• IL COMMENTO

Un libro ci spiega perché non possiamo chiamarla "fine vita"

La presentazione questa sera a Milano del Libro della Bussola “Il chicco di grano”, scritto dalla nostra Costanza Signorelli, avviene nei giorni in cui ricordiamo i dieci anni dall’uccisione di Eluana Englaro. Una coincidenza provvidenziale che ci costringe a rivoluzionare il nostro modo di pensare la sofferenza e la morte.

David Buggi

È una coincidenza non pensata, sicuramente provvidenziale. La presentazione questa sera a Milano del Libro della Bussola “Il chicco di grano”, scritto dalla nostra Costanza Signorelli, avviene nei giorni in cui ricordiamo i dieci anni dall’uccisione di Eluana Englaro, morta il 9 febbraio 2009.

È una coincidenza che ci spinge necessariamente a notare lo stridente contrasto tra due opzioni davanti al mistero della sofferenza e della morte. Da una parte la disperazione e la determinazione a farla finita il più presto possibile, dall’altra la gioia contagiosa di chi si “gode” fino all’ultima goccia il calice della sofferenza. Da una parte il rifiuto scandalizzato di una vita irrimediabilmente cambiata da un incidente, dall’altra l’accettazione partecipe di una sofferenza vissuta come una grazia. Sembra così immediatamente umano e comprensibile il primo atteggiamento, quello del papà Beppino Englaro, eppure quando leggiamo la storia di questi ragazzi chiamati presto a sé dal Signore, troviamo la loro esperienza così corrispondente al desiderio del nostro cuore.

Ciò che i primi chiamano, in modo disperato, “fine” è per i secondi il “nuovo inizio”, la «nascita al Cielo», come la chiamano i genitori di David Buggi, che incontreremo questa sera a Milano. Non si può non desiderare di avere il nostro cuore trasformato dal Signore risorto come è accaduto per David e per i suoi genitori; chi non vorrebbe che il proprio funerale fosse una «festa del Paradiso», piuttosto che un lugubre rituale che testimonia la sconfitta dell’uomo davanti alla morte, un dolore che non trova un senso e che mai si riconcilierà?

E ci accorgiamo di come anche noi cattolici, malgrado ciò che ci insegna la Chiesa e malgrado le tante testimonianze della Resurrezione che il Signore ci pone davanti, ci siamo appiattiti sulla mentalità del mondo. Pensiamo alla definizione “politica” di quel momento decisivo della vita umana che è la morte: “Fine vita” siamo ormai abituati a definirlo; addirittura sono stati i vescovi italiani a volerla definire così quando si è invocato l’intervento del Parlamento per regolare questa fase della vita. L’intenzione era anche buona, per carità, era un tentativo di strappare questo passaggio agli alfieri dell’eutanasia.

Ma a parte la sconfitta politica, inevitabile quando si entra a patti con il mondo, quell’espressione “fine vita” mostra tutta la sua miseria davanti alle storie che leggiamo ne “Il chicco di grano”. Accostandoci a David, Giulia, Manuel, Gianluca, Mirella, Carlo non ci viene neanche in mente di chiamarlo “fine vita”. Al contrario, sembra proprio l’inizio della vita, della vera vita. Chi vive nella prospettiva dell’eternità non può più usare termini che riducono all'esistenza terrena l'orizzonte della speranza. A forza di usare il termine “fine vita” si finisce per dimenticare e negare che siamo chiamati alla vita eterna.

Anche per questo il Signore ci manda attraverso l’esempio di questi “giovani santi” il richiamo al destino buono preparato per noi. Prestiamogli ascolto.