• IL RAPPORTO CENSIS

Single, la solitudine certifica l'autopsia sulla famiglia

Lo chiamano Rapporto 2018, ma in realtà l’ultimo documento diffuso dal Censis ha più il sapore di un referto autoptico. Matrimoni in calo del 17%, single a quota 5 milioni. Ma il problema non è solo economico. E' una fotografia impietosa sulla solitudine che evidenzia la sfiducia nel futuro e l'assenza di qualunque dimensione spirtuale. 

Lo chiamano Rapporto 2018 sulla situazione sociale del Paese, ma in realtà l’ultimo documento diffuso dal Censis ha più il sapore di un referto autoptico. Quel che si sta spegnendo, in Italia, pare infatti molto di più di quel che ancora è vitale. E da questo punto di vista, nella fotografia scattata dal noto istituto di ricerca socio-economica che dal 1964 radiografa il Belpaese, l’ambito dove il bianco e nero stanno soppiantando i colori è, anzitutto, quello familiare. I dati sono drammaticamente chiari: nell’arco di un decennio, dal 2006 al 2016, i matrimoni sono calati del 17,4%, con un vero e proprio naufragio del rito religioso (-33.6%), un aumento delle secondo nozze (+19,1%,), delle separazioni (+14%) e  dei divorzi, lievitati addirittura del 100% in 10 anni.

Ma il vero dato, quello che dovrebbe dare più da pensare, è quello dei single non vedovi, cresciuti del 50,3%. Perché questa percentuale è tanto importante? Ma perché conferma un aspetto troppo a lungo taciuto eppure fondamentale: la famiglia non declina in favore delle «nuove famiglie». Infatti, per quanto le convivenze e le coppie Lgbt risultino statisticamente in espansione, alla crisi della famiglia corrisponde in primo luogo più "singletudine". Per un motivo semplice: alla cellula fondamentale della società, alla vituperata famiglia tradizionale, non v’è alcun equivalente funzionale. Non può cioè essere rimpiazzata in alcun modo; e questo, attenzione, non vale solo per l’Italia, l’Europa o l’Occidente di oggi, essendo una verità che permea la civiltà umana da sempre, dato che nessuna comunità ha mai potuto a fare a meno della famiglia.

Peccato però che di questa verità fondamentale, come si accennava poc’anzi, si preferisca non parlare, col solo risultato che la "singletudine" – che è altro non è che il nickname della solitudine – dilaga, tanto che oggi accomuna più di 5 milioni di persone. Una marea. Di qui l’inevitabile interrogativo: e adesso, che fare? Come ripartire da una situazione del genere? Se si riconosce nella crisi della famiglia un problema (non è affatto scontato), gli atteggiamenti possibili sono essenzialmente di due tipi. Un primo tipo di risposta, che purtroppo da anni affascina ampi settori del mondo cattolico, è di tipo politico e sociale.

In estrema sintesi, il ragionamento è il seguente: i giovani non si sposano più? Colpa del precariato lavorativo e di quel sospirato «posto fisso», per dirla con Checco Zalone, che tarda ad arrivare, quando ancora arriva. Le culle sono sempre più vuote? Beh, colpa del quoziente familiare, eterna promessa politica mai davvero realizzata. Si tenta cioè di ridurre – in una prospettiva non solo materiale ma, quel che è peggio, materialistica – la crisi odierna a fattori di ordine economico e finanziario, i quali certamente un ruolo lo giocano, ma che sarebbe incauto elevare a cause esclusive dello sconfortante scenario odierno.

Ben più saggia appare invece la seconda interpretazione della crisi della famiglia, che è quella che colloca i malanni che ammorbando il matrimonio in un’ottica valoriale e, meglio ancora, spirituale. Lo stesso vertiginoso calo del rito religioso di cui si parlava poc’anzi, del resto, va in questa direzione e ci spiega – per quanto, lo si ripete, i fattori economici un peso l’abbiano – che il virus che sta piegando la famiglia abbia un’origine lontana. E in questo senso lo stesso calo delle nascite è molto istruttivo dal momento che risulta un fenomeno venutosi a generare, in Italia, allorquando venne introdotto il divorzio. In altre parole, la crisi della famiglia è diretta conseguenza della scomparsa di quella cultura della famiglia sulla quale tante illuminanti riflessioni ci ha lasciato san Giovanni Paolo II.

Se non capiamo questo, se ci ostiniamo a sperare in fattori di ordine materiale, continueremo a tenere lontano dai nostri occhi il cuore del problema, che non è neppure il venir meno della famiglia ma di quella fede su cui tutto si regge o crolla. Non è un caso che, fra i dati rilevati dal Censis, vi sia un’allarmante crescita della sfiducia nel futuro. E non potrebbe essere altrimenti, dato che la fiducia – senza che alla base vi sia una fede – alla lunga viene a mancare. A dirlo, questo, non è il Censis ma la bimillenaria tradizione della Chiesa. Se solo si avesse la pazienza di riscoprirla e il coraggio di tornare a viverla.