a cura di Anna Bono
  • Myanmar

Pronto un piano di rimpatrio volontario per i Rohingya, ma nessuno si presenta

Anche il terzo tentativo di iniziare il rimpatrio volontario degli oltre 700.000 musulmani Rohingya fuggiti nell’agosto del 2017 dal nord del Myanmar in Bangladesh sembra destinato a fallire. Il governo birmano nelle scorse settimane ha concordato con Dhaka il ritorno di un gruppo di 3.454 profughi. La data è stata fissata al 22 agosto. Per il viaggio le autorità di Bangladesh e Myanmar hanno messo a disposizione cinque autobus e dieci camion. Ma la mattina del 22 agosto nessun rifugiato si è presentato. In origine il piano di rimpatrio, concordato dai governi dei due paesi, avrebbe dovuto essere avviato nel gennaio del 2018. Era stato rimandato al 15 novembre del 2018, giorno in cui era previsto il trasferimento delle prime 150 persone scelte tra 2.260, ma, al di là di alcuni Rohingya e di un piccolo gruppo di indù, nessuno si era presentato e le operazioni di rientro erano state sospese. Intervistato dall’agenzia AsiaNews il 19 agosto, monsignor Alexander Pyone Cho, vescovo di Pyay, diocesi che si trova nello stato birmano di Rakhine, ha spiegato che i rifugiati molto probabilmente temono di non trovare in patria condizioni di sicurezza: “i dissidi tra buddisti e musulmani sono una realtà storica e possono verificarsi ancora in futuro. Allo stesso tempo, vi è chi sottolinea come la crisi umanitaria garantisca lauti profitti a quanti hanno interesse che essi restino in Bangladesh”. Dubbi sulla riuscita delle operazioni, riferisce AsiaNews, “erano emersi già due giorni fa, durante i colloqui che l'Unhcr e la Commissione bangladeshi per il Sollievo ed il Rimpatrio dei rifugiati avevano tenuto con 100 Rohingya (21 famiglie) che avevano fatto richiesta di rimpatrio. La maggior parte di questi hanno affermato di non voler tornare in Myanmar senza la garanzia di sicurezza ed il riconoscimento della cittadinanza”. Il ministro degli Esteri del Bangladesh, Abul Kalam Abdul Momen, ha confermato che Bangladesh e Myanmar sono “del tutto pronti”. Anche lui accusa i leader Rohingya e le Ong che operano nei campi di “scoraggiare il rimpatrio dei profughi”.