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Asia Bibi: «Il mondo aiuti chi è ancora in carcere per blasfemia»

Nella prima intervista dal giorno della sua liberazione, Asia Bibi, la donna cristiana assolta dopo un calvario di nove anni dall'accusa di blasfemia e ora rifugiata in Canada, racconta le difficoltà della sua prigionia, gli strazianti incontri in carcere con le sue figlie, i momenti di scoraggiamento. Ma soprattutto lancia un appello per le decine di persone che in Pakistan sono in carcere con l'accusa di blasfemia, che prevede anche la pena di morte. I retroscena dei contatti con l'Unione Europea.

Asia Bibi

Dalla località segreta in Canada dove si trova dallo scorso maggio, Asia Bibi per la prima volta parla con la stampa. In una intervista rilasciata il 31 agosto al Sunday Telegraph la donna cristiana pakistana, scampata all’esecuzione capitale alla quale era stata condannata nel 2009 in seguito a una falsa accusa di blasfemia, ringrazia tutti quelli che nel mondo si sono preoccupati della sua sorte e hanno contribuito alla sua liberazione.

Parla della sua prigionia durata nove anni, racconta i giorni dello sconforto e quelli della speranza. “A volte ero così disperata e mi domandavo se mai sarei uscita di prigione, che cosa ne sarebbe stato di me, se sarei rimasta in carcere per tutta la vita. Quando le mie figlie mi venivano a trovare, davanti a loro non piangevo mai, ma quando se ne andavano e restavo sola, allora piangevo piena di angoscia e dolore. Pensavo a loro continuamente, alla vita che erano costrette a vivere”. 

Poi descrive l’ansia, dopo l’assoluzione pronunciata dalla Corte Suprema e la liberazione dal carcere nell’ottobre del 2018, i mesi trascorsi nascosta, sotto stretta sorveglianza per evitare che gli integralisti islamici, furiosi, riuscissero a trovarla e a ucciderla. Insieme al marito, Ashig Masih, è stata ospitata prima in una casa sulle colline attorno alla capitale Islamabad e poi nella città portuale di Karachi. Avevano una televisione che li collegava al mondo e in quei mesi hanno comunicato con l’esterno con un telefono cellulare, ma non sono mai usciti di casa. La tensione è stata tale da farla cadere in depressione e causarle disturbi cardiaci.

Ma nel frattempo si lavorava per la sua salvezza, possibile solo se un paese avesse concesso asilo a lei e ai suoi famigliari e se si fosse riusciti a farla uscire dal paese: in Pakistan gli integralisti islamici, decisi a sostituirsi alla giustizia, l’avrebbero cercata implacabili e prima o poi l’avrebbero trovata. Jan Figel, un politico slovacco, dal 2016 inviato speciale dell’Unione Europea per la libertà religiosa, per la prima volta rivela come si è arrivati al suo espatrio. Su mandato dell’Unione Europea, Figel ha incontrato più volte a Bruxelles il procuratore generale pakistano, Anwar Khan, e il ministro per i diritti umani Shireen Mazari per decidere come procedere. Dapprima, spiega, i candidati a concederle asilo erano la Francia e il Belgio. Ma intanto le figlie di Asia Bibi avevano ottenuto asilo temporaneo in Canada e, per quanto Asia Bibi preferisse andare in un paese europeo, alla fine si è deciso che la cosa migliore era che le raggiungesse.

Per tutto il periodo delle trattative Asia Bibi è stata in costante contatto con Muhannadu Amanullah, un attivista in difesa dei diritti umani che aveva già aiutato cinque altre persone accusate di blasfemia,  che ha fatto da tramite tra lei e l’Unione Europea. Anche lui aggiunge un tassello alla ricostruzione dei fatti: “Il governo pakistano continuava a dirci che sarebbero partiti entro due settimane, forse dieci giorni e così sono trascorsi mesi. A un certo punto Asia Bibi era così disperata che un giorno mi ha detto: ‘se mi uccidessero o mi capitasse qualcosa, per favore abbi cura delle mie figlie’”.  

Secondo Jan Figel il primo ministro Imran Khan e l’esercito pakistano hanno ritardato la partenza di Asia Bibi in attesa di mettere sotto controllo la situazione, cosa che ha richiesto una dura prova di forza tra governo e leader dei partiti e dei movimenti integralisti. Tuttavia, quando è venuto il momento, Asia è stata costretta a partire di nascosto. Non ha neanche avuto modo di salutare suo padre e la sua città: “Me ne sono andata con il cuore in pezzi per non aver potuto fare un ultimo saluto alla mia famiglia. Il Pakistan è il mio paese, è la mia patria. Amo il mio paese, amo la mia terra”. Poco dopo anche Muhannadu Amanullah ha lasciato il Pakistan perché è stato dichiarato apostata a causa del suo impegno in favore delle persone accusate di blasfemia e ormai anche lui è nel mirino degli integralisti.

Quanto al futuro, Jan Figel rivela che l’intera famiglia dovrebbe in seguito trasferirsi in un paese europeo di cui non verrà rivelato il nome: “Le condizioni di sicurezza – ha detto ai giornalisti – continuano a essere di cruciale importanza per Asia Bibi e per la sua famiglia”.

“La storia di Asia e l’alta professionalità della sentenza di assoluzione della Corte suprema – ha aggiunto – possono servire come base per riformare la legislazione sulla blasfemia, troppo facilmente usata in dispute tra vicini e contro persone innocenti”. Anche Asia Bibi ha rivolto il pensiero a quanti in Pakistan stanno patendo il suo stesso calvario, come lei accusati di blasfemia. Il Dipartimento di Stato statunitense stima che nelle carceri pakistane ci siano 77 persone, per la maggior parte musulmane, accusate di blasfemia. “Mi rivolgo al mondo intero per chiedere di occuparsene – ha detto Asia Bibi –  richiamo l’attenzione sul fatto che si può essere incriminati senza indagini e senza vere prove a carico. La legge sulla blasfemia deve essere emendata. Nessuno deve essere giudicato colpevole senza prove”.