• LA RICERCA

Humanae Vitae, la prova che Paolo VI non aveva dubbi

Nella testa di quanti vogliono "rovesciare" l'enciclica Humanae Vitae per aprire alla contraccezione, la ricerca storica di don Gilfredo Marengo doveva essere la carta decisiva: avrebbe dovuto dimostrare che Paolo VI dovette cedere alle pressioni dei cattivi conservatori. Invece, la ricerca - checché ne dica Avvenire - dimostra il contrario: Paolo VI era assolutamente convinto della illiceità assoluta della contraccezione, perché così era fin dal Principio.

“La rivelazione”: sono le prime due parole del titolo dell’articolo di Luciano Moia su Avvenire (vedi qui), dedicato alla nuova pubblicazione di don Gilfredo Marengo, sulla storia della “gestazione” dell’Enciclica Humanae Vitae (La nascita di un'Enciclica, Libreria Editrice Vaticana); un eccellente lavoro storico, che, oltre ad aver frugato nel Fondo Colombo, ha l’esclusiva di aver avuto accesso per la prima volta all’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede ed agli Archivi Segreti Vaticani, in merito alla documentazione relativa a Humanae Vitae. Dunque, una pubblicazione che non può non suscitare interesse e gratitudine.

Ma quale sarebbe, secondo Moia, questa incredibile “rivelazione”? Il fatto che papa Montini decise di bloccare il testo, ormai pronto per la pubblicazione, di quella che si sarebbe dovuta chiamare Lettera enciclica De nascendae prolis. Ridimensioniamo: una notizia, più che una rivelazione. Ma forse Moia aveva altre aspettative su questo testo, come si può notare da una sua risposta ad un lettore, pubblicata l’8 marzo (vedi qui): cercava la pistola fumante e non ha trovato neppure l’arma. Ed allora interpreta a modo suo il fatto: “Humanae vitae, una storia da riscrivere”. Addirittura. “Con buona pace dei detrattori ad oltranza ma anche di chi continua a indicarla come pronunciamento infallibile e irreformabile. Invece, come nella maggior parte delle vicende umane, la verità sta nel mezzo”.

Non è particolarmente entusiasmante l’idea che un buon criterio di individuazione della verità sia quello di cercarla nel mezzo di due estremi, se non altro perché basta spostare gli estremi, ed anche la “verità” risulta cambiata. Ma il fatto è che dalla documentazione fornita da Marengo, non risulta da nessuna parte che Paolo VI abbia cercato un posticino “nel mezzo”. Eppure Moia continua per la sua strada, spiegando che Paolo VI avrebbe saputo “attualizzare con efficacia un valore fondamentale della dottrina cristiana – cioè l’intimo collegamento tra l’amore e la fecondità – ma che poi nella traduzione normativa di quel principio, pur superando posizioni datate, ritenne opportuno [sic!] mantenersi nel solco della tradizione. Percorso non casuale ma che in qualche modo potremmo leggere come una decisione a metà strada tra l’intimo convincimento di Montini stesso e la necessità di non prendere le distanze in modo troppo divergente da una Segreteria di Stato e da una Congregazione per la dottrina delle fede ancora nettamente orientate alla difesa delle posizioni di sempre”. Chiaro, no? Un Montini che in cuor suo era distante dalla “posizioni di sempre”, ma che si trova di fronte agli arcigni della Curia che lo braccano. E lui ritiene perciò opportuno collocarsi a metà strada: né carne, né pesce.

Ma le cose non stanno così; almeno non è questo il Paolo VI che emerge dal libro di Marengo. Anzi, se c’è una cosa che si impone al lettore è che in nessun momento dell’iter che ha portato all’enciclica, Paolo VI abbia mai dubitato dell’immoralità della contraccezione né abbia mai ritenuto come meramente probabili le affermazioni, a riguardo, dei suoi predecessori Pio XI e Pio XII. La Commissione per lo studio sui problemi della popolazione, della famiglia e della natalità, riunitasi a Roma dal 25 al 29 marzo 1965, consegnò a Paolo VI la sintesi dei propri lavori, in cui si auspicava, tra l’altro, un’istruzione pastorale nella quale il Papa, scrive Marengo, “si limitasse a consigliare al clero un atteggiamento di benevolenza e comprensione per le coppie che ricorressero alla pillola… [perché] tale indicazione veniva appoggiata al convincimento che i precedenti interventi del magistero non fossero da considerare in assoluto irreformabili”; ebbene, la reazione di Paolo VI fu quella di rinviare il proprio intervento dopo la chiusura del Concilio, piuttosto che accettare il compromesso dell’istruzione pastorale: non voleva minimamente favorire, come spiega Marengo, l’idea che la Chiesa avesse incertezze in materia e che ci fosse possibilità di libera interpretazione sull’argomento. Papa Montini, secondo le sue considerazioni messe per iscritto in un appunto manoscritto del 28 luglio 1965, riteneva “inaccettabile una sostanziale sospensione di giudizio sui metodi leciti o meno di regolazione della natalità”.

