non sia stato svolto un accurato discernimento per candidati al sacerdozio soverchiati da questa “malattia”, come ha detto il Papa, è un problema nel problema. Benedetto XVI nella Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda del 19 marzo 2010 delineava qualche ipotesi: richiamando la temperie culturale degli anni 60’ e ’70 del secolo scorso, che si è manifestata dentro e fuori la Chiesa, potrebbe aver portato a una certa ribellione nella dottrina morale e nella pratica sacramentale. Il frutto nei seminari è stato spesso un certo allargamento delle maglie nella selezione dei candidati.

Papa Francesco, parlando ieri alla Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha mostrato la sua determinazione per risolvere la questione. «È una brutta malattia», ha ribadito il Papa in chiusura del suo discorso a braccio. «Brutta e “vecchia”, come testimoniano lettere di San Francesco Saverio che rimproverava i monaci buddisti per questo “vizio”. Bisogna andare avanti e sradicarla. Punto».