• IL DIBATTITO

Il bello della scuola, contro la logica del "sistemarsi"

Il bello della scuola? Riflessioni sugli spunti lanciati dalla Nuova BQ: Occorrerebbe chiedersi esplicitamente: “Che scuola vogliamo per i nostri figli?” E “che figlio vogliamo?” e quindi "che padri siamo”? “Sistemare” i nostri figli non rischia di essere in realtà il più grande pericolo della nostra vita? Ma se a guidarci fosse un desiderio di bene, di vero e di bello...

Caro direttore,
leggendo l’articolo dell’ottimo prof. Giovanni Fighera  “Un luogo dove le domande siano prese sul serio, mi è sorto un pensiero improvviso. Mi sono detto: “Che bello se la scuola fosse davvero così! Fosse così anche per le domande degli adulti, dei docenti, delle famiglie…Ma occorrerebbe una rivoluzione copernicana!”.

La scuola italiana è allo sfascio, inutile nasconderselo. È allo sfascio anche perché lo è tutta la società italiana, in cui ultimamente si respira un clima da guerra civile, solo per ora - grazie a Dio - senza la violenza delle armi…

Ma anche là dove sussiste qualche “isola felice” di buona istruzione, sta prendendo piede il rischio di privilegiare un modello di scuola efficientistico che fa perno sul “come” anziché sul “perché”. Invece di essere un luogo dove le domande siano prese sul serio, la scuola si pone come luogo in cui devono essere ripetute e applicate le risposte che sono concepite altrove, nei luoghi di elaborazione del pensiero dominante….

Prendiamo, ad esempio, tutta l’enfasi di questi ultimi anni sul tema delle “non cognitive skills, funzionali soprattutto a farsi strada nel mondo del lavoro, ad avere successo nella vita, ad una resa ottimale per la crescita dell’economia. Oggi tutti ne parlano e non c’è programma di studi che non le prenda in considerazione. Per carità, nulla di male in sé, però dobbiamo riconoscere come sia stata introdotta sottilmente una concezione ridotta della persona, determinata più da un modello economicistico che da una sana antropologia cristiana.

Se lo scopo della scuola è l’educazione della persona (“persona”: cioè dell’insondabile profondità di colui che ho davanti, del suo valore assoluto), e se tale scopo è almeno tentativamente conseguito, le soft skills ne saranno conseguenza ed espressione naturale… Sono competenze della persona correttamente educata, infatti, l’apertura alla realtà, così come la capacità di lavorare in team, di rispettare le gerarchie, di stare alle regole e nello stesso tempo di muoversi anche in autonomia, etc… Perché allora insistere tanto su questo tema, se non perché questa è la parola d’ordine che è arrivata dal mainstream economico-produttivo?

A chi muove le leve della cultura e dell’economia non importa tanto quali siano le domande che i ragazzi hanno nel cuore e aiutarli a farle emergere, quanto imporre loro dei modelli preconfezionati, funzionali alla grande macchina del consumismo globale. Sarebbe necessaria, dicevo in apertura, una rivoluzione copernicana, che rimettesse davvero al centro la persona. Occorrerebbe chiedersi esplicitamente: “Che scuola vogliamo per i nostri figli?” E, ancora prima "Che figlio vogliamo?” e quindi "Che padri siamo”?

E dato che ho gettato il sasso nello stagno, provo a rispondere per primo a queste domande, sperando che possano aprire un dibattito. Alla prima domanda mi è possibile rispondere attingendo a quanto - come genitore - mi sento di dire sulle altre due, che sono davvero fondamentali. 

Che padre sono? Come tanti genitori, pur desiderando il bene e la felicità per i miei figli, sono soggetto alla tentazione di pensare che sia colpa o merito mio se tutto questo si compie nella loro vita. Grazie a Dio però non è così, anche se il mio contributo è chiesto e necessario. Sono certamente un padre incapace e pieno di limiti, inadeguato ad un compito tanto alto come quello della educazione di un’anima. Di un’anima, perché di questo si tratta. 

Se dimentichiamo che abbiamo di fronte a noi una persona che ha una fondamentale dimensione meta-fisica, riduciamo già in partenza l’idea di educazione. È un grande bene, in questo senso, la nostra inadeguatezza, perché ci costringe a chiedere aiuto e rivolgere continuamente lo sguardo (e la domanda) a Chi solo può compiere il loro destino. Sono un padre che ha un continuo e “disperato” bisogno di un Padre per vivere e per guardare ai miei figli con una speranza. 

