a cura di Anna Bono
  • Libano. Emergenza rifugiati

Caritas Libano chiede un programma serio di rimpatrio dei rifugiati siriani

Nel primo fine settimana di aprile decine di rifugiati siriani hanno lasciato a bordo di almeno 14 pullman i campi profughi del Libano per tornare a casa, ultimi di un gruppo di circa mille persone, tra cui centinaia di bambini. Benché apprezzate, ha commentato per l’agenzia AsiaNews padre Paul Karam, presidente di Caritas Libano, le iniziative di rimpatrio sono però del tutto insufficienti perché il paese ospita ancora oggi quasi 1,5 milioni di rifugiati siriani oltre a più 400.000 rifugiati palestinesi. Padre Paul, che ha più volte in passato segnalato il rischio di una insostenibile crisi economica, politica e sociale dovuta alla presenza di così tanti profughi in un paese con 4,5 milioni di abitanti soltanto, ha spiegato che oltre tutto non si hanno notizie certe “di quanti varcano il confine e potrebbero tornare in Libano in un secondo momento con ingressi non ufficiali né registrati”. Non sono infatti rari i casi di rifugiati, prosegue padre Paul, “che crediamo rientrati in Siria, poi li vediamo ancora qui in Libano”. Servono maggiori controlli alle frontiere e soprattutto serve un programma serio, mirato, che segua il loro percorso e che consenta loro di ricostruirsi una vita nel paese di origine”. Secondo il presidente di Caritas Libano, il problema può essere affrontato e risolto solo a livello internazionale. “Su quali basi – si domanda – fondiamo il rientro dei profughi? Serve un organismo super partes presente in Siria. Noi sappiamo che vi sono zone ormai sicure, sotto il controllo del governo o di autorità locali. Non si può attendere una risoluzione politica del conflitto siriano, l’emergenza profughi deve essere affrontata e risolta in maniera autonoma e indipendente. E questo è compito di una comunità internazionale” finora assente.