• IL GENIO

La musica sacra di Berlioz, antidoto alla Rivoluzione

Quest’anno ricorre il 150° anniversario della morte del compositore Hector Berlioz, cresciuto in una Francia ormai intrisa dello spirito rivoluzionario. Pur allontanandosi dalla fede cattolica dopo l’adolescenza, il musicista francese scrisse di averne «sempre conservato un tenero ricordo» e, tra le sue molte opere, lasciò una Messa Solenne, un Requiem e un Te Deum. Autentici capolavori.

Oggi è il 14 luglio e occorre tanto zelo per allontanare gli occhi da quell’immenso ammasso di ferraglia diventato il simbolo di Parigi - che fu inaugurato per ricordare il primo centenario del quatorze julliet - e allontanare la mente dai fatti del 1789, «quum teterrima novarum rerum procella, quae in Galliam incubuerat, veteri disciplina civitatis eversa, avitam late religionem afflixisset: quando la spaventosa rivoluzione scatenatasi sulla Francia, rovesciato l'antico ordinamento civile, avea dapertutto abbattuta l’avita religione» (Pio X, Discorso Duplicem, nostis, cfr. La Civiltà Cattolica, anno 55°, 1904, vol. 4, p. 515).

Per immunizzarsi da quella che fu, e che è tutt’oggi, la Rivoluzione francese, un buon rimedio può essere commemorare un compositore, critico musicale e direttore d’orchestra francese del periodo romantico, di cui quest’anno ricorre il 150° anniversario della morte: Hector Berlioz. Benché sia maggiormente noto per la sua Sinfonia fantastica (1830), la sinfonia drammatica Romeo e Giulietta (1839) e la «leggenda drammatica» La dannazione di Faust (1846), il musicista francese ha lasciato una produzione sacra per nulla trascurabile, se si pensa alla Messa Solenne (1824), al Requiem (1837) e al Te Deum (1849).

Niente male per uno che spesso rivelava sentimenti non religiosi in alcune sue lettere e che una volta, in una nota marginale a un libro, si definì ateo. Ma poi scriverà nelle sue memorie: «Non ho bisogno di dire che fui allevato nella fede cattolica, apostolica e romana. Questa religione affascinante, da quando non brucia più nessuno, ha fatto la mia felicità per sette anni interi; e, anche se siamo ai ferri corti da molto tempo, ne ho sempre conservato un tenero ricordo. Mi è così simpatica, in fondo, che se avessi avuto la sfortuna di nascere dentro uno di quegli scismi sbocciati sotto la pesante incubazione di Lutero o Calvino, certamente, al primo momento di un senso della poesia e della tolleranza, mi sarei affrettato a farne solenne abiura per abbracciare la bella romana con tutto il mio cuore» (Mémoires de Hector Berlioz, Calmann Lévy, 1881, p. 2). Un ateo, dunque, nel senso francese del termine, cioè non-cattolico e libero pensatore come suo padre.

È degno di nota il fatto che il nome di Berlioz figuri nella Lettera agli Artisti scritta da san Giovanni Paolo II nel 1999 tra i «molti grandi compositori» che, sebbene non si siano dedicati principalmente alla musica sacra, «ci hanno dato opere di grandissima ispirazione anche in questo campo»; come pure è considerevole che il suo Te Deum sia stato eseguito nell’Aula Paolo VI in Vaticano il 21 ottobre 1983 alla presenza del Papa polacco.

La Messa Solenne per coro e orchestra fu composta nel 1824, quando il Nostro era ventunenne, e fu data l’anno seguente a Parigi. Al termine della prima esecuzione, come leggiamo in una sua lettera (ad Albert Du Boys, 20 luglio 1825), il suo maestro, che si era seduto in un angolo per osservare il pubblico, gli disse: «Voi non sarete medico, né farmacista, ma un grande compositore; voi avete talento; ve lo dico io, perché è vero». E infatti, in questa prova giovanile dell'allievo musicista, che aveva abbandonato la carriera medica (a cui era stato inizialmente indirizzato dal padre) per dedicarsi alla musica, già risuonano temi ripresi e sviluppati ulteriormente, soprattutto nel futuro Requiem. L’autografo della Messa, a lungo considerato perduto, fu riscoperto solo nel 1992 ad Anversa.

La Grande messe des morts (o Requiem) per tenore solo, coro misto e orchestra, che richiede grandi forze orchestrali e corali, rimane un esempio ineguagliabile del gusto per il grandioso, tratto distintivo di Berlioz. Accanto ai tumultuosi momenti d’insieme del Dies iræ e del Tuba mirum, dove solenni fanfare poste ai quattro angoli della grande massa corale echeggiano tra di loro, troviamo le pagine più riflessive e intimistiche di Quid sum miser e Domine, Iesu Christe.

Emozioni forti garantite, come quelle avute dai suoi primi ascoltatori il 5 dicembre 1837 nella parigina Cappella degli Invalidi stando alla pittoresca cronaca di Ferrand: «II Requiem è stato ben eseguito; il suo effetto è stato terrificante sulla maggioranza degli ascoltatori; la minoranza, che non ha capito niente, non sa che dirne… L’impressione è stata folgorante per gli individui dai sentimenti e dalle abitudini più opposte; il curato degli Invalidi ha pianto sull'altare per un quarto d'ora dopo l'esecuzione; l'impressione prodotta dalle cinque orchestre e dalle otto paia di timpani del Tuba mirum non si può descrivere; una corista è svenuta; veramente si tratta di un'opera tremenda».

Nel 1849 compose un Te Deum, per tenore, doppio coro a 3 voci, coro di voci bianche all'unisono, grande organo e grande orchestra di 900 elementi, che è il più monumentale della musica. «Opera grandiosa che ha prodotto un effetto immenso […]. Questo canto pomposo di azioni di grazie ha proporzioni gigantesche, […] nuova prova del suo genio», dice un articolo di poco successivo alla prima esecuzione. La partitura combina la grandiosità con la cura dei particolari in un modo che pochi altri hanno raggiunto: troviamo l’elaborazione contrappuntistica del canto liturgico come succede alla sequenza gregoriana Dies iræ nel finale della Sinfonia fantastica.

Anche se questo musicista romantico dal temperamento teatrale e visionario dopo l’adolescenza perse la fede, per tutta la vita rimase di fatto profondamente legato alla religione cattolica che lo aveva formato.