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LA RIFLESSIONE

Un mondo depresso, coi cavalli senza auriga

L'Oms ha stimato che il 4,4% della popolazione globale soffre di depressione. L'antropologia umana è passata dal progetto trascendente guidato dalla ragione come nel mito della biga alata ad un abbandono totale alle proprie pulsioni dove domina il sesso come unico obiettivo. Il risultato è questo. Ne sarà valsa la pena? 

Editoriali 24_05_2018

La tradizione occidentale ci ha lasciato alcuni principi antropologici in base ai quali orientare la propria vita e quella delle nuove generazioni, attraverso l’educazione. Innanzitutto l’uomo è un sinolo (un’unione inscindibile) di materia e forma, anima e corpo.

Secondariamente, nell’uomo esiste una gerarchia come indica il mito della «biga alata» del Fedro di Platone: la biga ha due cavalli - uno nero ed uno bianco – ed è guidata da un auriga. I due cavalli rappresentano le passioni, l’auriga la ragione: le passioni sono necessarie per muoversi, ma la direzione è decisa dalla ragione.

Ancora: l’uomo è un «animale sociale», dice Aristotele. È fatto per vivere in società, ha bisogno di relazioni.

L’uomo ha una «natura», cioè un progetto, come ogni cosa esistente. Non solo: questo progetto è trascendente, cioè l’uomo si realizza dedicandosi ad altro da sé. Questo non è solo una legge rivelata («C’è più gioia nel dare che nel ricevere»), ma è anche una legge antropologica (chiamata «Il paradosso della felicità») della quale hanno scritto autori non cristiani come Aristotele, Seneca, Viktor Frankl. Kierkegaard ha espresso questo concetto con una frase molto felice: «La porta della felicità si apre verso l’esterno; ogni tentativo di aprirla verso l’interno la chiude sempre più».

Potremmo continuare, ma questi sono i principali fondamenti antropologici sui quali l’Occidente ha costruito l’educazione e il benessere degli uomini. Con un certo successo, se è permesso dirlo.

Poi, progressivamente, la nostra civiltà ha abbandonato questi binari.

Ha cominciato a considerare l’uomo come res estensa alla quale, in qualche modo, è connessa una res cogitans (non un’anima); poi come pura materia, come una «scimmia nuda», come un prodotto di rapporti economici.

Poiché la ragione indicava norme morali e religiose, iscritte nel cielo e nel cuore dell’uomo, è stata mutilata: essa può cogliere – si è scritto – solo ciò che cade sotto i nostri sensi, solo ciò che è misurabile, solo la materia. Tutto il mondo metafisico – quel mondo che è sempre stato considerato più importante di quello materiale – è stato considerato idolo, supersitizione, convenzione sociale, pregiudizio.

A questo punto si è fatto di tutto per porre al vertice dell’uomo le sue passioni: stupro e omicidio, secondo Nietzsche; sesso e morte secondo Freud. Sesso e basta, secondo i nostri media. Lo scopo della vita è, dunque, il soddisfacimento della passioni. L’importante è godersela, l’importante è divertirsi.

Si è negato che l’uomo abbia una natura, un progetto: se è pura materia e non esiste la metafisica, l’uomo è ciò che è. Non ha alcun progetto. Non è questo che diceva il marxismo? Non è questo che afferma l’ideologia di genere?

Infine: non c’è alcuna trascendenza. L’uomo è egoista e cerca semplicemente il proprio profitto. Eventualmente, gli altri possono avvantaggiarsi dalle briciole che cadono dalla sua tavola. Siamo sempre più soli ed incapaci di relazionarci. I social media hanno sostituito le vere relazioni: gli amici sono quelli di Maria De Filippi o di Facebook; non guardiamo più negli occhile persone, ma solo schermi elettronici; avere degli amici è diventato quasi impossibile.

Abbiamo, insomma, praticato il perfetto rovesciamento dell’antropologia tradizionale. C’è voluto un po' di tempo, è costato un po' di fatica (per non parlare di guerre, morti, sofferenze…). Però, alla fine, l’uomo è libero. Ciascuno vive come crede e non sulla base di ciò che gli viene ordinato di credere.

I risultati? Li scopriamo leggendo i quotidiani in questi giorni: «L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima in 300 milioni le persone che ne soffrono, il 4,4% della popolazione globale. Da noi, però, la percentuale sfiora il 20%. Nel periodo 2010-2015, scrive il The British Journal of Psychiatry il consumo di antidepressivi in Europa è aumentato del 20%».

Ne sarà valsa la pena?