Ci sono altri due interessanti indicatori di come Paolo VI fosse profondamento convinto della posizione insegnata da Pio XI e Pio XII, relativamente a quella che Moia chiama “traduzione normativa di quel principio”, e non cercasse affatto una posizione a metà strada. Il primo: il 23 novembre del 1965, il Cardinal Cicognani consegnò una lettera al Cardinal Ottaviani con quattro modi che il Papa richiedeva fossero introdotti nel testo di Gaudium et Spes. Motivo? Spiega Marengo: “La necessità di fare menzione dell’insieme delle dottrine del magistero supremo della Chiesa, con esplicito riferimento alla Casti connubii di Pio XI e ai discorsi di Pio XII alle ostetriche; l’assoluta necessità di una rinnovata condanna dei metodi anticoncezionali; l’esigenza di un’esplicita considerazione della castità coniugale”. Ancora più perspicuo fu l’intervento pubblico del 29 ottobre 1966, in occasione del 52° Congresso nazionale della Società italiana di ostetricia e ginecologia: “Il pensiero e la norma della Chiesa non sono cambiati; sono quelli vigenti nell’insegnamento tradizionale della Chiesa […] la norma finora insegnata dalla Chiesa… reclama fedele e generosa osservanza; né può essere considerata non vincolante, quasi che il Magistero della Chiesa fosse ora in stato di dubbio, mentre è in momento di studio e di riflessione”.

Le traversie del testo di HV, incluso il rifiuto del testo di De nascendae prolis, non hanno dunque la loro ragion d’essere nell’incertezza della posizione definitiva della Chiesa riguardo l’illiceità morale della contraccezione, bensì, secondo quanto emerge da una Nota d’ufficio del 15 settembre 1967 di p. Philippe, nuovo segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, nella modalità di presentare questo insegnamento certo: “La missione affidata dal Santo Padre a questo S. Dicastero… non è di dare un parere sul fondo della questione, giacché Sua Santità ha già preso la sua Augusta decisione in merito, bensì di esprimersi sul testo stesso, cioè sul modo di presentare questa decisione”.

Paolo VI aveva capito che non si poteva semplicemente ripetere il giudizio certo dei predecessori; occorreva ricercare fondamenta più profonde di quella verità. Ed in effetti fu su questo punto che si concentrarono le incertezze del Papa. I vescovi polacchi inviarono a Paolo VI il cosiddetto Memoriale di Cracovia, con il quale mettevano in luce proprio questo problema: era necessario un ancoraggio antropologico, comprendere l’atto coniugale come atto della persona. E’ su questo fondamento che è impossibile disunire il significato unitivo da quello procreativo, perché fu così dal Principio; il riferimento al Principio, come risulterà poi con estrema chiarezza dalle catechesi sull’amore umano di Giovanni Paolo II, è quello che permette di saldare la legge morale con il bene della persona, ed uscire dal falso dilemma se difendere l’una o l’altra.

Dunque la “rivelazione” di Marengo, come egli stesso riconosce, cioè la decisione di Paolo VI di bloccare il documento pronto per le traduzioni, nasceva proprio dalla consapevolezza che il suo pronunciamento rimaneva, da un punto di vista argomentativo, insoddisfacente. Né d’altra parte Paolo VI accettò la nuova proposta di mons. Martin e mons. Poupard, che avevano manifestato al Papa la loro insoddisfazione per il testo che si accingevano a tradurre, bloccandone così la pubblicazione. Osserva Marengo che Paolo VI, fermata la pubblicazione della De nascendae prolis, “subito dopo condivise la preoccupazione di Philippe per la quale una revisione di quel testo doveva, comunque, conservare tutto il contenuto dottrinale”, cosa che non emergeva dalla proposta Martin-Poupard. E così rifiutò anche questo testo.

