• IL LIBRO

Se a difendere la bistecca è un ecologista

"In difesa della carne" è un libro scritto dal giornalista ambientalista Andrea Bertaglio che confuta dati alla mano la demonizzazione della carne e spiega invece il reale rapporto tra zootecnia, ambiente e alimentazione umana.

Era il 2006 quando uno studio della FAO annunciò al mondo che il settore dell’allevamento immette nell’atmosfera più gas a effetto serra che non quello dei trasporti. In molti sono tuttora convinti che, il mondo soffocherà a causa del metano prodotto dalla flatulenza delle vacche.

Il recentissimo libro “In difesa della carne” di Andrea Bertaglio, pubblicato dalla coraggiosa casa editrice Lindau, finalmente squarcia il velo sulla zootecnia e sul suo reale impatto sull’ambiente. L’autore è un giornalista specializzato che, pur provenendo dal versante cambioclimatista, con autentica onestà intellettuale  ha scelto di fare un po’ di chiarezza sulla base di dati tecnici e oggettivi: «Quando si ha a che fare con l’ecologia – scrive Bertaglio - è impossibile non esserne coinvolti fino a fare della difesa dell’ambiente una ragione di vita. E’ un processo che dopo qualche anno rischia di farti perdere la lucidità, e ti fa cristallizzare punti di vista o opinioni che dai per scontato essere giusti».

A proposito di cose scontate, l’autore ricorda innanzitutto il fatto che gli animali da allevamento, soprattutto i ruminanti, si nutrono per il 90% di alimenti che l’uomo non può digerire, come erba e fieno. Quindi essi non intercettano risorse destinate direttamente all’uomo o a fini energetici.

Bertaglio ricorda poi che un quarto delle emissioni globali (28,4 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente) sono prodotte da appena un centinaio di grandi aziende in tutto il pianeta. Sul podio, la Coal India (carbone) la russa Pjsc Gazprom (estrazione di gas) e la Exxon Mobil Corporation americana (petrolio). Fra tutte e tre, emettono nell’atmosfera circa 4 miliardi di tonnellate di anidride carbonica l’anno.  Nessuna delle cento società a più alta emisisone di anidride carbonica a livello globale può essere ascritta al mondo della zootecnia.

Soprattutto, gli scarti della macellazione, così come il letame e il guano prodotti dall’allevamento servono a produrre il biogas che è, infatti, una miscela di metano e vari tipi di gas prodotti dalla fermentazione batterica di residui organici vegetali e animali in assenza di ossigeno. Dal trinciato di mais o di altre colture, dal cibo scaduto, dai reflui animali e dalle loro carcasse, si ricava quindi un combustibile pulito rinnovabile che per alcuni usi prende il posto dei combustibili fossili. In questo campo un primato spetta all’Italia che, insieme alla Germania e alla Cina, è il terzo produttore mondiale di biogas.

Altro tormentone ecologista riguarda il consumo di acqua. Ormai si è affermato nella coscienza collettiva il dato secondo cui per produrre un kg di carne siano necessari 15.000 litri d’acqua. Il calcolo è stato eseguito in modo manipolatorio, calcolando addirittura quella che evapora dai campi di foraggi e quella usata per lavare gli impianti di produzione. Di questa, circa l’80-90% torna nel ciclo naturale e viene restituita all’ambiente come acqua piovana. «Se nel calcolo del quantitativo d’acqua usato per produrre una bistecca di manzo – spiega Bertaglio - inserisco anche quella che è servita per fabbricare l’aratro con cui si è lavorato il campo che ha fornito il foraggio con cui si è nutrito l’animale, pare ovvio che la quantità finale sarà elevatissima». In realtà il consumo effettivo d’acqua per 1 kg di carne è di circa 300 litri. Gli allevamenti intensivi poi, nascono dove vi è già abbondanza d’acqua tanto che nessun territorio ha mai lamentato carenze idriche dovute alla zootecnia.

La carne poi ha un valore nutrizionale di altissima qualità,  e l’autore ne offre la prova scientifica spiegando anche come l’uomo si sia potuto evolvere proprio grazie alla dieta onnivora che ha permesso l’ingrandimento del suo cervello.

Il volume, forte di una competenza bipartisan, sia dal fronte ecologista sia da quello degli allevatori, traccia poi alcune conclusioni piacevolmente tranchant, proprio in quanto insolite: «Ritengo l’animalismo da salotto – scrive Bertaglio -  quello che ha portato le petizioni dei benestanti radical chic delle società industriali a fare quasi scomparire civiltà come quella degli Inuit, un’evoluzione fastidiosa e ipocrita del colonialismo dei secoli scorsi. Ritengo invece il veganesimo quanto di più lontano ci sia dalla salvaguardia della salute, perché l’alimentazione deve essere varia ed equilibrata; dalla protezione della natura, perché senza allevamenti interi territori verrebbero cementificati, degradati o desertificati; dal rispetto degli animali, perché dietro il sacrificio che si fa di un animale per nutrirsene o per produrre ciò di cui abbiamo bisogno c’è un enorme rispetto, appunto – non a caso ogni civiltà ha teso a ritualizzare questo tipo di sacrifico. Non è facendo vivere in casa nostra un maiale o trattando come una figlia una gallina che le dimostriamo amore. Al contrario, umanizzare in questo modo gli animali non è solo patetico e un tantino inquietante (almeno se si pensa ai risvolti psicologici di chi lo fa), ma è anche la dimostrazione del distacco totale dell’essere umano (urbano e con la pancia piena) da quello che è davvero la natura su questa Terra. E da come funziona affinché la vita possa continuare».