• SOVRANITA' CONTRO CENTRALISMO

Una salutare battuta d'arresto del super-Stato europeo

Il processo di unificazione europeo non è auspicabile. È lontano ormai dall'idea che avevano dell'Europa i suoi padri fondatori, spiana la strada al processo di unificazione delle coscienze. Fatta l'Europa si farebbero inevitabilmente gli europei, con un processo di rieducazione ideologica, uniformante, secolarizzatrice. Per questo le ultime elezioni sono andate, tutto sommato, molto bene, proprio perché si sono affermati tanti partiti che difendono le nazioni che compongono l'Europa. Benché divise fra vari eurogruppi e abbiano i loro forti limiti ideologici, anche se il cambiamento non si vedrà subito, sarà comunque una salutare battuta d'arresto alla centralizzazione.

AMMINISTRATIVE, M5S SCONFITTO DA NORD A SUD di Ruben Razzante

MAPPA DEI PARTITI EUROPEI di Stefano Magni

Stabilire chi ha vinto e chi ha perso alle elezioni europee di domenica scorsa è abbastanza facile guardando ai numeri dei voti raccolti. É meno facile in prospettiva, soprattutto in un quadro complesso e articolato come è quello europeo: c’è stata una vittoria dei partiti sovranisti, però non tutti i partiti sovranisti sono uguali, non fanno parte dello stesso gruppo parlamentare e, del resto, non si sono imposti dappertutto ma solo in alcuni Stati. Alcune novità, come i Verdi in Germania, sono più europeiste dei partiti tradizionali, come popolari e socialisti, che sono stati ridimensionati ma che possono ancora designare la presidenza della Commissione se capaci di allargare la coalizione di maggioranza e così via … le sfumature sono molte e il puzzle composito.  

Forse per noi è più utile chiedersi se la NBQ avesse visto giusto nelle riflessioni condotte su queste pagine prima del voto europeo (LEGGI IL DOSSIER SULLA GIORNATA DELLA DOTTRINA SOCIALE). La nostra idea di fondo era che ci fosse la necessità di trattenere il processo di unificazione europea, di fermarne l’evoluzione, di rallentarne il ritmo. Molti elementi convergevano nel farci convinti di questa necessità: il fatto che l’attuale processo di unificazione nulla avesse più a che fare ormai con quello dei cosiddetti Padri fondatori; la constatazione che, come dopo aver fatto l’Italia si era voluto fare gli italiani, così una volta fatta l’Europa si sia voluto fare gli europei con una plasmazione ideologica dall’alto, artificiale e uniformante, una specie di pianificata reductio ad unum; la constatazione che l’unione (o l’unità) dell’Europa fosse ormai diventata un contenitore senza contenuto, un apriori intoccabile, un obiettivo da perseguire comunque e per partito preso, qualcosa da salvaguardare in ogni caso, in qualunque posto avesse condotto; infine le attività di polizia del pensiero nei confronti di chi metteva in questione i presupposti e le modalità del processo stesso, una specie di santa alleanza delle nomenklature contro gli Orban, i Salvini, i Kaczynski che suscitava molti sospetti, come sempre davanti alle sante inquisizioni.

Questi argomenti ci avevano indotto a suggerire all’elettorato una reazione nell’urna. Se il processo non fosse stato rallentato avrebbe continuato a fare danni per inerzia, come una valanga lungo un pendio: l’Unione avrebbe continuato a imporre agli Stati la sua visione artificiosa di famiglia, avrebbe continuato a finanziare l’aborto nel mondo, avrebbe continuato ad omogeneizzare le culture del continente, a secolarizzare gli spazi pubblici dalla religione, a non gestire l’immigrazione favorendo la sostituzione demografica e culturale degli europei, a non porsi realisticamente il problema dell’islam e cosi via.

Da questo punto di vista dobbiamo riconoscere che la tornata elettorale è andata abbastanza bene. Il voto inglese, francese, italiano, ungherese e polacco è stato a favore del rallentamento del processo di unione, anzi di una sua brusca frenata. Sia ben chiaro: siamo realisti. Come si diceva sopra, i sovranismi vincenti domenica scorsa non sono tutti uguali e all’interno di ognuno di quei partiti c’è una galassia di posizioni che i leader riescono a contenere finché vincono le battaglie e distribuiscono il bottino, ma che in tempi di normalità riemergeranno senz’altro. Anche il Salvini del Rosario ha dichiarato – non si sa se per strategia o per tattica – che una legge sull’aborto come quella dell’Alabama è impensabile in Italia. Nonostante questi lati incerti, è certo che il treno dell’Unione non correrà più velocemente come in passato, e chi avrà buona volontà avrà spazio e tempo per portare elementi per la sua ri-configurazione.

É noto che le elezioni di domenica scorsa hanno designato i deputati di un parlamento istituzionalmente debole che vota le leggi ma non le può proporre. É una delle tante stranezze della struttura dell’Unione. Ricordo questo perché nell’immediato si potranno anche non vedere gli esiti di questo voto. Inoltre le alchimie politiche europee sono diverse da quelle dei singoli Paesi. Una ipotesi sul tappeto, infatti, è che i partiti tradizionali sostanzialmente perdenti, ossia i Popolari e i Socialisti di vario genere (non va dimenticato che anche partiti sovranisti come quello di Orban fa parte del gruppo parlamentare europeo del PPE) stiano già preparando un allargamento della maggioranza a Liberaldemocratici e Verdi. Sia perché istituzionalmente debole, sia perché ancora dominato dalle vecchie forze, il Parlamento non esprimerà subito gli effetti del cambiamento.

Però, e qui si apre un altro interessante aspetto del quadro, gli effetti delle elezioni europee di domenica non si vedranno solo in Europa ma anche nei singoli Paesi. Paradossalmente, è da qui, dai singoli Paesi, prima ancora che da Strasburgo, che le elezioni faranno effetto sull’Europa. I cinque Paesi che hanno visto la vittoria dei sovranisti agiranno sulle sorti future dell’Unione sì dagli scranni dal Parlamento ma soprattutto con il loro indirizzo governativo di politica europea, ossia come Stati. Ed è più da questo lato che ne vedremo delle belle.