Una parolina anche sulla frecciatina di Moia verso “chi continua a indicarla [l’enciclica HV] come pronunciamento infallibile e irreformabile”. Senza voler entrare nella dibattuta questione, bisognerebbe sgombrare una buona volta il campo da un pericoloso equivoco che il cardinale Leo Scheffczyk riassumeva in questi termini: si “mette accanto al magistero infallibile un cosiddetto magistero fallibile, cosicché la fallibilità apparterrebbe a tale magistero quasi come un attributo permanente”. Ora, il Magistero della Chiesa, in qualunque forma si esprima, esiste per trasmettere “intatte e difese da ogni contaminazione ed errore”, diceva Pio XII in un Radiomessaggio del 1952, “sia la legge scritta nel cuore, ossia la legge naturale, sia le verità e i precetti della rivelazione soprannaturale”. Il Magistero autentico non esiste per esprimere opinioni, ma per confermare nella verità ed allontanare dall’errore. Riguardo al Magistero infallibile, mons. Ocariz, in un articolo del 1988 apparso sulla rivista Anthropotes, esortava a ricordare che “l’infallibilità non è attributo delle dottrine ma del soggetto del magistero, quando si verificano certe condizioni; si potrebbe perciò dire anche che l’infallibilità è attributo di certi atti d’insegnamento”. Il che significa che esistono insegnamenti della Chiesa veri, certi, definitivi che pure non sono (ancora) stati espressi con un giudizio infallibile.

Cosa dire dell’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione? Quanto espresso nei numeri 11 e 14 di HV non è un unicum nell’insegnamento della Chiesa: ha dei precedenti e dei conseguenti. Nel suo Discorso ai partecipanti al II Congresso Internazionale di teologia morale, del 1988, Giovanni Paolo II, a riguardo, ricordava “Non si tratta di una dottrina inventata dall’uomo: essa è stata inscritta dalla mano creatrice di Dio nella stessa natura della persona umana ed è stata da lui confermata nella rivelazione”. Il Papa escludeva poi la possibilità di richiamarsi alla coscienza per rifiutare questo insegnamento del Magistero, che, senza troppi giri di parole, egli definiva “insegnamento certo”. E così sbarrava la strada ad ogni altro tentativo di messa in discussione: “Paolo VI, qualificando l’atto contraccettivo come intrinsecamente illecito, ha inteso insegnare che la norma morale è tale da non ammettere eccezioni: nessuna circostanza personale o sociale ha mai potuto, può e potrà rendere in se stesso ordinato un tale atto”.

Questo ancoraggio alla Rivelazione, alla Tradizione, al Magistero è più che sufficiente per affermare che quanto insegnato da HV è certo, come afferma ancora Giovanni Paolo II in un discorso del 1984: “dal fatto che essa è contenuta nella Tradizione e […] è stata ‘più volte esposta dal Magistero’ (HV 12) ai fedeli, risulta che questa norma corrisponde all’insieme della dottrina rivelata contenuta nelle fonti bibliche (cf HV 4)”.

Questo non significa che HV sia irreformabile in toto, ma è certo che l’insegnamento sulla contraccezione non può essere rovesciato. Anzi, HV è già stata in qualche modo riformata, secondo l’unica accezione che un cattolico può dare a questo termine. E fu lo stesso Giovanni Paolo II a farlo. Il compianto Cardinal Caffarra riferisce che, parlando con lui proprio di HV, più volte il papa polacco gli confidò che “la grande Enciclica di Paolo VI arrivò in un momento in cui la Chiesa non possedeva una robusta, adeguata antropologia […] E il Santo Pontefice aggiungeva che bisognava riscoprire e ripensare la verità antropologica implicata in quell’insegnamento della Chiesa, oggettivata nell’Enciclica”. E così fece. Risultato? L’insegnamento di HV sulla contraccezione vincola definitivamente, non perché sia frutto della morale della casistica, ma perché così era dal Principio. E’ esattamente la linea della risposta di Gesù ai farisei casuisti, che dicevano sì al divorzio “in certi casi”. Ma Gesù oppone loro che non era così dal Principio. Chissà che non serva a qualcuno per capire.