Che figlio vogliamo? Felice, realizzato, “a posto”… Le prime risposte istintive non sono però quelle vere, perché conseguenze di una cultura che appiattisce la persona sul mondo. Quando li guardo veramente, in realtà, non desidero per loro né ricchezza, né successo, né posti di potere. Non che queste cose siano in sé sbagliate; vedo tanti figli di amici che “si sono sistemati”, stanno facendo cose importanti, che guadagnano bene, che sono all’estero con incarichi di responsabilità, e istintivamente vorrei altrettanto per i miei. Poi però, subito dopo, mi chiedo: a che vale? E poi? Che ne sarà della loro esistenza? “Sistemarsi” non rischia di essere in realtà il più grande pericolo della nostra vita?....Ecco, desidero innanzitutto che il loro cuore non si assopisca e che si apra sempre di più al desiderio del vero, del bene, del bello. Desidero per loro che non si perdano dietro alle false luci del mondo, che la loro vita sia vera e libera, per non perdere quella sete di Assoluto che è la vera natura del nostro cuore. Questo solo mi interessa, perché è l’unica cosa che vale e che resta per l’eternità. Per l’anima, appunto. 

Quindi, che scuola vogliamo? Non è possibile che abbiamo a concepire una scuola puramente funzionale al successo nella vita: successo economico, ma anche di ruolo sociale, di apporto realizzativo secondo i criteri del sistema odierno. Ci stiamo cadendo progressivamente, o forse ci siamo già dentro da tempo senza essercene resi conto. Il discorso delle soft skills ha trovato in realtà un terreno già preparato: i nostri ragazzi devono essere pronti per il successo negli studi universitari, per dare un apporto fondamentale nelle aziende o in qualsiasi altra realtà produttiva, per ricoprire ruoli di responsabilità nei vari ambiti in cui si troveranno ad operare….Ma è davvero questo che conta sopra ogni altra cosa? Siamo anche noi caduti nell’equivoco che utile all’umanità è ciò che genera ricchezza materiale? Non è cosa disprezzabile, ma è parziale e soprattutto riduttiva della persona. O forse siamo al punto di dire: “sì, vabbè i valori, ma poi c’è la realtà…”?

Non sarà, forse, utile al mondo, il fatto che la persona agisce per un desiderio di vero, di bene, di amore, di bellezza? Utile al mondo – come ci hanno testimoniato tanti Santi della nostra storia - è la propria vita offerta con gratuità, l’operare anche per cose piccolissime e disprezzabilissime (o addirittura l’inattività, se è quanto le circostanze impongono) col cuore pieno di desiderio di bene e di servire i fratelli uomini. E questo non è esito di una educazione qualsiasi, è lo scopo dell’educazione cristiana! Fare scuola per istruire, aiutare a scoprire, conoscere e capire la realtà, se non è funzionale a far sì che la persona prenda sempre più sul serio le proprie domande, fino a scoprire che lo lanciano verso l’assoluto, diventa solo strumento di una riduzione e quindi di una menzogna. 

Forse occorre tornare a dirsi queste cose esplicitamente, senza averne paura. In nome del dialogo, della apertura, della “contaminazione” con il mondo, stiamo diventando anche noi mondo, rinunciando così a proporre agli uomini proprio ciò di cui hanno più bisogno. Dialogare e aprirsi non può significare annacquare la propria identità, ma viceversa che sia occasione per una certezza più grande e perché questa certezza sia proposta alle persone che ci sono date, per il loro vero bene. 

Mi si obietterà: ma la scuola è laica, questo è un discorso “religioso”! Certo, è vero, e anche per questo è più che mai necessario superare il centralismo statalista che sta soffocando la società italiana e favorire quanto più è possibile la libertà di educazione. Ognuno faccia il fuoco con la legna che ha, e poi vedremo – come diceva Santa Caterina da Siena - chi farà ardere il mondo!

Caro direttore, sono riflessioni “a caldo” (in questi giorni in particolare….) e “per massimi sistemi”, quindi spero mi comprenderai. Mi rendo conto che la battaglia – oggi più che mai - è durissima perché viviamo in un modo oltremodo complesso, ma proprio per questo credo sia necessario affilare le armi e aiutarci ad avere il coraggio di combattere.