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Vincent Lambert, il Comitato Onu ferma il boia francese

Il Comitato Onu sui diritti dei disabili ha chiesto al Governo francese di non interrompere i sostegni vitali a Vincent Lambert, perché intende valutare il caso del quarantaduenne tetraplegico. Una misura provvisoria, dunque, che dona un po’ di sollievo a Vincent e alla sua famiglia, anche se il ministro della Sanità transalpino mostra con le sue parole di avere fretta di ucciderlo.

Venerdì 3 maggio il Comitato Onu sui diritti delle persone con disabilità ha chiesto al Governo francese di non interrompere i sostegni vitali a Vincent Lambert, almeno fino a quando il Comitato non si sarà espresso sul caso del giovane tetraplegico. Si tratta dunque di una misura provvisoria, che dona un po’ di sollievo ai genitori di Vincent e permette di alimentare la speranza che questa dolorosa vicenda possa prendere finalmente una piega pro vita.

Da una parte, dunque, la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva ritenuto di non dover chiedere allo Stato francese di non procedere all’interruzione dei sostegni vitali, mentre prendeva in carico la richiesta della famiglia di esaminare la compatibilità tra la sentenza del Consiglio di Stato e la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Secondo questi illuminati esperti dei diritti umani, la verifica di un eventuale conflitto tra la sentenza francese e la convenzione europea non richiedeva che, nel frattempo, Vincent fosse mantenuto in vita. Un presunto omicida, in attesa della sua sentenza, in uno Stato in cui vige la pena di morte, non può ovviamente essere nel frattempo ucciso; un disabile invece, secondo la Corte europea, sì.

Il Comitato ONU, dal canto suo, intende invece prendersi tutto il tempo per studiare il caso, domandando alla Francia di non dare seguito alla decisione del Consiglio di Stato dello scorso 24 aprile (vedi qui), “per evitare che sia arrecato un danno irreparabile alle vittime di una presunta violazione”. Una misura sensata e prudenziale che riapre la partita. In effetti nella Convenzione ONU sul Diritto delle persone con disabilità, che lo Stato francese ha ratificato il 10 febbraio 2010, vincolandosi così ad osservarne agli obblighi, sono presenti diversi articoli che appaiono violati dai medici del CHU di Reims e dallo Stato francese, e che pertanto potrebbero in ultimo proteggere la vita di Vincent, in particolare gli articoli 25 e 26, dedicati rispettivamente alla salute e all’adattamento e riabilitazione delle persone con disabilità.

Gli Stati che hanno firmato questa convenzione sono tenuti a “prendere tutte le misure appropriate per assicurare alle persone con disabilità l’accesso ai servizi sanitari […], inclusi i servizi di riabilitazione collegati alla sanità” e a “prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi sulla base della disabilità”. Il 19 ottobre del 2011, su richiesta del Governo spagnolo, il Comitato affermava che “il diritto alla vita è assoluto e che le decisioni sostitutive riguardo l’interruzione o la sospensione di un trattamento essenziale al mantenimento della vita non è compatibile con questo diritto”. Il Governo francese avrà comunque la possibilità di contestare questa scelta precauzionale del Comitato, inviando le proprie argomentazioni, ma le premesse lasciano ben sperare.

Da parte sua, il Governo francese, nella persona del ministro della Sanità, Agnès Buzyn, ha dato evidenti segnali di nervosismo. Domenica scorsa la Buzyn ha rilasciato a BFM TV delle dichiarazioni piuttosto contrariate, che tradiscono la volontà di fare spallucce di fronte alla richiesta del Comitato Onu: “Oggi, giuridicamente parlando, tutti i ricorsi sono giunti al termine, e tutte le istanze giurisdizionali, nazionali o europee, confermano che l’équipe medica responsabile di questo dossier ha il diritto di interrompere i trattamenti”. Tanta è la fretta di uccidere Vincent, per allungare il passo sullo sdoganamento completo dell’eutanasia.

Per il ministro francese il ricorso al Comitato per i diritti dei disabili non avrebbe ragion d’essere, perché “i genitori di Vincent Lambert si sono rivolti a questo comitato che si occupa di persone disabili, e non di persone in stato vegetativo come Vincent Lambert”. Distinzione artificiosa rispedita al mittente da cinque medici prossimi alla famiglia Lambert, i quali ricordano alla signora Buzyn che l’articolo L114 del Code de l’action sociale et des familles, aggiornato nel 2012, definisce come handicap “ogni limitazione dell’attività o restrizione della partecipazione alla vita sociale subita nella propria condizione da una persona, a motivo di un’alterazione sostanziale, durevole o definitiva di una o più funzioni fisiche, sensoriali, mentali, cognitive o psichiche, di disabilità multiple o di disturbi di salute invalidanti”. E Vincent Lambert rientra pienamente in questa categoria.

Gli stessi medici non nascondono un certo sconcerto di fronte alla dichiarazioni pubbliche della Buzyn, dal momento che lo stesso Ministero della Sanità, in una circolare del 2002, dava indicazioni sulla presa in carico dei pazienti in stato vegetativo e pauci-relazionale in unità specifiche, cosa che viene negata da anni a Vincent, costretto a rimanere nell’ospedale di Reims; e più recentemente, nel 2018, il Ministero e della Sanità ha fatto proprio un rapporto scientifico sulla presa in carico di queste situazioni, redatto da diversi istituti e fondazioni, tra i quali l’Università di Rouen, particolarmente attivi nella gestione di questi pazienti.

Non meno preoccupante appare un’altra dichiarazione della signora Buzyn: “Non siamo vincolati legalmente da questo comitato, ma naturalmente prendiamo in considerazione quanto dice l’Onu e risponderemo”. In altre parole, siamo pronti a rispondere, ma non pensate che ci sentiremo in dovere di seguire una eventuale decisione contraria a quanto già stabilito dal Consiglio di Stato. Qualsiasi persona sana di mente si chiederà per quale ragione la Francia abbia allora firmato una Convenzione, accettandone dunque gli obblighi, per poi ritenere di non esserne vincolata quando non le conviene. Ma il buonsenso e la ragion politica non sembrano parlare la stessa lingua.

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