• TESTAMENTO DI UN SANTO

Don Gnocchi: "Nel Crocifisso vive il senso di ogni dolore"

"E' nella luce di Cristo Crociffiso che ogni umana sofferenza trova il suo significato e diventa il cammino verso la salvezza". Nel giorno in cui il Senato si appresta a votare la legge sul "testamento biologico" che apre le porte all'eutanasia, rileggiamo il "testamento" che don Carlo Gnocchi, sul letto di morte, consegnerà alla Chiesa. Mostrando ai cristiani che non esiste dolore al mondo che non possa essere abbracciato, amato e salvato.

- GRIDO AI VESCOVI: "BASTA POLITICA, EDUCATECI ALLA FEDE" di Benedetta Frigerio

Don Gnocchi e i suoi mutilatini

Nel momento in cui il cosiddetto “testamento biologico” diventa legge per l’Italia e mentre le gerarchie ecclesiastiche si perdono nella distinzione tra “eutanasia” e “accanimento terapeutico” (accettando così l’eutanasia come attore della scena), ebbene in tutta questa terribile faccenda rimane sullo sfondo un grande assente. Il vero e indiscusso tabù di oggi: il dolore ed il suo significato. Se l’eutanasia, infatti, è il sommo rifiuto del dolore, l’eccessiva preoccupazione per l’accanimento terapeutico nasconde l’altra faccia della grande repulsione del mondo di fronte alla sofferenza. Eppure, è proprio nella risposta al profondo dolore della condizione umana, che la tradizione secolare della Chiesa ha partorito i frutti di santità più attraenti e irresistibili.

Così, a spazzar via in un soffio il cosiddetto “testamento biologico”, ci pensa un altro testamento: il testamento spirituale di un santo di Dio, don Carlo Gnocchi. Un testamento che ogni cristiano, prima di pronunciarsi sul dolore della vita e della morte, dovrebbe imparare a memoria. Un testamento che – pensate un po’ – porta proprio il titolo di: “Pedagogia del dolore innocente”.

Era il 28 febbraio del 1956, le bozze di Pedagogia del dolore innocente furono completate dal sacerdote milanese sul letto di agonia e la prima edizione vide la luce proprio a poche ore dalla morte del Beato. La folla che visitò la salma, esposta nella chiesa di san Bernardino delle Ossa a Milano, e la accompagnò in Duomo per la celebrazione dei solenni funerali, ebbe tra le mani questo piccolo, preziosissimo scritto. Tutti i fedeli poterono così conoscere le “disposizioni finali” del Beato, ovvero la forma più matura ed estrema del suo cammino sulla via del Signore.

Profonde e laceranti furono le esperienze di dolore che interrogarono la vita di don Carlo sin dalla tenera età. Dapprima con la prematura perdita del padre e dei due fratelli, più tardi nell’epica ritirata di Russia del 1943 quando durante gli eroici combattimenti dei suoi alpini, marciava accanto ai compagni decimati dalla vorace ferocia dei nemici e congelati dal freddo vento della bufera di neve. Ma sarà l’incontro con i bambini di guerra che scuoterà don Gnocchi sin nelle viscere e che segnerà il suo totalizzante impegno come “padre dei mutilatini”: «Oh poveri bimbi di guerra! Chi come me li ha visti in Albania, in Grecia, in Montenegro, in Croazia, in Polonia, in Ucraina, in Russia, a torme scomposte, macilenti, randagi, stecchiti nella fame e nella morte, non riuscirà mai più a trarsene dagli occhi e dal cuore l’immagine funerea e conturbante!». La sofferenza dei bambini diventerà per don Gnocchi l’icona stessa del dolore innocente, il «caso limite», la chiave per comprendere ogni dolore umano, così che «chi riesce a sublimare la sofferenza degli innocenti – diceva il Beato - è in grado di consolare la pena di ogni uomo umiliato dal dolore».

E infatti, se si dovesse seguire il ragionamento del mondo, sarebbe proprio il dolore dei bambini, ovvero il dolore innocente, il primo a dover essere eliminato. Di fronte al fallimento delle cure e davanti all’umana impossibilità di guarigione, quando il male sembra portar via quel che rimane della carne: che senso ha il vivere? Che senso ha stare a guardare inermi l’apparente vittoria della morte nel dolore? Ma soprattutto: che senso ha la terribile atroce sofferenza del piccolo innocente?

Don Carlo lo spiega così: «Ebbi di ciò la visione quasi fisica un giorno del dopoguerra. Dopo lo scoppio della bomba, Marco, l’unico superstite dei quattro bambini, che ignari e spensierati, giocavano su un campo minato, era stato immediatamente sottoposto all’intervento chirurgico: amputazione delle gambe, estrazione del bulbo oculare, regolarizzazione delle vaste e numerose ferite che ne crivellavano il fragile corpo palpitante. Qualche tempo dopo l’operazione, quando le medicazioni quotidiane lo facevano ancora tanto soffrire gli domandai:

“Quando ti strappano le bende, ti frugano le ferite e ti fanno piangere: a chi pensi?”

“A nessuno”, mi rispose con una punta di meraviglia nella voce.

“Ma tu non credi che ci sia qualcuno al quale forse tu potresti offrire il tuo dolore, per amore del quale tu dovresti reprimere i lamenti e inghiottire le lacrime e potrebbe aiutarti a sentir meno il tuo dolore?”

Marco fissò nel vuoto il viso devastato, guardando con l’unico occhio stranito, e poi, scuotendo lentamente la testa, disse: “Non capisco…” e tornò a giocherellare distratto con l’orlo del lenzuolo.

Fu in quel momento – continua don Gnocchi - che io ebbi la precisa, quasi materiale, sensazione di una immensa irreparabile sciagura: della perdita di un tesoro, più preziosa di un quadro di autore o di un diamante di inestimabile valore. Era il grande dolore innocente di un bambino che cadeva nel vuoto, inutile e insignificante, soprannaturalmente perduto per lui e per l’umanità, perché non diretto all’unica meta nella quale il dolore di un innocente può prendere valore e trovare giustificazione: Cristo Crocifisso”.

Da qui, parte il cuore della pedagogia del dolore innocente spiegata dal sacerdote milanese: «Il motivo più alto e più nobilitante, la meta più sublime e sublimatrice alla quale avviare il dolore del bimbo, come di ogni altro dolore, è certamente Cristo Crocifisso. Quando il sofferente sarà riuscito a comprendere la somiglianza che esiste tra il suo dolore e quello di Cristo, la preziosità che egli potrà conferire ad ogni sua sofferenza, per sé e per gli altri, inserendola in quella di Cristo, il dovere che egli ha di imitare il comportamento ed i sentimenti di Gesù nei momenti del dolore, con questo egli avrà toccato il centro più profondo e più inesplorato, il più originale e il più operante di tutto il cristianesimo, quasi il “punto verginale” della dottrina di Cristo».

La verità è che per don Gnocchi il cristiano - che pur sente nella carne una domanda bruciante - non può vivere come se il dolore (tutto) non avesse risposte, non può tradire la promessa a lui fatta nel Battesimo. Se al mondo senza Dio risulta impossibile trovare una ragione di vita che regge di fronte all’intima sofferenza, l’uomo di Dio conosce la verità: «Nell’economia della redenzione cristiana – spiega don Carlo – il dolore dell’uomo è complemento volutamente necessario del dolore e della morte redentrice di Cristo: “Compio nel mio corpo quello che manca alla Passione di Cristo” (Col 1,24) e perché la redenzione di Cristo sia totale, ogni cristiano deve apportare ad essa il contributo della propria sofferenza personale». Questa verità per l’innocente vale ancor di più: «Non tutte le sofferenze umane – spiega il Beato - hanno lo stesso grado di affinità con quelle di Cristo. (…) C’è a questi effetti, una vasta gerarchia del sangue e delle lacrime in quanto c’è la sofferenza del peccatore che deve essere almeno in parte ed in primo luogo, offerta per la redenzione delle colpe personali e poi c’è la sofferenza del giusto.  (…) Prototipo di questa sofferenza è Cristo figlio di Dio, innocente e purissimo che muore per la redenzione degli uomini “Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”; e di analogo valore è la sofferenza degli infanti, dei bimbi e dei Santi».

Nell’aiutare il popolo cristiano a crescere nella coscienza della potente «concezione cristiana del dolore» secondo «l’amorosa legge di Dio», don Carlo non risparmia di richiamare i cristiani alla gravissima responsabilità educativa nei confronti del prossimo, specialmente del più piccolo. Sicché la preoccupazione del popolo di Dio dev’essere, in ultima istanza, la salvezza eterna delle anime: «Ma gli uomini – spiega il Beato - pur tanto solleciti nella valorizzazione dei tesori materiali e ciecamente credenti nella forza delle potenze terrene, non si curano di valorizzare i tesori spirituali nascosti nella anime degli innocenti e non credono abbastanza al valore determinante, anche se incontrollabile, degli agenti soprannaturali, per la storia degli individui e del mondo! Così come molti cristiani assai raramente si affacciano, sia pure con sommo pudore e riverenza, ai misteriosi e sconfinati panorami del mondo invisibile, al quale pur dicono di credere cantando nella Messa: “Credo in Dio Padre, Creatore delle cose visibili e invisibili; credo nella comunione dei Santi”».

Ed è proprio nella Santa Messa che il Beato vede brillare la luce del destino di ogni umana sofferenza: «Si impone dunque all’educatore un’opera sottile di sublimazione e di santificazione del dolore innocente. Ed a questa non si arriva se non attraverso il magistero arcano della messa. E’ nella Messa quotidiana che il fiume del Sangue Divino si arricchisce per la confluenza dell’umano dolore ed è nel fiume divino che ogni stilla di sofferenza umana e di pianto acquista valore soprannaturale di redenzione e di Grazia. (…) E’ nella Messa che i bambini (come tutti) devono fare offerta delle loro sofferenze, quando il sacerdote infonde nel calice le poche e insipide gocce di acqua fredda che, insieme al vino ardente e generoso, diventeranno Sangue di Cristo redentore». E’ con questa coscienza che don Carlo ha passato una vita intera a lenire il dolore – si legga nel testo integrale quale immenso valore, quasi mistico, egli conferiva alla scienza che combatte e cura il dolore – ed insieme a santificarlo, scoprendo nei bambini una capacità di adesione e di puro amore che raggiunge vette di eroismo.

Di fronte ad una tale potenza e profondità, qualsiasi “disposizione anticipata di trattamento” possiamo fare, pur animati dalle migliori intenzioni, pensando così di avere in mano il nostro destino terreno, e negando perciò quello eterno, insomma, qualsiasi “testamento biologico” sbiadisce e si fa nullo. Non ci rimane che di metterci in ginocchio, pregando per noi e per chi ci accompagna, di essere investiti della Grazia del Salvatore, anche nel momento della prova più dura, per poter dire il nostro “sì”. Ed abbracciare quella Croce che ci porta alla risurrezione. Anche della carne. Per ritrovarci finalmente vivi in Cristo, per l’eternità.